Nuovo caporalato e cooperative fantasma

Il "nuovo caporalato", o caporalato degli appalti nel settore agroalimentare, è un fenomeno sempre più diffuso in Emilia Romagna. Secondo il segretario generale regionale della Flai-Cgil, Umberto Franciosi, la situazione sta diventando «drammatica». A dimostrarlo ci sono i numeri e le operazioni della Guardia di Finanza

Il caporalato non conosce confini. Accanto allo sfruttamento illegale degli immigrati, soprattutto nel settore agricolo, specialmente nel Sud Italia, sta emergendo, infatti, un “nuovo caporalato”. Non tanto perché si tratta di un fenomeno recente, ma perché riguarda la somministrazione stessa della manodopera, che avviene tramite false cooperative create ad hoc e che alla fine scompaiono nel nulla.

Succede al Nord, a essere più precisi in Emilia Romagna. Una regione che, se da un lato fa vanto della sua produzione agroalimentare, dall’altro presenta situazioni di grave sfruttamento e di evasione fiscale da parte dei datori di lavoro. A rivelare in che modo il caporalato sia un fenomeno più ampio di quanto si possa immaginare è Umberto Franciosi, segretario generale della Flai-Cgil Emilia Romagna.

«Stando agli ultimi dati Inps del 2015, le aziende agricole in Emilia Romagna sono 12.917. Di queste 8.874 impiegano manodopera in varia misura: numerose sono quelle che hanno da uno a cinque dipendenti, molto poche quelle con più di 100 dipendenti. Su un milione e 200 mila lavoratori impiegati in agricoltura sul territorio nazionale, l’Emilia Romagna ne ha 88.861, di cui l’80% è stagionale».

Riguardo ai dati Inps c’è da fare un’ulteriore precisazione: su quasi 80 mila lavoratori agricoli a tempo determinato, quasi il 27% è extracomunitario. Di questi più di 33 mila sono occupati con contratti inferiori a 50 giornate e il 26,2% è extracomunitario.

Nuovo caporalato: false cooperative e appalti irregolari

I dati ufficiali non bastano però a illustrare la sempre «più drammatica situazione del nuovo caporalato, detto anche caporalato degli appalti nel settore agroalimentare» che si registra in Emilia Romagna. Come funziona? «In periodi come quello estivo», spiega Franciosi, «l’azienda agricola ha maggiore bisogno di manodopera, spesso quasi seduta stante. Così si affida a cooperative o Srls – srl semplificate – per averla in poco tempo. Si rivolge, ovvero, a un soggetto terzo che ha una parvenza di azienda (differente dal caporalato diffuso al Sud dove i caporali sono una o più persone che reclutano singolarmente i lavoratori) che le fornisce i lavoratori di cui ha bisogno per il periodo necessario».

«Queste cooperative senza terra vengono da noi definite spurie, ossia “false” perché si comportano di fatto come agenzie interinali senza avere a tutti gli effetti le caratteristiche per farlo».

Perché un appalto possa essere regolare, infatti, l’azienda appaltatrice deve rispettare due criteri: il rischio d’impresa e l’autonomia. Quanto al primo, si tratta di avere un minimo di struttura imprenditoriale con uffici, impiegati, mezzi e attrezzatura.

Il vero problema riguarda, però, l’aspetto dell’autonomia: «Spesso i lavoratori delle imprese appaltatrici vengono gestiti dall’impresa committente. Questa cosa non è prevista dal lavoro in somministrazione dove il lavoratore risponde a chi lo ha reclutato. Il committente, ricordiamolo, non chiede un appalto per ore di lavoro ma per quantità di lavoro. Quando si verifica questo, sebbene sia tutto da dimostrare, si ha a che fare con una intermediazione illegale di manodopera».

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L’ultimo caso di nuovo caporalato a Cesena

E questo è solo un aspetto della questione. Queste cooperative nascono con l’obiettivo di fornire manodopera per poi scomparire nel nulla. «Dietro ci sono commercialisti che gestiscono decine di queste imprese, che possono prendere appalti in qualsiasi parte d’Italia e per le quali a fare da prestanome, in qualità di amministratori, ci sono spesso degli extracomunitari. Inoltre, a completare il quadro c’è il fatto che queste cooperative hanno sedi fittizie e molte volte tutte riconducibili a un unico indirizzo».

Tra gli ultimi casi di cronaca di una certa rilevanza c’è quello di Cesena. Qui, grazie alla Guardia di Finanza di Forlì-Cesena, sono state arrestate cinque persone accusate proprio di associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro. La cooperativa fittizia aveva fornito manodopera a basso costo, i lavoratori non avevano né un contratto né il permesso di soggiorno.

Legge e aziende agricole: i vantaggi per le imprese

Ma perché le aziende agricole si prestano a situazioni del genere e non verificano chi è l’impresa appaltatrice? E perché interviene la Guardia di Finanza e non, per esempio, l’ispettorato del lavoro? Le risposte le fornisce ancora una volta Franciosi:

«Tali situazioni sono molto difficili da dimostrare e la forma della cooperativa, per legge, è paradossalmente adatta a tutto questo».

«Con la cooperativa si pagano meno tasse e tramite i regolamenti interni si possono smontare i contratti nazionali di lavoro. Come previsto dalla Legge 142/2001, questa forma societaria permette di derogare la determinazione dell’orario di lavoro, i preavvisi e tanto altro. In più, da quando grazie al decreto legislativo 1/2012 e successive disposizioni si possono aprire Srl con capitale sociale di pochi euro, i rischi per i soci sono pochi».

Evasione fiscale e deresponsabilizzazione

Sempre secondo Franciosi «l’appalto si usa per decentrare la responsabilità e avvantaggia anche le imprese committenti. Funziona più o meno così: l’impresa appaltatrice fattura all’impresa committente i propri servizi, quest’ultima – siccome sta appaltando “opere e servizi” – non è tenuta a pagare l’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive, ndr) e, sempre per lo stesso motivo, riesce a scaricare l’Iva con il pagamento delle fatture. Chi dovrebbe dunque pagare? L’impresa appaltatrice che però, essendo una finta cooperativa, viene chiusa all’improvviso, messa in liquidazione, in fallimento senza che ci sia nessuna responsabilità personale».

Siamo quindi di fronte a un reato di evasione fiscale e di Iva (che intanto il committente ha incassato). Ecco perché in situazioni del genere, quando possibile, interviene la Guardia di Finanza. E i lavoratori? Pur di guadagnare, spesso sono disposti ad accettare condizioni davvero disperate e che ledono la loro dignità di uomini e donne.

Ci sono persone che lavorano anche 14 ore, senza pause se non brevissime, sotto un sole cocente, pur di venire incontro alle esigenze dell’azienda agricola e con la speranza di lavorare più giornate possibili. D’altra parte, difficilmente sanno quante ne faranno: in molti casi, vengono convocati via Sms il giorno prima per il giorno successivo. «Come Flai Cigil nel 2015-2016 abbiamo segnalato 80 episodi di lavoro nero o sfruttamento».

Concorrenza sleale in agricoltura e depenalizzazione

In una situazione del genere a farne le spese maggiori sono ovviamente i lavoratori. Ma l’offerta di manodopera al ribasso da parte delle cooperative favorisce anche la concorrenza sleale tra le varie imprese agricole. Chi sceglie modi leciti di somministrazione si trova, infatti, a sostenere un costo del lavoro pari al 40% in più rispetto a chi si affida a queste false cooperative. Ecco perché si parla di nuovo caporalato.

Un fenomeno che, stando a quanto aggiunge Franciosi, «è anche figlio della deregolamentazione che è stata introdotta nel settore degli appalti negli ultimi anni. I continui interventi legislativi sulla responsabilità solidale dei committenti hanno portato alla completa depenalizzazione del reato di somministrazione illegale di manodopera (decreto legislativo 8/2016) e all’abrogazione del reato di somministrazione fraudolenta di manodopera con il Jobs Act. Questo fa sì che le aziende committenti dormano sonni tranquilli. Un primo passo per evitare la concorrenza sleale, lo sfruttamento dei lavoratori e garantire la legalità nelle gare di appalto potrebbe essere ripristinare la responsabilità solidale dei committenti negli appalti».

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