Messico, migranti bloccati a Tapachula: nessuno deve arrivare negli Usa

Tra agosto e inizio settembre almeno cinque carovane di migranti sono partite da Tapachula, Messico, in direzione nord. La maggior parte è stata bloccata con la violenza dalle forze dell’ordine messicane. Tapachula ospita almeno 120 mila migranti che denunciano di sentirsi "sequestrati"

“Operazioni di contenimento delle carovane”, questo il nome che la Guardia nazionale e gli agenti dell’Istituto nazionale di migrazione (Inm) danno ai violenti e indiscriminati attacchi ai quali abbiamo assistito nei giorni scorsi alle carovane che da Tapachula cercano di uscire dallo Stato del Chiapas, nel sud del Messico, per proseguire verso gli Stati Uniti.

Sono decine i video che mostrano la brutalità e la ferocia con la quale vengono picchiate e trattenute le persone migranti in viaggio lungo la strada. Sono stati documentati anche casi nei quali le carovane sono state attaccate mentre bivaccavano o semplicemente cercavano di far rifiatare i più deboli, come ad esempio il caso de minori o delle donne incinte.

L’Inm ha cercato di correre ai ripari di fronte alle denunce arrivate da più parti e il 31 agosto in comunicato ha confermato la sospensione di due agenti che apparsi in un video mentre prendevano a calci un migrante.

Messico, proteste contro la gestione dell’immigrazione

Dal 23 agosto si sono registrate forti proteste a Tapachula per denunciare la situazione di limbo nella quale vengono tenuti decine di migliaia di migranti in città. Vigilati dalle forze dell’ordine, senza una risposta amministrativa da parte della autorità per l’accesso ad un permesso di soggiorno, non possono spostarsi dalla città e corrono continuamente il rischio di essere arrestati.

La autorità messicane dal canto loro hanno chiesto ai migranti di muoversi per il Paese in modo sicuro, ordinato e solo quando il loro status migratorio sia stato regolarizzato: non in carovana, insomma. Il problema però, come sostengono i manifestanti, è che il processo amministrativo di regolarizzazione è praticamente bloccato, creando una vera e propria situazione di limbo giuridico nel quale si sentono sequestrati.

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Un migrante indica la mappa del Messico con il dito – Foto: ProtoplasmaKid (Wikimedia Commons)

Migranti in Messico: l’ordine è di non farli partire per gli Usa

Le carovane che partono da Tapachula sono estremamente eterogenee. La loro composizione è caratterizzata da varianti etniche, di nazionalità, di età e di genere. Questa città di frontiera si è trasformata in una specie di “isola che non c’è”, un luogo non luogo, nella quale le vite di decine di migliaia di persone vengono lasciate sospese.

La frontiera con il Guatemala, che corre lungo il fiume Suchiate, è ormai chiusa da tempo e presidiata militarmente dalla Guardia nazionale. Nonostante i controlli e la brutale repressione, sono centinaia le persone che rischiano la loro integrità fisica per entrare comunque in territorio messicano e provare, una volta giunte a Tapachula, a fare richiesta di un permesso di soggiorno negli uffici della Commissione messicana per l’aiuto ai rifugiati (Comar).

I lavori della commissione però vanno a rilento, un po’ per le misure restrittive adottate per la pandemia, un po’ per il generale ordine governativo,  figlio degli accordi di giugno con gli Usa, dopo il viaggio di Kamala Harris in Messico: non far passare i migranti e creare un vero e proprio cono di bottiglia nella frontiera sud.

Il processo per la richiesta di rifugio in Messico stabiliva un tempo di attesa tra i 45 ei 90 giorni, a seconda dei casi, più 10 giorni di attesa per la notifica. A marzo 2020 è stato però emesso un decreto che sospende tali termini (a causa delle restrizioni dovute alla pandemia di Covid-19) e in questo momento il tempo minimo di attesa per regolarizzare lo status migratorio si attesta dai 3 mesi in su.

Migliaia di migranti al confine con il Guatemala

Già ad aprile scorso, con il nuovo arrivo di quasi mille migrati haitiani, il bilancio della situazione in città era drammatico. Le agglomerazioni sono impossibili da controllare e vengono violate continuamente le misure igienico-sanitarie di base per la prevenzione del Covid-19. La risposta della autorità messicana è inadeguata e si basa solo sui respingimenti, lasciando in molti casi anche i minori abbandonati a se stessi.

Chi arriva a Tapachula lo fa in condizioni di estrema necessità: persone sfiancate dal lungo viaggio che le ha viste partire in maggioranza da Haiti, Venezuela, Cuba e dai Paesi centroamericani etichettati come Triangolo Nord (Honduras, El Salvador e Guatemala).  Solo a marzo, 17.445 migranti erano stati registrati nella frontiera sud del Messico e di questi 3.139 erano minori di età.

La situazione prosegue ormai da anni, come ci ricorda un dettagliato rapporto dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni del 2019, che oltre spiegare e descrivere il tipo di risposta umanitaria necessaria in città, certificava a luglio 2019 il registro ufficiale da parte delle autorità messicane di 34.708 persone migranti di 18 nazionalità diverse.

L’Esercito zapatista: «Trattamento disumano per migranti in Messico»

Di fronte a tali e tante violazioni dei diritti umani anche l’Esercito zapatista di liberazione nazionale ha diffuso un comunicato con data 4 settembre. Nel documento, firmato dai Subcomandante insorgente Moisés e dal Subcomandante Insorgente Galeano, si legge quanto segue:

«Negli ultimi giorni abbiamo assistito al trattamento disumano che lo Stato messicano riserva ai migranti che cercano di uscire dalla trappola, muta e invisibile, nella quale si trovano nella città di Tapachula, Chiapas, Messico. Come nei governi precedenti a quello attuale, dopo le denunce e le rivendicazioni dei cittadini per queste crudeltà, il governo messicano promette sanzioni per gli “eccessi” commessi da agenti dell’Inm. Quella promessa è solo un’altra bugia. Agli agenti viene spiegato che questo deve essere detto pubblicamente, per evitare la pressione della cosiddetta opinione pubblica, ma che loro (gli agenti) devono continuare con i loro metodi di caccia all’uomo senza timore di subire conseguenze. Nessun migrante deve riuscire ad andare oltre il Chiapas».

Il comunicato prosegue poi spiegando come alla Guardia nazionale sia stato l’ordine di “cacciare” tutti coloro che “hanno la pelle scura”, facendo riferimento al gran numero di haitiani che conformano le carovane. Un elemento di discriminazione aggiuntivo in una situazione di massiva violazione dei diritti umani.

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Congresso nazionale indigeno, San Cristóbal de las Casas, Chiapas, Messico (2016) – Foto: Daliri Oropeza (via Flickr)

Solidarietà per affrontare la situazione dei migranti

L’Ezln critica inoltre la posizione assunta dal governo di Andrés Manuel Lopez Obrador, che nascondendosi dietro un falso progressismo di sinistra, si è trasformato nel braccio armato degli Usa nella frontiera sud.

Proprio a questo riguardo, dopo aver sottolineato che le dodici giunte del Buon Governo e la sesta commissione zapatista hanno raccolto del denaro che sarà inviato ad alcuni dei centri di accoglienza e alle organizzazioni che svolgono attività umanitarie con i migranti in Chiapas, si fa riferimento ad una necessaria azione collettiva.

«Invitiamo la Sesta Nazionale, le Reti in Resistenza e Ribellione, il collettivo “Llegó la Hora de los Pueblos”, le organizzazioni non governative e le persone di buona volontà in tutto il mondo a fare ciò che è in loro potere per, in primo luogo, fermare la caccia all’uomo condotta dall’Inm con il sostegno della Guardia nazionale e, in secondo luogo, migliorare le condizioni di vita della popolazione migrante presente in questa geografia chiamata Messico. Proprio come questi fratelli migranti e noi estemporanei, un giorno saremo tutti migranti ed estemporanei su questo pianeta. E tutti coloro che non hanno il colore del denaro, saranno perseguitati, braccati, confinati, scomparsi, eliminati. Contro la xenofobia e il razzismo, dunque, la lotta per la vita».

Anche donne e bambini in viaggio con le carovane

Come scritto dall’Eznl, l’ordine ricevuto dalla Inm e dalla Guardia nazionale sembra proprio essere quello di non fare oltrepassare lo Stato del Chiapas ad alcun migrante. Infatti, da Tapachula sono solo poco più di 40 i km per arrivare Huixtla (cittadina di 60 mila abitanti, prima tappa delle carovane), ma è già in questo breve tragitto che si scatena la brutalità delle autorità messicane.

Le carovane continuano ad essere caricate e disperse, senza alcuna considerazione per donne o bambini, le retate sono costanti e le persone vengono rinchiuse in furgoni della polizia e portate nei centri detentivi senza poter comunicare con i familiari.

I pochi fortunati che riescono ad arrivare a Huixtla, come il caso della carovana arrivata da Tapachula il 5 settembre, sono sorvegliati e tenuti sempre sotto la minaccia costante dell’azione repressiva della Guardia nazionale.

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