Myanmar: il vero prezzo del rubino birmano

I rubini del Myanmar, commerciati nei mercati internazionali, finanziano le atrocità dei militari birmani. Lo denuncia la ong Global Witness, che fa anche i nomi di alcune delle società coinvolte

da Chiang Mai (Thailandia)

Il rischio che alcuni dei gioiellieri più famosi del mondo vendano rubini provenienti dalle miniere insanguinate e controllate dai militari del Myanmar e quindi finanzino le atrocità del regime al potere dal primo febbraio scorso, è concreto.

A lanciare l’allarme è un dettagliato rapporto di 71 pagine pubblicato pochi giorni fa dall’ong Global Witness, che cita grandi marchi, come Graff, Bulgari, Van Cleef & Arpels e Sotheby’s.

«Degli oltre trenta gioiellieri internazionali, case d’asta e rivenditori di massa che abbiamo contattato, la maggior parte non disponeva di adeguate misure per determinare le fonti delle pietre preziose che acquistano», ha spiegato Clare Hammond, ricercatrice per il Myanmar dell’organizzazione.

Nel documento si legge che solo quattro grandi società (Tiffany, Signet, Boodles e Harry Winston), hanno dichiarato pubblicamente di non acquistare più nulla dal Paese asiatico.

Il problema principale è che i rubini finiscono poi principalmente su mercati esteri per essere trattati e le compagnie si nascondono dietro la complessità della catena di rifornimento delle pietre preziose che oscura le origini quando vengono vendute sul mercato globale. «I marchi di lusso stanno nascondendo la testa sotto la sabbia e vendono rubini che molto probabilmente finanzieranno conflitti a consumatori inconsapevoli», ha aggiunto l’esperta.

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Rubini Myanmar: un mercato da centinaia di milioni

Il Myanmar è uno dei due maggiori fornitori di rubini al mondo. Circa il 90% della sua estrazione avviene a Mogok, una città nella regione di Mandalay. L’altra area importante è quella di Mong Hsu, nello stato Shan.

La maggior parte delle miniere operative sono controllate o associate al Myanma Economic Holdings Limited, uno dei due principali conglomerati gestiti dal Tatmadaw, l’esercito birmano. L’altro è il Myanmar Economic Corporation, che sarebbe implicato in altri sporchi affari che arricchiscono la giunta al potere.

Nel rapporto di Global Witness, che si basa su ricerche effettuate dal 2017 al 2021, viene stimato che l’industria dei rubini del Paese ha un valore che si aggira tra i 346 e i 415 milioni di dollari l’anno. Il documento sottolinea anche che c’è stato un boom dell’estrazione clandestina di pietre preziose proprio dopo golpe.

«Le entrate di questo lucroso commercio hanno permesso all’esercito del Myanmar di consolidare potere e finanziare le atrocità in atto, incluso il colpo di stato del febbraio 2021», ha affermato Hammond.

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myanmar rubini
Rubini e altre pietre preziose – Foto: via Pixabay

Dalla miniera alla gioielleria: i rubini del Myanmar che finanziano i militari

L’attività di esportazione di pietre preziose del Myanmar dipende principalmente da mostre che generano ingenti somme di denaro per la giunta militare attraverso le tasse. Secondo i dati forniti dal Myanma Gems Enterprise (società pubblica che gestisce le licenze di sfruttamento), una di queste fiere nel 2019 ha generato oltre 498 milioni di dollari di ricavi.

Il consiglio militare ha in programma di tenerne una a breve a Naypyidaw, la capitale economica del Paese, e questo vorrebbe dire avere ulteriori fondi che i generali birmani potrebbero usare per compiere nuove violenze sulla popolazione che da mesi si sta battendo contro il colpo di Stato.

«Questi fondi serviranno al regime per sostenersi e finanziare l’acquisto di armi usate per opprimere violentemente la popolazione del Myanmar», ha dichiarato la ricercatrice.

Stop alle pietre preziose birmane: l’appello alla comunità internazionale

Proprio per questo, Global Witness ha chiesto norme più ampie per garantire un approvvigionamento etico e responsabile da aree colpite dal conflitto come il Myanmar, nonché un’applicazione adeguata in linea con la guida dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. L’organizzazione ha inoltre esortato le aziende locali di gemme a fermare le operazioni minerarie illegali e a boicottare gli empori di giada e pietre preziose gestiti dal Tatmadaw.

«C’è bisogno di un’azione internazionale più forte per assicurare che i militari non possano fare delle risorse naturali una via di salvezza per il suo regime illegittimo. Questo deve includere il divieto di importazione delle pietre preziose dal Myanmar, oltre a misure finanziarie e bancarie più dure per isolare la giunta birmana dal sistema economico internazionale», si legge nel rapporto dell’organizzazione.

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Myanmar: i militari colpevoli di torture e omicidi di massa

Almeno 40 civili sono morti dopo atroci torture e i loro corpi sono stati gettati in fosse comuni. Questo è quanto emerge da un’inchiesta della Bbc pubblicata pochi giorni fa, grazie alla testimonianza di undici civili scampati ai massacri che, attraverso Myanmar Witness, una organizzazione non governativa con sede nel Regno Unito che indaga sulle violazioni dei diritti umani nel Paese, ha fornito filmati e fotografie della mattanza.

Si tratta di quattro distinti episodi avvenuti a Kani Township, nel distretto di Yinmabin, una delle roccaforti dell’opposizione al governo militare. Le uccisioni sarebbero state punizioni collettive per controllare le ribellioni in atto.

La retata più violenta è avvenuta nel villaggio di Yin, dove almeno 14 persone sono state torturate a morte e poi gettate in una vera e propria fossa comune. Le vittime, secondo i testimoni, sarebbero state legate con delle corde e poi picchiate prima di essere giustiziate.

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Myanmar: i testimoni parlano dei crimini dell’esercito birmano

«Non potevamo continuare a guardare. Abbiamo tenuto la testa bassa e abbiamo pianto», ha riferito alla Bbc una donna a cui hanno ucciso il fratello, il nipote e il cognato. «Abbiamo implorato, abbiamo chiesto di smettere, ma all’esercito non importava. Alle donne hanno chiesto di recitare le loro ultime preghiere per i loro cari perché a breve li avrebbero uccisi».

Un uomo che è riuscito a sfuggire al massacro, riferisce l’emittente britannica, ha detto che i soldati hanno inflitto orribili abusi per ore prima che le persone morissero.

«Sono stati legati, picchiati con pietre e calci di fucile e torturati tutto il giorno», ha aggiunto.

Almeno 1.300 persone uccise dai militari dal colpo di Stato

Dopo il colpo di Stato del 1° febbraio, centinaia di migliaia di persone sono scese per le strade del Paese per manifestare contro i militari e per chiedere la liberazione di Aung San Suu Kyi e degli altri politici arrestati. Le proteste sono state subito represse nel sangue.

Fino ad oggi, secondo quanto riporta l’associazione non governativa Assistance Association for Political Prisoners, sono state uccise più di 1.300 persone e oltre 10 mila sono state arrestate. Ma i numeri reali, come abbiamo più volte scritto su Osservatorio Diritti, potrebbero essere molti di più.

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