Violenze in carcere, denuncia alla Cartabia: «Soccorsi negati, così è morto Sasà»

Un detenuto, già autore di un esposto alla magistratura, rilancia le accuse formulate nei mesi scorsi e si rivolge direttamente alla guardasigilli. Nella lettera parla di botte e torture. Mentre altre indagini approfondiscono segnalazioni ed esposti simili

«Cariche senza motivo. Pestaggi a freddo, dopo la rivolta, con i manganelli e con i tondini di ferro usati solitamente per battere contro le sbarre e controllarne l’integrità. Altre botte durante il viaggio, dalla casa circondariale di Modena alla casa circondariale di Ascoli. Altre ancora all’arrivo. Le scarpe tolte, la nudità, i polsi ammanettati. E Salvatore Piscitelli, Sasà, privato di assistenza medica per ore e lasciato morire».

A fine novembre 2020, mesi dopo il decesso di 13 carcerati, cinque detenuti “modenesi” avevano inviato alla magistratura un drammatico esposto su presunti abusi, torture, omissioni.

Uno dei reclusi-testimoni adesso rilancia e incalza, dalla trincea di una cella, rivolgendosi direttamente a una rappresentante del governo. Ha scritto e fatto pubblicizzare un “reclamo” indirizzato alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, impegnata nel campo minato delle riforme e da tempo attiva sul fronte della tutela dei diritti dei carcerati, di chi è privato della libertà (e spesso della dignità).

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polizia penitenziaria
Otto dei novi detenuti morti durante e dopo la rivolta del carcere Sant’Anna di Modena (il nono è Salvatore Sasà Piscitelli). Dall’alto: Ali Bakili, Slim Agrebi, Erial Ahmadi, Hafedh Chouchane, Ghazi Hadidi, Artur Iuzu, Lofti Bem Mesmia, Abdellha Rouan

Sei pagine sulle presunte violenze in carcere: non c’è stata solo Santa Maria Capua Vetere

Si tratta una sorta di lettera-denuncia di sei pagine con un appello finale, resa nota attraverso i familiari e i coordinatori del Comitato verità e giustizia per la strage del Sant’Anna, come è chiamato il penitenziario emiliano.

«L’ha preparata il 5 luglio. La settimana scorsa l’abbiamo inoltrata via pec alla ministra – spiega a Osservatorio Diritti la madre dell’estensore, un 41enne, ex rapinatore di commesse  – e speriamo che lei si attivi in prima persona per i fatti di cui si parla nel testo, gli episodi già riferiti mesi fa all’autorità giudiziaria e delle cose in più. Ad oggi non c’è stato riscontro, se non la ricevuta della consegna della mail. Ma c’è speranza.

Andando a Santa Maria Capua Vetere con il premier, seppure dopo la diffusione dei video delle torture, la guardasigilli ha mandato un segnale importante. Non va lasciato cadere. Noi non ci stancheremo di chiedere la verità, tutta la verità, e l’accertamento delle responsabilità. Lo dobbiamo ai nostri ragazzi e a chi ci ha rimesso la vita».

Denunce in linea con esposti sulle torture post-rivolte

Il reclamo del figlio conferma, precisa, integra, sottolinea, interroga. Accusa. Il contenuto, pesantissimo, è da approfondire e verificare. Contrasta con le versione ufficiali fin qui venute a galla e con le ricostruzioni iniziali della magistratura, ancora al lavoro.

Ma risulta compatibile con la serie di precedenti denunce presentate nel corso dei mesi (due subito dopo la rivolta, due nell’estate 2020, l’esposto autunnale a cinque firme, un esposto del 2 febbraio 2021, la nota di Antigone) e confluite nei fascicoli d’inchiesta in itinere, un doppio ramo modenese (su presunti pestaggi e torture e sui reati commessi durante la sommossa) e un ramo ascolano (sulla morte di Sasà e sul contesto).

Le botte, la razzia di metadone e i nove morti in carcere

Il detenuto-testimone, sentito mesi addietro dall’autorità giudiziaria, racconta alla ministra di aver assisto a violenze e brutalità, chiamandosi fuori dalla rivolta dell’8 marzo 2020.

Lui e i compagni, dopo la devastazione della casa reclusione modenese e la razzia di metadone e psicofarmaci, si «erano consegnati senza porre resistenza alcuna». Alcuni apparivano «in palese stato di alterazione, probabilmente dovuta all’assunzione di farmaci».

Molti, compresi gli intossicati, «furono violentemente caricati e colpiti al volto con manganellate e usando anche i tondini in ferro pieno», quelli che servono per la battitura delle sbarre alle finestre delle celle.

I pestaggi sistematici, a detta sua, avvennero «tra due porte carraie e in una sala adiacente alla caserma degli agenti». Morirono in cinque, la sera stessa o nei giorni successivi. Altri quattro persero la vita durante o dopo il trasporto in altre case di reclusione.

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Dal carcere di Modena a quello di Ascoli: dopo le archiviazioni restano le domande

Alla ministra sono elencate le asserite brutalità, sempre da dimostrare, subite lungo il tragitto verso Ascoli. Sostiene l’uomo, negando che vi siano state forme di resistenza contro il personale, dopo la resa:

«Alcuni di noi vennero picchiati durante il viaggio, tra cui Piscitelli Salvatore… Arrivati, fummo fatti scendere e posti in una serie di furgoni parcheggiati nel piazzale, denudati, senza scarpe e con le porte aperte». Era notte. «Dato l’orario e le basse temperature, rimanemmo al freddo per più di un’ora. All’interno dei furgoni fummo nuovamente picchiati».

Violenze in carcere: «Sasà stava male e non lo hanno soccorso»

Sasà Piscitelli – conferma l’autore del reclamo, pure su questo in linea con altre testimonianze – stava male, non riusciva a camminare. «Facemmo presente che necessitava di andare in ospedale, ma il medico ne autorizzò l’ingresso» in sezione.

Finì nella cella 52, assieme a un ragazzo. Secondo piano, lato sinistro, reparto Marino. «Fu prima appoggiato sul pavimento della stanza… successivamente sul letto…».

Il comandante della polizia penitenzia, sempre a detta del testimone, venne sollecitato nuovamente, affinché si provvedesse al trasporto in ospedale. Ma Salvatore Piscitelli rimase dov’era, con il giovane compagno di camera costretto a preparargli la branda, probabilmente perché lui non era in grado di farlo.

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Salvatore Sasà Piscitelli è stato attore nella compagnia teatrale del carcere di Bolllate (Milano) – Foto: © Alberto Calcinai

La denuncia alla ministra Cartabia parla di «una squadretta punitiva e altri pestaggi»

Continua il reclamo: «La mattina seguente alle 7.30 circa salì una squadretta in reparto, composta da circa 10 agenti, alcuni con casco, scudo e manganello. Cella dopo cella, ci picchiarono tutti. Violenza ingiustificata… Eravamo arrivati in sicurezza, ammanettati e senza scarpe… Fu una spedizione punitiva per i fatti occorsi a Modena il giorno prima» .

Al risveglio, girando in reparto per accendere le sigarette a chi era stato privato di accendino, l’autore della lettera-denuncia, che chiede l’anonimato, venne a sapere che Sasà stava ancora male «ed emetteva versi di dolore». Un agente, all’ennesima richiesta di aiuto, fu sentito scandire: «Fatelo morire».

Sasà è morto in ospedale o nel carcere di Ascoli?

Secondo i compagni di viaggio e di detenzione, nessuno dei quali con competenze mediche, Salvatore Piscitelli era già morto e freddo quando finalmente scattarono i soccorsi, inutili, comunque tardivi.

La ricostruzione ufficiale dice invece che il decesso  avvenne in ospedale, come comprovato dalle certificazioni acquisite. Aveva 40 anni, amava il teatro e la recitazione, era felice perché gli avevano sistemato i denti e finalmente poteva sorridere, come nella foto messa su Facebook dall’adorata nipote.

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Salvatore Sasà Piscitelli è stato attore nella compagnia teatrale del carcere di Bollate (Milano) – Foto: © Angelo Calcinai

Critiche ai garanti locali e un appello alla Cartabia

Nel reclamo indirizzato alla guardasigilli c’è spazio per la critica a un paio di garanti locali dei detenuti, “rei” di essere sfuggenti, distratti, inerti. Ci sono domande sulla mancata acquisizione delle riprese delle telecamere di sorveglianza e sul mancato sequestro dei video girati dagli agenti con gli smartphone e dei messaggi scambiati (acquisiti invece a Santa Maria Capua Vetere).

La conclusione è un insieme di riflessioni sull’omertà che regna nelle patrie galere, sul significato di reinserimento, la giustizia giusta.

«Le stiamo porgendo una mano – è l’appello finale alla ministra – ci consenta di aiutarla ad aiutarci a costruire un sistema migliore. Finché non si romperà il muro di omertà, finché non vi sarà un corretto dialogo tra detenuti e istituzioni, il carcere rimarrà quello di sempre».

Le promesse della ministra Cartabia: ispezioni e accertamenti

La ministra Cartabia ha risposto indirettamente, anche al detenuto e ai familiari, durante un’audizione che si è tenuta oggi alla Camera. Ha detto: «Occorre un’indagine ampia,  perché si conosca quello che è successo in tutte le carceri, dove la pandemia ha esasperato tutti».

Una commissione ispettiva del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ha annunciato, visiterà gli istituti in cui si sono verificati «i gravi eventi del marzo 2020», per valutare la correttezza degli interventi legati alle rivolte.

In realtà, come rivelato da Osservatorio Diritti, al Sant’Anna di Modena una ispezione straordinaria c’è già stata a fine primavera 2021. Non è dato sapere se il giro di verifiche sul campo coinvolgerà anche la casa circondariale di Ascoli.

Che cosa dice la prima inchiesta sulla strage di Modena

Sulla fine tragica del detenuto fragile per mesi aveva indagato la procura di Modena, come per altri otto, i casi archiviati dal giudice. Osservatorio Diritti ha copia della documentazione inserita nel sottofascicolo emiliano, poi trasmesso per competenza a Ascoli e integrato da successivi accertamenti.

Una ventina di fogli, la sensazione che sia più quello che manca di quello che è stato raccolto. Informazioni lontane anni luce dalle brutalità dettagliate nel reclamo mandato alla ministra Cartabia e nelle altre denunce.

Sasà sembra una persona diversa da quella, in fin di vita, di cui hanno parlato i compagni-testimoni. Il 40enne venne spostato da Modena ad Ascoli senza compilare il nulla osta scritto al trasferimento, attestazione medica che sarebbe obbligatoria per legge e che il caposcorta ha il dovere di esigere.

«La situazione era caotica, critica. Mancò il tempo per provvedere a identificare i reclusi uno ad uno e per redigere le certificazioni. Ma abbiamo visitato tutti i detenuti, anche se non è stata prodotta la documentazione cartacea», giurarono sanitari e operatori, creduti dalla procura sulla parola e nonostante alcune contraddizioni-.

Per il medico di turno notturno nell’istituto penitenziario Sasà stava bene

All’approdo nel penitenziario marchigiano Salvatore Piscitelli fu sicuramente visitato, in una manciata di minuti. Il riscontro è agli atti. Il medico di turno S.C. compilò il diario clinico annotando due sigle nella casella «anamnesi personale»: ndr e abs, cioè «niente da rilevare» e «apparente buona salute».

L’aggettivo «buono», scritto in caratteri maiuscoli, venne appuntato anche nella sezione riservata all’«esame obiettivo». Il rischio di suicidio fu valutato come «alto». Svariati riquadri restarono in bianco, vuoti.

Per verificare le condizioni di Sasà, con trascorsi di tossicodipendenza e un fisico provato, il dottore ci mise 15 minuti: dalle 2.30 alle 2.45. Aveva 42 “nuovi giunti” da controllare ed era da solo.

Morte di Sasà: 10 ore di buco nella prima  ricostruzione

La direttrice Eleonora Consoli, sollecitata dalla procura di Modena a relazionare sull’accaduto, il 14 maggio 2020 riferisce per iscritto che alle 3.00 del 9 marzo 2020 Piscitelli venne collocato nella cella 52. Poi, nel suo  rapporto, si contano più di 10 ore di vuoto totale.

Sasà sparisce, da notte fonda al primo pomeriggio. La colazione non gli venne portata? E le sue medicine, le benzodiazepine della «terapia in corso» approvata dal medico, non gli furono somministrate? Gli agenti del turno 8/14 e il personale sanitario non guardarono mai dentro la sua stanza? Perché? È vero che altri detenuti chiesero aiuto? Non si fa menzione di nulla di ciò, non nelle prime carte.

La responsabile dell’istituto di Ascoli riprende il filo, dopo il buco nero, alle 13.20. A quell’ora, asserisce, Salvatore Piscitelli «non risponde agli stimoli del personale di polizia penitenziaria addetto alla vigilanza». Così venne attivato il medico di guardia Sias, C.M.D.V, in servizio dalla prima mattinata e non comparso prima in reparto, nonostante il numero di persone presenti e le drammatiche notizie sui decessi rimbalzate da Modena.

Dal carcere all’ospedale: corsa tardiva e soccorsi inutili

Il dottore solo a quel punto accertò che Sasà era gravissimo, sollecitò l’intervento del 118 e gli iniettò una fiala di Narcan per «sospetta overdose di metadone». Giunse un’equipe esterna, con il collega I.A.

L’ambulanza con a bordo il detenuto, diretta d’urgenza all’ospedale civile di Ascoli, lasciò il carcere alle 15.15.

Una seconda lettiga caricò un altro recluso “modenese” che aveva bisogno di assistenza specializzata. Alle 17.25 il dottor G.G. constatò e certificò  la morte del recluso Piscitelli, affidato e trattenuto al pronto soccorso in «stato di coma avanzato da verosimile intossicazione da farmaci».

Polizia penitenziaria e sindacalisti smentiscono

Fonti carcerarie e sindacalisti della polizia penitenziaria hanno sempre negato abusi e violenze, per Sasà e per tutti gli altri. Al massimo con i giornalisti hanno ammesso l’uso della forza, previsto dall’ordinamento in specifiche situazioni e dunque ritenuto legittimo. In primo piano sono state poste le violenze e le devastazioni dei giorni delle rivolta, oggetto di separati accertamenti della magistratura.

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