Messico, sfamare i migranti è un reato

Dal 1995 "Las Patronas", un gruppo di casalinghe e contadine del villaggio di Guadalupe, lancia sacchetti con cibo e acqua alle migliaia di migranti diretti verso la frontiera con gli Stati Uniti. Nemmeno le politiche anti-immigrazione di Trump hanno ridotto i flussi

da Città del Messico

Norma è una delle 25 donne che compongono l’associazione di casalinghe e contadine che ogni giorno sfida la legge per poter dare da mangiare ai migranti che cercano di raggiungere gli Stati Uniti dal Messico. Per questo è stata minacciata e accusata di favorire i trafficanti di uomini. “Las Patronas” è il nome con cui Norma e le altre sono conosciute in tutto il Messico

Le “Las Petronas” lanciano sacchetti di plastica con cibo e acqua verso i finestrini della Bestia. Così i migranti chiamano il treno della speranza: 120 vagoni e più di 4 mila chilometri di percorso. Dal profondo sud del Messico, ai confini con il Guatemala, arriva fino al limite che tutti vogliono varcare: la frontiera Stati Uniti-Messico.Messico Las Patronas

In viaggio sulla “Bestia”, il treno della speranza

La Bestia trasporta tutti i giorni – e più volte al giorno – una media di 300 migranti. Bambini, donne, uomini che cercano di fuggire da un Centroamerica sventrato dalla violenza del crimine organizzato. Guatemala, El Salvador, Honduras continuano a soffrire l’oltraggio millenario di una povertà che ieri affondava le radici nella colonizzazione.

Oggi, più forte della povertà, c’è la paura di vivere in un Narcostato e la violenza che questo comporta. La Bestia corre da sud a nord, con migranti che si legano sul tetto e cercano di dormire il meno possibile. Se dormi, cadi.

I cartelli del narcotraffico messicano controllano pezzi della rotta: a volte sequestrano i migranti, a volte estorcono loro denaro. Invece le autorità statali messicane, esercito e polizia, obbligano i migranti a pagare una “quota di passaggio”: chi puó paga, chi non può resta ferma.

Per le donne è ancora peggio: spesso i soldi non bastano, così alla “quota di passaggio” si somma la violenza sessuale. Uomini e donne che sopravvivono, affrontano l’ultimo passo: attraversare la frontiera.

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La speranza vive a Guadalupe (Veracruz)

Nel villaggio di Guadalupe, un gruppo di case nato nel bel mezzo della selva veracruzana messicana, la Bestia passa tutti i giorni. E qui vive Norma Romero Vasquez: «Con Trump e la sua ostentata politica anti-immigrazione le cose non sono cambiate: il flusso di persone migranti che cercano di varcare la frontiera non diminuisce, perché conoscono bene quello da cui fuggono».

Messico Las PatronasNorma è una delle fondatrici di Las Patronas: le donne del gruppo si sono trovate a vivere nel bel mezzo di una crisi umanitaria e hanno deciso di rispondere con un gesto d’amore. Con Rosa Romero Vasquez, Julia Ramirez Roja, Lorena Hernandez, Norma è protagonista di un documentario che racconta la loro storia.

«Madre, dacci il pane!»: l’origine di Las Patronas

Nel 1995 Norma e Rosa Vasquez, sorelle, camminavano per strada, erano andate a comprare latte e pane. Norma racconta: «Dal treno ci gridano: “Madre, dacci il tuo pane, che abbiamo fame”. E noi lanciamo loro il pane. Quando finisce il pane, diamo loro il latte. Non sapevamo chi erano e perché erano sul treno». Quello fu il primo di tantissimi episodi, prosegue Norma: «Decidemmo di organizzarci e chiedere fagioli e tartillas ai vicini di casa e tutti quelli che avrebbero potuto contribuire. Quando ascoltavamo il treno, uscivamo e gli lanciavamo cibo in dei sacchetti di plastica».

Oggi il gruppo si è trasformato in un’organizzazione di 25 donne. Hanno una cucina comune, organizzano una media di 300 pasti al giorno:

«Ci hanno detto di tutto, che stavamo appoggiando i migranti illegali e i trafficanti. A chi lo faceva, rispondevo: “Come è possibile che per aiutare un essere umano ci accusano di cose che nella nostra testa non ci possiamo immaginare?”».

Le minacce e il sostegno popolare a Las Patronas

Le hanno minacciate, e alcune per paura hanno deciso abbandonare il gruppo. «Siamo tutte casalinghe e donne che coltivano la terra, solo una di noi ha una cartoleria. Io compro caffè per miscelarlo e poter venderlo». Quando hanno deciso di organizzarsi, la prima necessità era quella di trovare cibo: «Alcuni mercati ci davano quello che alla fine del giorno gli avanzava».

Poco a poco, la loro esperienza di auto-organizzazione è diventata famosa in tutto il Paese. «Molte università ci invitavano. Da altre città sono arrivate altre forme di sostegno». Ma le esigenze sono rimaste sempre le stesse: «Quello di cui avevamo più bisogno erano riso e fagioli. Dare da mangiare è un gesto che può sembrare semplice, ma passare una busta piena di fagioli e riso può infrangere leggi e salvare una vita».

Messico Las Patronas
Migranti messicani a Tijuana, nel 2014 – Foto: Bbc World Service

Perché si emigra dal Messico

Chi sono i migranti? «Uomini, donne bambini – risponde Norma – persone che hanno famiglia. Come ognuno di noi, solo che noi non siamo chiamati criminali per voler migliorare le nostre condizioni di vita. La migrazione è un problema che ne racchiude molti altri».

Il principale si chiama Messico: «È un Paese distrutto, pieno di apatía, discriminazione verso le persone migranti. Però per noi, Las Patronas, da quando abbiamo iniziato ad aiutare i migranti è cambiato il modo di stare al mondo e di guardarlo».

La radice del problema: il modello di sviluppo 

Il modello di sviluppo di oggi non è più sostenibile, per Norma. E così si spiega questa fuga dei migranti: «Prima potevamo coltivare il nostro pezzo di terra, andare a scuola, raccogliere la canna da zucchero e il caffè. Quando questi alimenti avevano ancora un prezzo equo, ci hanno insegnato che dovevi lavorare affinché “il pane ti arrivasse alla bocca”. Ora le cose sono peggiorate anche per noi: vince l’idea di uno sviluppo che si basa sull’approfittarsi delle necessita di quelli che hanno di meno».

Norma e le altre raccontano come hanno ripensato alla loro stessa situazione di vita lavorando con i migranti:

«Oggi non sono più visti solo come persone, ma come merce che può essere barattata, venduta o eliminata. Guardare loro che fuggono, aiuta anche noi a osservare dove realmente viviamo. Nel nostro villaggio ci sono più di venti bar e solo quattro scuole: questo è quello che hanno permesso i politici ma anche la società. Non costruiamo opportunità di sviluppo reali e stiamo ammazzando i nostri giovani».

Da qui nasce la consapevolezza della portata delle lotta di Las Patronas: «Quando difendiamo i diritti dei migranti stiamo difendendo il diritto di tutti a una vita degna d’essere vissuta». Per Norma è molto chiaro quello che bisogna costruire: «Un modello di società capace di proteggere la vita».

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