Pena di morte nel mondo: le esecuzioni tornano a crescere, ma diminuiscono i Paesi

Tornano a crescere le condanne e le esecuzioni, anche se sono sempre meno i Paesi che prevedono la pena capitale nel proprio ordinamento. Ecco la mappa completa della situazione: il nuovo report annuale di Amnesty International fa il punto della diffusione della pena di morte nel mondo nel 2021

Lo scorso anno sono state emesse 2.052 condanne a morte in 56 Paesi del mondo: +40% rispetto al 2020. È questo il preoccupante bilancio sulla pena di morte nel 2021 del report annuale di Amnesty International su questo tema.

Secondo il documento, ad aumentare non solo state soltanto le condanne capitali, ma anche le esecuzioni, che nel 2021 sono state 579, il 20% in più dell’anno prima, quando i tribunali avevano rallentato il ritmo a causa dell’emergenza sanitaria causata dal Covid-19.

Pena di morte nel mondo 2021: più esecuzioni in Iran e Arabia Saudita

Dopo il calo nel 2020, Iran e Arabia Saudita hanno nuovamente intensificato le esecuzioni, violando anche i divieti sanciti dal Diritto internazionale dei diritti umani. «Una tendenza che non sembra placarsi nemmeno nei primi mesi del 2022», ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

L’Iran da solo è il Paese che ha contribuito di più all’aumento del numero globale delle pene capitali: nel 221 sono state eseguite 314 condanne capitali, segnando un drammatico record dal 2017. Tra i giustiziati ci sono stati anche molti condannati per reati legati alla droga, una chiara violazione della legge che vieta l’uso della pena di morte per reati diversi da quelli che coinvolgono l’omicidio intenzionale.

Non è andata meglio in Arabia Saudita, che ha più che raddoppiato il numero di esecuzioni. Uuna tendenza confermata nel 2022, con il macabro record di 81 persone giustiziate in un solo giorno a marzo.

Unica nota positiva, il dato globale delle esecuzioni resta tra i più bassi degli ultimi 10 anni, secondo dopo quello del 2020.

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La mappa delle condanne a morte: Bangladesh, India e Pakistan i peggiori

Bangladesh, India e Pakistan sono i Paesi con pena di morte che hanno fatto registrare i picchi maggiori, con rispettivamente 181, 144 e 129 condanne capitali nel 2021 (nel 2020 erano 113, 77 e 49).

«Invece di proseguire nel trend negativo del 2020, alcuni Paesi sembrano mostrare un’inquietante foga nell’emettere pene capitali, con un disprezzo per il diritto alla vita, insensibili anche nei confronti delle crisi globali in corso», ha commentato Agnès Callamard.

A questo si aggiunge il fatto che il numero totale delle pene capitali e delle esecuzioni indicate nel report non includono quelle che Amnesty International individua come centinaia in Cina (che continua a non divulgare questo dato), ma anche in Corea del Nord e Vietnam. In questi Paesi, infatti, i documenti sono secretati e i ricercatori non hanno accesso alle informazioni che permettono di monitorare le esecuzioni. Anche per altri Paesi, inoltre, i numeri dichiarati possono essere considerati come la cifra minima da cui partire.

«Da quello che abbiamo potuto vedere, l’uso della pena capitale in Cina, Corea del Nord e Vietnam ci mette molto in allarme», ha detto Agnès Callamard.

Pena di morte nel mondo oggi: diritto internazionale violato

In diversi Paesi la pena di morte nel 2021 ha continuato a essere inflitta anche in violazione della legge internazionale sui diritti umani.

In Iran si mantiene la pena di morte obbligatoria per il possesso di determinati tipi e quantità di droghe⁠⁠ con un numero di esecuzioni per reati di questa sorta nel 2021 di oltre cinque volte superiore (132) al 2020 (23).

Non solo: anche il numero noto delle donne giustiziate è passato da 9 a 14, mentre le autorità iraniane hanno continuato la loro aberrante violazione dei diritti dei minori giustiziando tre persone che avevano meno di 18 anni al momento del crimine, contrariamente agli obblighi del diritto internazionale.

Altri esempi di violazione riportati da Amnesty International sono le pene capitale inflitte a persone con disabilità psico-fisica o intellettiva, registrate in numerosi Paesi, tra cui Giappone, Maldive, Singapore e Stati Uniti.

Pene di morte sono state inoltre imposte senza il rispetto degli standard internazionali per processi equi in Algeria, Bangladesh, Camerun, Egitto, Iran, Myamar, Nigeria, Pakistan, Arabia Saudita, Singapore e Yemen.

Confessioni tramite tortura hanno inoltre portato alla morte persone in Egitto, Iran, Arabia Saudita e Yemen.

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Paesi che usano la pena capitale come strumento di repressione: la mappa

In Arabia Saudita, il 15 giugno 2021 è stato giustiziato Mustafa al-Darwish, un giovane della minoranza sciita accusato di aver partecipato a violente proteste antigovernative dopo un processo gravemente iniquo basato su una confessione estorta attraverso la tortura.

Mustafa è solo una delle vittime di un sistema giudiziario perverso e come per lui  in diversi altri Paesi la pena di morte è stata impiegata come strumento di repressione statale contro minoranze e difensori dei diritti, con i governi che hanno mostrato un totale disprezzo per la salvaguardia stabilita dal diritto internazionale in materia di diritti umani.

Un allarmante aumento dell’uso della pena di morte ai sensi della legge marziale è stato registrato in Myanmar, dove i militari hanno trasferito l’autorità di processare casi civili ai tribunali militari, che hanno condotto procedimenti sommari senza diritto di appello. Quasi 90 persone sono state arbitrariamente condannate a morte, molte in contumacia, in quella che è stata ampiamente percepita come una campagna mirata contro manifestanti e giornalisti.

Le autorità egiziane hanno continuato a ricorrere alla tortura e alle esecuzioni di massa, spesso a seguito di processi iniqui davanti ai tribunali di sicurezza dello Stato di emergenza, mentre in Iran le condanne a morte sono state usate in modo sproporzionato contro membri di minoranze etniche per accuse vaghe come “inimicizia contro Dio”. Almeno il 19% delle esecuzioni registrate (61) erano membri della minoranza etnica Baluchi, che costituisce il 5% circa della popolazione iraniana.

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Verso l’abolizione della pena di morte nel mondo: l’analisi di Amnesty International

Nonostante questi sviluppi allarmanti, i segnali positivi di una tendenza globale all’abolizione della pena di morte sono continuati nel 2021. Per il secondo anno consecutivo, il numero di Paesi dove è in uso la pena capitale è stato il più basso da quando Amnesty International ha iniziato a pubblicare il report.

La Sierra Leone ha adottato nel 2021 una nuova legge che abolisce la pena di morte per tutti i reati, sebbene non sia ancora entrata in vigore. A dicembre 2021, anche il Kazakistan ha abolito la pena di morte per tutti i reati, mentre ill governo della Papua Nuova Guinea ha avviato una consultazione nazionale sulla pena di morte, che ha portato all’adozione di un disegno di legge sull’abolizione a gennaio 2022.

Anche il governo della Malesia a fine 2021 ha annunciato che avrebbe presentato riforme legislative sulla pena di morte nel terzo trimestre del 2022. E, nella Repubblica Centrafricana e in Ghana, i legislatori hanno avviato processi legislativi per abolire la pena di morte, che per ora rimane in vigore.

Negli Stati Uniti, la Virginia è diventata il 23esimo stato abolizionista e il primo stato del sud ad aver abolito la pena di morte, mentre, per il terzo anno consecutivo, l’Ohio ha riprogrammato o interrotto tutte le esecuzioni stabilite. La nuova amministrazione statunitense ha anche stabilito una moratoria temporanea sulle esecuzioni federali a luglio. Il 2021 ha segnato il numero più basso di esecuzioni negli Stati Uniti dal 1988.

«​​Quei pochi Paesi che ancora mantengono la pena di morte sono avvisati: un mondo senza omicidi sanzionati dallo stato non solo è immaginabile, ma è vicino e continueremo a batterci per questo. Continueremo a esporre l’intrinseca arbitrarietà, discriminazione e crudeltà di questa punizione fino all’ultimo condannato. È giunto il momento che la pena capitale, così crudele, disumana e degradante sia consegnata ai libri di storia», ha concluso Agnès Callamard.

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