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Indigeni: i migliori guardiani della foresta per ambiente e portafogli

Una ricerca della Rights and Resources Initiative rileva come l'esclusione dei popoli indigeni e delle comunità locali dalla conservazione abbia costi importanti, sia per il clima, sia in termini economici. Lo dimostrano gli indigeni africani, americani, dell'Amazzonia, asiatici. Eppure continuano a subire violenze e soprusi

Proteggono l’ambiente e le foreste ma subiscono violenze e minacce. Secondo un recente rapporto dal titolo Cornered by protected areas (Messi all’angolo dalle aree protette) ai popoli indigeni e alle comunità locali viene impedito di svolgere il ruolo chiave di “guardiani delle foreste“.

Sono criminalizzati, nonostante gestiscano le risorse naturali per un quarto dei costi che gli investitori pubblici e privati investono. Il documento realizzato dalla Rights and Resources Initiative, in collaborazione con la relatrice speciale dell’Onu per i popoli indigeni Victoria Tauli-Corpuz, non solo conferma l’importanza del ruolo di tutela delle foreste e del clima ma ne assegna anche un valore economico.

Indigeni: escluderli da custodia delle foreste costa caro

Nel rapporto, che ha coinvolto 28 paesi, sono stati individuati i costi dalla politica di criminalizzazione delle popolazioni locali. Secondo i calcoli della Right and Resources Initiative, popoli indigeni e comunità investono, a livello globale, più di 4 miliardi di dollari all’anno per la conservazione dell’ambiente in cui vivono, incluso un miliardo per le foreste.

Inoltre, i guardiani della foresta non solo investono nella conservazione, ma sono anche più efficienti. Secondo lo studio, infatti, ottengono risultati migliori in termini di conservazione a fronte di un investimento economico limitato.

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Area deforestata in Madagascar Foto:@ Cunningchrisw

La Right and Resources Initiative definisce invece «inadeguate» le risorse che vengono stanziate dagli stati, dalle agenzie di cooperazione, da ong, fondazioni e enti privati. Nonostante la cifra allocata a livello globale dai donatori ufficiali raggiunga i 21 miliardi di dollari, le risorse sono spesso ripartite in modo ineguale, sia a livello globale che all’interno dei singoli paesi.

A farne le spese sono soprattutto gli stati con un reddito medio o basso. Di questi soldi solo una piccolissima percentuale arriverebbe alle comunità locali.

I diritti consuetudinari indigeni, inoltre, coprono, secondo le stime della ricerca, almeno metà delle terre minacciate. Nei fatti, però, solo il 10% di questi territori è legalmente riconosciuto come indigeno.

Indigeni dell’Amazzonia e del Perù fanno bene al clima

Secondo il rapporto, proprio in queste aree il tasso di deforestazione si abbassa notevolmente rispetto alla media, la capacità del suolo di conservare il carbonio aumenta e quindi anche l’effetto benefico sul clima.

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In Perù nelle aree legalmente riconosciute la deforestazione si è ridotta dell’80 per cento. In Brasile le “community forest” che vengono gestite dalle popolazioni locali sono riuscite a conservare nel terreno il 36% in più di carbonio, evitando quindi il suo rilascio in atmosfera.

Minacce e violazioni dei diritti umani nelle aree protette

La creazione di aree protette in molti paesi diventa una scusa per escludere le popolazioni indigene e le comunità locali dall’accesso alle risorse. Si diffondono violazioni dei diritti umani e criminalizzazione. Le comunità vengono allontanate con la forza dalle loro terre ancestrali.

«In alcuni casi vengono considerati occupanti illegali delle loro stesse terre», sottolinea la relatrice Onu coautrice della ricerca, Victoria Tauli- Corpuz.

Gli sfratti forzati sono spesso accompagnati dall’incendio delle case e dalla distruzione dei campi coltivati. All’esclusione dalle terre si aggiungono anche minacce, molestie, arresti e uccisioni. Queste ultime sono giustificate con la necessità della conservazione. È diventato famoso su questo tema il report prodotto da BBC sulle uccisioni extragiudiziarie nel parco nazionale Kaziranga, in India. In 20 anni sarebbero state uccise 106 persone.

Indigeni africani, americani, asiatici: violenza dei ranger

Ranger sempre più armati e organizzati militarmente, per difendersi da bracconieri e gruppi della criminalità organizzata. Si tratta di una condizione sempre più diffusa all’interno dei parchi naturali.

Lo studio sottolinea come siano state documentate violenze dei ranger armati contro popolazioni inermi in numerosi parchi naturali: dalla Repubblica Democratica del Congo al Guatemala, dal Sudafrica all’India.

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Addestramento di ranger in Tanzania Foto:@FotoLance Cpl. Lucas J. Hopkins

L’impatto sociale e culturale delle violenze

L’effetto della militarizzazione e dell’esclusione, come racconta la relatrice Onu, è quello di aggravare il rischio di malnutrizione, aumentare il livello di povertà e di peggiorare le condizioni di vita delle comunità.

Le popolazioni perdono l’accesso alla terra, alle fonti di sostentamento e alle piante medicinali. Gli stessi fondamenti culturali, il rapporto con gli antenati e con la natura, vengono messi in crisi dalle politiche della conservazione esclusiva, secondo il rapporto.

Il significato del report: nuovo modello di conservazione

Il documento punta il dito contro l’idea dominante di una conservazione che esclude i popoli che abitano le aree protette. Secondo il rapporto è necessario poter monitorare in modo trasparente la gestione delle parchi naturali, in modo da segnalare violazioni dei diritti umani e violenze.

A questo si deve aggiungere un meccanismo di compensazione e risarcimento per le popolazioni indigene e le comunità locali minacciate. Il nuovo modello di conservazione deve mettere al centro i popoli indigeni, considerandoli partner strategico per la tutela dell’ambiente.

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