Ucraina, la vita oltre la guerra per Massimo Recalcati e Stefano Rosselli

Un fotolibro con le parole di Massimo Recalcati e gli scatti di Stefano Rosselli per raccontare la quotidianità sotto gli attacchi dell'invasione russa in Ucraina

A due anni dall’invasione russa, “Ucraina” racconta la quotidianità della resistenza, quella del popolo ucraino contro le truppe di Mosca, e quella della vita nonostante la guerra.

Nato dall’incontro degli scatti di Stefano Rosselli con le parole di Massimo Recalcati, il progetto si compone di un libro, edito da Feltrinelli con la prefazione di Nello Scavo, e di una mostra fotografica, che è stata ospitata per la prima volta al Memoriale della Shoah di Milano dall’8 novembre al 7 gennaio 2024.

Stefano Rosselli, un fotografo anomalo

Stefano Rosselli è, per sua definizione, un fotografo anomalo. Lavora come pubblicitario nelle più grandi agenzie di comunicazione, finché un giorno decide di mollare la scrivania e inseguire il sogno della fotografia documentaria. Poche settimane dopo lo scoppio della guerra in Ucraina parte per vedere coi propri occhi e raccontare da vicino il conflitto alle porte dell’Europa.

Per Rosselli vale sempre la regola che, malgrado gli sforzi per restare obiettivi, non esiste racconto che non sia filtrato dall’idea che si ha del mondo, dalle influenze ideologiche o culturali legate al contesto in cui si è immersi, al modo in cui ciascuno è cresciuto e vive.

«Per me inizialmente il nazionalismo ucraino era nazismo», ha raccontato Stefano Rosselli a Osservatorio Diritti. «In realtà poi ho scoperto andando lì che certe forme di nazionalismo non possiamo giudicarle con i nostri occhi e coi nostri retaggi culturali, politici e ideologici, ma vanno capiti cercando di capire il popolo e quello che ha vissuto. Tutti gli ucraini, indipendentemente dall’età, dall’ideologia o dal livello sociale, ti dicono la stessa cosa: “Noi siamo nazionalisti perché era inevitabile esserlo, per difendere il nostro territorio”. E ti rendi conto che non lo dicono per propaganda, ma perché gli nasce dal cuore».

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Foto: Stefano Rosselli (da “Ucraina”)

Ucraina, un libro che racconta la vita nonostante la guerra

La guerra, per i civili, è mettere in pausa la vita. Per chi la combatte è vivere più forte, necessariamente. Il progetto di Rosselli, arricchito dalle parole di Recalcati, mette a fuoco proprio questa contraddizione della guerra e il suo soccombere sempre alla Vita, con la v maiuscola, al netto delle sorti dei singoli.

Una tuta di Spiderman che spunta da sotto le macerie ricorda che la guerra non la fanno i supereroi. Un venditore ambulante di cibo che aspetta improbabili clienti in mezzo alla trincea racconta la speranza della quotidianità. Un missile inesploso che affonda nel cemento della strada come un grissino nel famoso tonno (a proposito di pubblicità…), diventa metafora perfetta dell’essere sospesi in una precarietà prolungata.

Guidati dall’autore Stefano Rosselli, Osservatorio Diritti è andato alla scoperta di alcune storie dietro alle foto.

Mykolayiv, Ucraina: la ragazza sul fiume Bug

«Questa foto rappresenta esattamente ciò che intendo quando dico che volevo raccontare l’umanità oltre la guerra», racconta Rosselli.

«Stavo tornando dal Donbass, era il giugno 2023. Avevo passato un periodo in prima linea con i soldati ed era stato complicato. Tornando a Mykolayiv, lungo il fiume Bug, ho visto in lontananza dei ragazzi che si stavano tuffando. Come mi sono fermato, subito mi è venuta incontro lei che era al fiume con altri amici e mi ha chiesto: “Posso farti due passi di danza mentre mi fotografi?”. Io mi sono emozionato, perché sapevo che Mykolayiv era bombardata anche in quel periodo e questa ragazza mi chiedeva una cosa che in tempo di pace sarebbe assolutamente normale ma che in quel contesto strideva. Le ho fatto la foto e lei era felicissima».

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Ragazza sul fiume Bug, Ucraina – Foto: Stefano Rosselli (da “Ucraina”)

Il lago di Slovjansk nel libro di Recalcati e Rosselli

I bambini sono capaci di vedere il bello anche dove non c’è e di mantenere il sorriso anche in momenti in cui pare impossibile. «Quando ho scattato questa foto, eravamo vicini alla prima linea. In lontananza si sentivano i colpi dei mitragliatori, le bombe, le esplosioni. I combattimenti solitamente hanno degli orari più o meno stabiliti: sono più intensi alla mattina e alla sera. Però anche nel mezzo del giorno il rumore era assordante. E nonostante tutto queste famiglie stavano lì e facevano il bagno. La cosa che mi aveva colpito di più è questa mamma che si è avvicinata al suo bambino appena uscito dall’acqua e ha cominciato a pettinarlo, come se lo stesse preparando per andare a una festa. Questo gesto minimo, in quel contesto, ha assunto un significato completamente diverso, molto più profondo: è proprio la vita che vince contro la morte, il desiderio di non soccombere alla sofferenza che comunque c’è ed è pesante, difendendo la loro vita a partire dalle piccole cose che si facevano prima della guerra».

Ucraina, fronte di Chasov Yar: il riposo dei carristi

«Qui non si vede, ma eravamo in prima linea, a Chasov Yar. Le truppe russe erano a un chilometro o due. Questi soldati avevano il carro armato seminterrato in mezzo alla boscaglia. Dopo aver sparato sette o otto colpi, se ne vanno perché ovviamente sanno che rischiano di essere colpiti. Ma prima di spostarci nelle retrovie, si son voluti prendere una pausa e rilassarsi. Si son fumati una sigaretta, hanno scherzato sulla vita e la morte come se fosse una scampagnata. Ho capito che quello che stavo vivendo era molto pericoloso per uno che fa le foto: sei lì con soldati che sono abituati alla guerra, la vivono e rischiano quotidianamente e devi stare attento perché rischi che la loro tranquillità ti condizioni».

«Ci sono stati dei momenti di tentennamento, dove ho pensato che avrei ceduto, avrei lasciato il progetto e sarei tornato indietro. Mi dicevo che la sofferenza era troppa e io non ero fatto per raccontare la guerra. Poi durante un viaggio ho conosciuto una ragazza e mi ha chiesto: “Vuoi darmi una mano a raccontare questo nostro popolo?”. E lì ho ritrovato la voglia di raccontare e da quel momento ho avuto tanti momenti di paura, paura vera, stare lì tra gli spari, i carri armati, i bombardamenti. Era certamente per me qualcosa di inimmaginabile, però ero talmente calato dentro la voglia di raccontare queste persone che la paura passava in secondo piano. Il mio obiettivo era raccontare quest’umanità, e raccontare le motivazioni di un popolo».

Una coppia di anziani verso Dnipro: la guerra in Ucraina è anche questo

«Questa è una coppia che viveva a Chasov Yar, quindi attaccata al fronte, ed erano stati soccorsi dai White Angel, gruppi di volontari che rischiano la vita tutti i giorni cercando di convincere le famiglie che vivono nella prima linea e che non vogliono andar via e li portano in altre città. In questo caso si trattava di una coppia di ottantacinquenni che sono stati prelevati e portati alla stazione di un paese vicino a Kramatorsk, per poi essere stati sfollati a Dnipro. Io li ho seguiti nel loro viaggio: prima in ambulanza, perché il marito era malato, e poi in treno. Di loro ricordo soprattutto la dignità della moglie, una donna meravigliosa che nonostante la situazione manteneva la sua eleganza e il suo orgoglio ucraino. Ogni tanto piangeva, ma in silenzio e evitando per quanto possibile di farsi vedere: non voleva che io la fotografassi in quel momento».

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Coppia di anziani verso Dnipro – Foto: Stefano Rosselli (da “Ucraina”)

In attesa degli aiuti umanitari

«Qua ero sempre nella zona del Donbass e c’era questa famiglia che aspettava gli aiuti umanitari, per mangiare. Il signore alla guida è il nonno, una persona fantastica, simpaticissimo. Aveva 62 anni e mai avrebbe lasciato la sua terra. Dietro di lui c’è Samuel, suo figlio: un uomo magrissimo, molto malato ma comunque molto sorridente. Il loro villaggio aveva subito dei bombardamenti, anche se non tanti, e c’erano ancora due o trecento abitanti. Ovviamente però si era fermato tutto e c’era bisogno degli aiuti umanitari che portassero viveri e medicine. Mi è capitata una situazione simile anche in un altro paese dal nome insolito: non so perché lo chiamavano New York. È stato un viaggio pericolosissimo, veniva bombardato praticamente ogni giorno eppure ancora c’erano persone, anche giovani, che stavano lì. E io chiedevo in continuazione: “Ma perché restate qui?”. E loro mi rispondevano che quella era la loro terra e non l’avrebbero lasciata a costo di mettere in pericolo loro stessi o i volontari che andavano per soccorrerli. In questo villaggio c’era un mercato all’aperto e mi spiegavano che qui, quando muore la gente, si ripuliscono le strade dal sangue e si riprende a fare il mercato come se nulla fosse. Non si interrompe niente. Non per cinismo, ma per la voglia di sopravvivere».

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