Testimoni di Geova, Russia condannata dalla Corte europea per persecuzione

Una sentenza della Corte europea per i diritti dell'uomo dà ragione ai testimoni di Geova in Russia: sono vittime di persecuzione e discriminazione. Ma la decisione rischia di avere solo un impatto simbolico. Ecco perché

Lo scorso 7 giugno la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Russia per le persecuzioni nei confronti dei testimoni di Geova. La Cedu ha accolto una serie di ricorsi presentati tra il 2010 e il 2019 da parte di organizzazioni russe dei testimoni di Geova e singoli testimoni, riconoscendo che le azioni perpetrate dallo Stato russo violano gli articoli 5, 9, 10 e 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ovvero quelli che tutelano il diritto alla libertà e alla sicurezza, la libertà di pensiero, coscienza e religione, la libertà di espressione e la libertà di riunione e associazione.

Testimoni di Geova in Russia: la sentenza e la reazione

Tra le azioni commesse dallo Stato russo ci sono la messa al bando della letteratura religiosa dei Testimoni di Geova, la chiusura del sito web, la revoca del permesso di distribuire opuscoli, lo scioglimento delle congregazioni, i procedimenti penali nei confronti di centinaia di persone per aver professato la propria fede, la detenzione di oltre 90 persone e la confisca delle proprietà.

I testimoni di Geova sono soddisfatti per la decisione della Cedu:

«La Corte ha riconosciuto che i testimoni di Geova sono cittadini rispettosi della legge ingiustamente perseguiti e imprigionati in Russia a motivo della discriminazione religiosa. Ci auguriamo che la Russia si attenga alle indicazioni della Corte di fermare le persecuzioni e liberare i testimoni che sono attualmente in carcere», ha detto Alessandro Bertini, portavoce dei testimoni di Geova in Italia.

Ma sono anche preoccupati, perché dal 15 marzo la Russia non fa più parte del Consiglio d’Europa e il 7 giugno il Parlamento russo ha adottato due leggi con cui esclude la Russia dalla giurisdizione della Corte europea e fissa al 15 marzo la data oltre la quale le sentenze di condanna non saranno rispettate.

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Agenti della polizia locale e del Servizio Federale di Sicurezza fanno irruzione in casa di un testimone di geova a Nižnij Novgorod – Foto: jw.org

Persecuzione religiosa in Russia: storia dei testimoni di Geova

Presenti in Russia fin dalla fine dell’Ottocento, i testimoni di Geova sono stati messi al bando con la Rivoluzione bolscevica del 1917 e perseguitati durante il periodo sovietico. Dopo la caduta dell’Urss e con la nuova legge russa sulla religione, sono stati riconosciuti: oggi sono circa 175 mila riuniti in 400 congregazioni.

Nel 2007 sono stati accusati da un pubblico ministero di rappresentare una minaccia per la società e portare avanti attività pericolose per la salute fisica, mentale e morale dei loro membri e, sulla base di una legge del 2002 contro l’estremismo, sono iniziate persecuzioni, interrogatori, arresti, processi, perquisizioni e confische. Nel 2017 la Corte suprema russa ha vietato di professare la religione dei testimoni di Geova nel Paese.

Dopo aver perso diverse cause in Russia, i testimoni di Geova si sono rivolti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che con la sentenza dello scorso 7 giugno ha ordinato alla Russia di interrompere tutti i procedimenti penali in corso contro i testimoni di Geova e liberare chi è stato imprigionato. Sono 94 quelli detenuti in Russia (in totale nel mondo sono più di 156), 128 in libertà vigilata, 454 inseriti nella liste di estremisti e terroristi e 631 perseguiti penalmente.

La Corte, inoltre, ha stabilito che la Russia deve restituire le proprietà confiscate o pagare un risarcimento. E ha dichiarato che la definizione di “estremismo” utilizzata per accusare i testimoni di Geova, è troppo generica ed è stata abusata per perseguire i fedeli o i ministri religiosi solo sulla base delle loro credenze.

La Russia esce dalla Corte europea dei diritti dell’uomo

La sentenza della Cedu potrebbe avere però solo un impatto simbolico. Da tre mesi, infatti, la Russia non è più membro del Consiglio d’Europa, organizzazione a cui aveva aderito nel 1996 sotto la presidenza di Boris Yeltsin. In seguito all’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo, il Comitato dei ministri, l’organo politico del Consiglio d’Europa, ha sospeso il diritto della Russia ad essere rappresentata nell’assemblea e nel comitato stesso a partire dal 25 febbraio.

In seguito alla sospensione, Dmitry Medvedev, ex primo ministro russo, ha detto che «è una buona opportunità per ripristinare alcune importanti istituzioni per prevenire i crimini più gravi, come la pena di morte».

Il 15 marzo il Comitato dei ministri ha deciso all’unanimità che la Russia non era più membro del Consiglio d’Europa.

«Questa scelta è stata fatta solo un’altra volta in passato, alla fine degli anni ’60 in seguito al colpo di Stato dei colonnelli in Grecia. Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa stava per espellere la Grecia ma questa si ritirò un attimo prima», spiega Emanuele Sommario, professore associato di Diritto internazionale e direttore del Master in diritti umani e gestione del conflitto della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa.

Quando ha capito che stava per essere espulsa, la Russia ha cercato di fare la stessa cosa facendo valere l’articolo 7 dello statuto del Consiglio d’Europa che permette a ogni Stato di ritirarsi. Ma il Consiglio d’Europa ha fatto sapere che a valere è la decisione di espellere la Russia e non quella del Paese di andarsene.

Per 6 mesi dopo il ritiro o l’espulsione, il Paese (in questo caso la Russia) è però ancora soggetto alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. «Tutti i crimini che, presumibilmente, i russi stanno commettendo in Ucraina e le violazioni che hanno luogo in Russia e fuori dal Paese se commesse da agenti dello Stato russo fino al 16 settembre saranno ancora soggette alla giurisdizione della Corte», aggiunge Sommario.

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Gli arresti, i procedimenti penali, le custodie cautelari e le condanne fino a 7 anni di carcere hanno coinvolto molte persone anziane di 60, 70 e 80 anni, anche seriamente malate – Foto: jw.org

Russia e Cedu, un rapporto burrascoso da tempo

Per portare un caso davanti alla Cedu è necessario esaurire i ricorsi interni. I testimoni di Geova che hanno vinto il ricorso lo scorso 7 giugno hanno prima cercato di avere giustizia in Russia e poi si sono rivolti alla Corte europea. In concreto, però, ci sono poche probabilità che quella sentenza venga rispettata.

«Un quarto di tutti i ricorsi presentati alla Cedu riguardano la Russia. Si tratta di circa 20 mila casi. Ma a fronte di questi casi e delle molte condanne, il livello di risposta della Russia è molto basso: solo nel 10% dei casi che la vedono responsabile rispetta le decisioni della Corte. La mia aspettativa è che, se anche qualcuno portasse un caso a Strasburgo e vincesse, poi con la sentenza ci può far poco», dice Sommario.

I rapporti tra la Russia e la Corte non sono buoni da molto tempo. Dopo l’invasione della Crimea da parte della Russia nel 2014, il Consiglio d’Europa aveva tolto alcuni diritti al Paese, tra cui il diritto di voto dei parlamentari russi nell’assemblea. «E la Russia ha risposto togliendo il sostegno finanziario alla Cedu, mettendola in difficoltà. Adesso i segnali che riceviamo sono di ulteriore chiusura», aggiunge il docente.

Diritti umani in Russia: la situazione ora può peggiorare

Anche se la Russia ha l’obbligo di cooperare con la Cedu fino a metà settembre, in pratica sta già adottando una politica di disimpegno totale e per chi ha subito violazioni e ha ottenuto una sentenza di condanna, come i testimoni di Geova, non cambierà granché.

«Già prima la Russia dava seguito a un numero molto basso di sentenze che la trovavano responsabile. Oggi mi aspetto che, se condannata, non reagirà per nulla. Dirà che le sentenze sono statement politici, che la Corte non ha alcuna autorità ed è uno strumento dell’Occidente, così come vengono considerati tutti i forum internazionali che hanno preso posizione contro l’invasione dell’Ucraina», dice Sommario.

Il rischio però è che la situazione dei diritti umani peggiori. Anche se la maggior parte delle sentenze della Cedu non venivano ascoltate (per quanto vincolanti), ricorrere alla Corte europea era comunque un modo per chi vedeva violati i propri diritti per far conoscere la questione all’opinione pubblica internazionale, per fare pressione sul Paese, come nel caso di Aleksej Navalny, l’oppositore politico russo in carcere dal gennaio 2021. «Ora questa possibilità non c’è più. Chi ha subito una violazione da parte dello Stato russo potrà cercare giustizia solo nel sistema giuridico russo, con tutti i problemi che ha», conclude Sommario.

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