Solalinde, prete nel mirino dei narcos

Sotto scorta da 6 anni, su di lui una taglia da 1 mln $ per la sua lotta in difesa dei migranti

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«O salvavo me stesso o aiutavo i migranti, ho scelto di aiutarli». Padre Alejandro Solalinde, 72enne, sa bene i rischi che comportano la sua scelta. Ha fatto arrabbiare il governo corrotto del Messico e la criminalità organizzata che vede i migranti come merce redditizia: ognuno di loro può valere fino a 7 mila dollari. Stare dalla parte degli oppressi, dei bisognosi, gli è costata la libertà. Da sei anni vive sotto scorta e sulla sua testa pende una taglia da un milione di dollari. «Mi vogliono morto, ma non ho più paura».

Mentre parla a bassa voce e mangia la sua coppetta di gelato presa in un pomeriggio afoso in un bar nel centro di Vicenza, Solalinde racconta la sua storia. Il sacerdote vive a Ixtepec, nello stato di Oaxaca, nel Sud del Messico, punto di passaggio obbligato per circa mezzo milione di “indocumentados” (persone “senza documenti”) del Centroamerica che, ogni anno, fuggono dalla miseria e dalla violenza con la speranza di raggiungere gli Stati Uniti.

I migranti – uomini e donne di ogni età, ma anche bambini – arrivano in questa piccola città messicana di circa 25 mila abitanti appesi alla “Bestia”, il treno merci che taglia da sud a nord il paese. Arrivano stremati, affamati, sporchi e impauriti perché sanno che ci vuole “mucha suerte” (molta fortuna) per arrivare al confine statunitense.

Il treno della morte

Salire sulla “Bestia” è tanto pericoloso quanto salire su una barca per attraversare il Mediterraneo, come fanno ogni giorno migliaia di rifugiati che scappano delle guerre in direzione dell’Europa. Arrampicarsi sul treno merci che attraversa 4 mila chilometri di suolo messicano è l’unica opzione dei migranti per arrivare alla frontiera con l’America, visto che nel paese non esiste alcun treno che trasporta passeggeri. Il viaggio è lungo e dura circa un mese. Ci sono varie tappe fino al confine ed è lì che abita il nemico.

«Alcuni di loro perdono gambe, mani, piedi in mezzo alle rotaie, mentre altri ancora, meno sfortunati, fra una tappa e l’altra sono sequestrati dai narcos per diventare merce», dice padre Solalinde.

Un affare da milioni di dollari

Tutto è business per le bande criminali. Non guardano in faccia a nessuno. Per ogni merce, il suo mercato: le donne finiscono nella rete della prostituzione; i bambini vanno ai pedofili; gli uomini, all’arruolamento forzato nelle bande criminali; i vecchi, invece, li ammazzano.

Secondo Solalinde, 20 mila “indocumentados” vengono rapiti ogni anno in Messico. Questo commercio di esseri umani vale 50 milioni di dollari l’anno. Guardando le cifre, si capisce perché il sacerdote oggi è il nemico numero uno dei narcos: il suo lavoro potrebbe far saltare in aria un giro d’affari milionario.

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Alejandro Solalinde – Foto di Janaina César

La rete: narcos, polizia, politici

Solalinde dà fastidio anche alla polizia e ai politici, collusi con i narcotrafficanti. «In Messico abbiamo il crimine organizzato e il crimine autorizzato», dice. Secondo il prete, «per comprendere la gravità della situazione prima è necessario capire che circa 80 città sono in mano ai narcos, tutte le istituzioni sono state infiltrate».

Proprio lì, in quella terra vicina alla regione del Chiapas dove vivono i militanti dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale e il subcomandante Marcos, le forze dell’ordine terrorizzano i migranti e chiedono il pizzo. Se hai denaro, ti lasciano passare. Se non ne hai, ti riempiono di botte, ti arrestano e ti consegnano direttamente ai narcos.

Il prete ha scoperto questo intreccio quando nel 2007 lui stesso è stato arrestato con un gruppo di migranti del Guatemala:

«Ci hanno arrestato, derubato e hanno fatto scappare i trafficanti che erano pronti a portarli via. Non sono ingenuo, sapevo che esisteva una complicità di alcuni poliziotti con la criminalità, solo non immaginavo quanto fosse profonda».

A quel punto, il Don Chisciotte dei migranti ha preso la decisione più importante della sua vita, una scelta che avrebbe aiutato a salvare tante vite umane: ha aperto a Ixpetec il centro per migranti “Hermanos en el camino (“Fratelli sulla strada”), una casa, un rifugio, una piccola speranza di sopravvivenza per quelle persone che hanno lasciato tutto in cerca di una vita migliore. In questi dieci anni circa 200 mila persone sono passate di là.

La scelta di padre Solalinde: lottare per i diritti umani

I migranti sono i più vulnerabili fra i vulnerabili. In tutto il Messico ci sono gruppi di genitori che cercano i loro figli. «Ma chi cerca i migranti?», si domanda il sacerdote.  Il cartello della droga messicano conosciuto come “Los Zetas” ha inventato i sequestri dei migranti e l’unico modo per combatterli era la denuncia. Anche di fronte a numeri non proprio entusiasmanti di casi risolti – soltanto il 2% dei 20 mila casi di persone assassinate ogni anno – Solalinde ha deciso di proseguire per la sua strada denunciando le violenze subite dagli “indocumentados” e dalla popolazione locale.

Ha chiesto aiuto ai guatemaltechi con cui era stato arrestato, ma loro avevano paura e volevano andare avanti. «Gli ho chiesto di aiutarmi a denunciare i poliziotti. Quelle persone avrebbero derubato altri migranti come loro e solo una denuncia avrebbe potuto mettere fine alla loro violenza e criminalità», dice.

Uno di loro, José Alberto, l’ha ascoltato e ha sporto denuncia. Gli altri sono partiti per gli Stati Uniti, ma non lui. È rimasto accanto a Solalinde, diventando un difensore dei diritti umani e oggi è il direttore del “Hermanos en el camino”. «Per me questa è stata una grande lezione. Questo mi ha insegnato che i migranti sono liberi, se decidono di esserlo», parla emozionato.

Il prete vuole ricordare anche Dorila, una ragazza che è stata massacrata di botte, violentata e che ha visto i suoi nove fratelli essere uccisi davanti ai suoi occhi. Lei è scappata in Messico, ha trovato Solalinde in mezzo alla sua strada, è riuscita ad avere il visto di rifugiata e oggi anche lei lavora con “Hermanos en el camino”.

Storie di volontari

«Una delle cose più belle è ricevere i volontari», dice Solalinde. «Una volta è arrivato un cinese, che non parlava lo spagnolo e sapeva a mala pena l’inglese. È rimasto da noi per mesi e ci ha aiutato in tutto. Poi c’è stato un gruppo di ragazze messicane che è rimasto tutta un’estate con noi. Loro hanno conosciuto un signore discendente di un francese che si chiamava Renè. Era un anziano e hanno deciso di aiutarlo», racconta. «Hanno scritto un libro intitolato “Rifugio” e me l’hanno inviato. Ho letto le loro storie e quelle dei migranti che passano da noi e ho pianto. Sono tante persone che si fermano da noi che è impossibile conoscere la storia di tutti».

Sono loro, i vari Maria, Josè, Antonio, Manuel, Moises, Alejandro, Dolores e tanti altri nomi, che fanno capire che i muri che si stanno costruendo nel mondo non servono a nulla, che le mura di Trump non li fermerà perché «questa migrazione è autonoma, nulla potrà controllarla. I migranti sono stati espulsi dai loro paesi per le stesse cause: il sistema neo-liberale capitalista. E la loro risposta è a livello globale», dice Solalinde. L’unica muro che gli preoccupa «è quello che abbiamo dentro di noi: il muro dell’intolleranza, della misoginia, della xenofobia, dell’omofobia».

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