Personale penitenziario: ecco chi deve garantire i diritti umani in carcere

Cosa prevedono gli standard internazionali in merito al personale penitenziario e qual è la situazione in Italia. A partire dalla formazione, un elemento essenziale ai fini del trattamento e del reinserimento dei detenuti

di Marianna Marzano

«La pietra angolare di un sistema carcerario umano sarà sempre un personale carcerario opportunamente arruolato e formato, che sappia come adottare gli appropriati atteggiamenti nei propri rapporti con i detenuti e vedere il proprio lavoro più come una vocazione che come un mero lavoro». È così che il Comitato europeo per la Prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (Cpt) descrive la sua visione del personale carcerario in un estratto dall’undicesimo rapporto generale (scarica qui il Pdf).

Il Comitato è stato istituito nell’ambito del Consiglio d’Europa in virtù della Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, entrata in vigore nel 1989, e svolge la sua funzione attraverso visite periodiche e ad hoc negli Stati membri.

In un estratto dal suo secondo rapporto generale, il Cpt evidenzia l’importanza attribuita alla formazione del personale penitenziario, che dovrebbe includere l’educazione sui temi dei diritti umani, sottolineando che «non esiste forse miglior garanzia contro i maltrattamenti verso una persona privata della propria libertà di una polizia adeguatamente preparata».

Tuttavia, come recentemente accaduto in più occasioni nel nostro Paese, la polizia penitenziaria è spesso protagonista di atteggiamenti autoritari e violenti sui carcerati (leggi anche Violenze in carcere: tutte le denunce da Torino a Santa Maria Capua Vetere).

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personale polizia penitenziaria
Foto: Julien (via Flickr)

Personale penitenziario: standard minimi sulla formazione

I punti di riferimento in termini di standard minimi di tutela in ambito penitenziario sono le Nelson Mandela Rules (il Pdf) e le Regole penitenziarie europee (il Pdf). Le Nelson Mandela Rules, adottate dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre del 2015, sono 122 regole e costituiscono il risultato di un lunghissimo percorso di negoziati iniziati nel 2010. Le Regole penitenziarie europee sono state approvate dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa nel 2006 e aggiornate nel luglio 2020.

Nella consapevolezza delle differenze di ciascun ordinamento nazionale, l’obiettivo è fissare una serie di standard minimi per uniformare il trattamento penitenziario. In entrambi i testi si trovano disposizioni dedicate alla formazione del personale: nelle Mandela Rules sono le regole dalla 74 alla 82, mentre nel sistema europeo è la parte V, dalla regola 71 alla regola 91.

Il primo aspetto su cui è posto l’accento in entrambi i corpi normativi è la funzione sociale attribuita al personale penitenziario. Nel Principio fondamentale 8 delle Regole penitenziarie europee viene stabilito che «il personale penitenziario svolge una missione importante di servizio pubblico e il suo reclutamento, la formazione e le condizioni di lavoro devono permettergli di fornire un elevato livello di presa in carico dei detenuti». Viene inoltre stabilito che i doveri del personale vanno oltre quelli di semplice sorveglianza, ma sono volti alla facilitazione del reinserimento sociale dei detenuti.

Alla regola 75 delle Mandela Rules viene stabilito che il personale deve essere formato sulla normativa nazionale e sugli strumenti internazionali e regionali sulla tutela dei diritti dell’uomo, le cui disposizioni devono guidare le interazioni del personale del carcere con i detenuti. Centrale è la formazione rispetto al tema della salute e della sicurezza, in particolare sulla sorveglianza dinamica.

Disposizioni dettagliate sono dedicate all’uso della forza: nelle Regole penitenziarie è descritto dalla regola 64 alla 67 ed è previsto solo in quantità minima necessaria e come ultima risorsa, per il tempo strettamente necessario, regolandone le modalità. Formazione particolare viene richiesta al personale chiamato a lavorare con gruppi specifici di detenuti – stranieri, donne, minorenni, malati psichici.

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figure professionali nelle carceri
Laboratorio Sartoria in Cascina Cuccagna – Foto: Donne oltre le mura

Il rapporto tra personale e detenuti nel report del Cpt sulle carceri italiani

Una delle recenti analisi sul personale carcerario in Italia è costituita dal report pubblicato dal Cpt circa un’indagine condotta tra il 12 e il 22 marzo 2019 presso alcune carceri italiane. Il Comitato ha rilevato l’inadeguatezza del personale penitenziario nel relazionarsi in maniera pacifica con i detenuti, in particolare se provenienti da culture differenti.

Il Cpt raccomanda che l’amministrazione penitenziaria proceda, oltre che all’uso di telecamere posizionate in “punti ciechi”, ad una formazione del personale penitenziario sulla gestione di situazioni di conflitto senza l’uso della forza fisica.

Nel rapporto una persona denuncia di essere stata colpita alla schiena da otto agenti che l’avrebbero ripetutamente colpita con calci e pugni per poi, ricondotta nella sua cella, intimargli di «comportarsi come un uomo».

Andrebbe inoltre rafforzato il concetto di sorveglianza dinamica, che per l’United Nation Office on Drugs and Crime (Unodc) si basa sullo sviluppo di relazioni positive tra il personale e i detenuti e sulla conoscenza, da parte del personale carcerario, delle situazioni personale dei singoli detenuti, compresi i potenziali rischi dal punto di vista della sicurezza.

In Italia la circolare del 13 Luglio 2013 “Linee guida sulla sorveglianza dinamica” ha previsto l’apertura delle celle durante il giorno, affermando il primo passo verso l’attuazione di questo modello, che però richiede un investimento maggiore sull’aspetto relazionale. Secondo il Comitato, porre enfasi sulle abilità di comunicazione interpersonale ridurrà il rischio di maltrattamenti, aumenterà la sicurezza e contribuirà al miglioramento della qualità della vita negli istituti carcerari.

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amministrazione penitenziaria
Copertina del “Dossier sulla strage al carcere Sant’Anna” a cura del Comitato Verità e Giustizia per i morti del Sant’Anna

Figure professionali nelle carceri: il personale della polizia penitenziaria in Italia

Il personale penitenziario è composto da una moltitudine di attori: la polizia penitenziaria, i funzionari amministrativi, i funzionari giuridico-pedagogici (educatori), i direttori e vice-direttori, i mediatori culturali, i volontari.

Secondo l’ultimo rapporto di Antigone, Associazione italiana che si occupa di diritti umani e garanzie nel sistema penale, i poliziotti penitenziari sono le figure professionali maggiormente presenti all’interno delle carceri italiane: la percentuale dei poliziotti rispetto al totale dei dipendenti è dell’83,6%, rispetto ad una media europea che si colloca al 69,3 per cento.

Nonostante la polizia penitenziaria presenti una carenza di organico del 12,3% (non omogeneamente distribuita lungo il territorio nazionale), il numero di detenuti per ogni agente è a 1,9, vale a dire quasi un agente ogni 2 detenuti, dato più alto della media europea, che si ferma a 2,6.

Con la legge n. 395 del 1990, la Polizia Penitenziaria è stata istituita corpo civile, sotto la direzione del ministero di Giustizia, presso il dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria.

Oltre la smilitarizzazione, la legge attribuisce a tale personale un ruolo più dinamico, come si legge all’art. 5, secondo cui il corpo di polizia penitenziaria «partecipa, anche nell’ambito di gruppi di lavoro, alle attività di osservazione e di trattamento rieducativo dei detenuti e degli internati…».

Ma la realtà appare ben diversa: anche la polizia si è resa responsabile in alcune occasione delle violenze perpetrate dalle forze dell’ordine in Italia.

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Il ruolo del personale penitenziario nel trattamento dei detenuti

Alla mancata incisività del ruolo della polizia penitenziaria nel trattamento dei detenuti si aggiunge la carenza organica del personale educativo. Gli educatori sono 774, mentre l’organico previsto è di 895 persone (ovvero -13,5%), cioè 1 educatore ogni 79 detenuti.

Con un numero così scarso di educatori, le attività trattamentali vengono private di quel ruolo centrale attribuito loro dagli standard minimi internazionali e verrebbero quasi totalmente trascurate se non fosse per i volontari.

Secondo gli standard minimi internazionali e le posizioni del Comitato europeo per la Prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, il personale penitenziario occupa un ruolo chiave nel percorso di trattamento dei detenuti in carcere.

In tal senso, appare necessario rafforzare tali figure attraverso una formazione orientata alla tutela dei diritti umani nonché potenziare il concetto di sorveglianza dinamica.

Come proposto da Antigone, l’amministrazione penitenziaria potrebbe approvare un codice etico in linea con la Raccomandazione 2012/5 del Consiglio d’Europa e la Risoluzione 34/169 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1979, per restituire al personale penitenziario, attraverso un modello condiviso, quella funzione fondamentale nel «facilitare il raggiungimento dello scopo della pena detentiva, ovvero il reinserimento sociale dei detenuti e degli internati, da attuarsi tramite un programma individualizzato di attività costruttive».

1 Commento
  1. Daniele dice

    Leggendo l articolo, e lavorando in carcere, ho potuto notare come l’indice accusatorio sia alzato nei confronti dei Poliziotti, le parole scritte sono condizionate dai fatti di Santa Maria Capua Vetere e dalle immagini trasmesse dai media nazionali,in merito ai fatti dei giorni precedenti dove una rivolta nello stesso istituto aveva di fatto consegnato il carcere in a mano alla delinquenza non vi è traccia, come non vi è traccia dell’aumento di reati all’ interno delle carceri italiane con l’avvento dell’ apertura delle celle e della famosa sorveglianza dinamica, non ho trovato scritto niente a riguardo delle molteplice aggressioni al personale di Polizia Penitenziaria che con feriti quotidiani. In merito alla formazione del personale vi assicuro che l amministrazione penitenziaria è assente non produce corsi specifici ne per migliorare le capacità rieducative degli agenti ne quelle per la difesa personale, spesso c è un agente da solo in mezzo a 50/60/70 detenuti,da solo e senza armi difensive, al massimo una penna, usata come deterrente per eventuali rapporti disciplinari che il più delle volte consigli disciplina cestinano, per non parlare dei turni massacranti che spesso, gli agenti sono costretti a fare; molti di loro con un età di 50 o piu anni. Dirigenti di ogni livello soprattutto centrale che non hanno la minima volontà di migliorare le condizioni lavorative ma anzi sono sempre pronti a paggiorarle. La meritocrazia non esiste gli anni d esperienza in posti di servizio non vengono considerati, i corsi di formazione fatti (quando li facevano) vengono sminuiti con la rotazione triennale.
    I vari corsi che si potrebbero fare sulla comunicazione sulle tecniche di deescalation,parola tanto cara al DAP,non sono neanche allo studio,e la colpa secondo il VS articolo è della violenza della polizia penitenziaria, che la dove si sia verificato un abuso di potere è sempre stato denunciato se non fermato dagli stessi appartenenti del corpo.
    Ringrazio per il tempo e lo spazio

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