Non siete Stato voi: l’Italia ha un problema con la violenza in divisa

Dal G8 di Genova al caso Cucchi, passando per i troppi nomi dimenticati dalle cronache, il nostro Paese non riesce ancora ad affrontare il tema delle violenze perpetrate dalle forze dell’ordine: ne parla "Non siete Stato voi", un libro di di Alessia Ferri edito da People

Esiste un momento nella storia del nostro Paese in cui le violenze in divisa hanno smesso di vivere nell’oblio e sono emerse in superficie. Quel momento è la notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, quando all’interno della scuola Diaz di Genova, dove si stava svolgendo il G8, diversi agenti fecero un’irruzione che terminò con feriti gravi e sangue ovunque.

Una spedizione punitiva a tutti gli effetti, che l’allora vice questore aggiunto del primo reparto mobile di Roma, Michelangelo Fournier, definì una «macelleria messicana» e per la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo chiese conto all’Italia.

Prende il via da un ricordo personale dell’autrice legato a quella vicenda, il libro di Alessia Ferri (collaboratrice di Osservatorio Diritti), “Non siete Stato voi” (edito da People), che analizza il tema dell’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine in un Paese, l’Italia, che fa ancora molta fatica a misurarsi con questa realtà.

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Rivolta nel carcere di Modena: dubbi e contraddizioni sulle morti dell’8 marzo/2
Rivolta nel carcere di Modena: dubbi e contraddizioni sulle morti dell’8 marzo/3

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Genova – Foto: Pixabay

Non siete Stato voi parte dallo spirito di corpo

Il volume si divide in tre parti. Nella prima viene analizzato il concetto di «spirito di corpo», che se pur, forse, un tempo lodevole nelle intenzioni, è divenuto sempre più spesso sinonimo di omertà e cameratismo, volti a coprire un sistema che esiste ma in molti casi, e con il benestare di politica e Istituzioni, viene derubricato alla condotta di alcune mele marce.

Mele marce delle quali però, forse, non si dovrebbe più parlare visto che, come affermato anche dalla sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, la cui testimonianza è presente nelle pagine del libro, «iniziano ad essere tante nel cesto».

Tutte unite, si legge nel libro, in un sistema emerso con molta chiarezza anche dal recente caso della caserma Levante di Piacenza, dove nel luglio 2020 scattarono le manette per alcuni carabinieri, accusati di diversi reati tra i quali la tortura.

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Copertina del libro “Non siete Stato voi”, di Alessia Ferri (edito da People)

Il reato di tortura: la controversa legge italiana

La tortura nel nostro Paese è riconosciuta ufficialmente come reato solo dal 2017, quando venne approvata una legge che, sebbene possa essere considerata un passo avanti rispetto a quando l’ordinamento giuridico italiano ne era privo – sostiene ancora il testo di Alessia Ferri – è criticata da più parti in quanto confusa, di difficile applicazione e poco aderente alla versione originale redatta dalla Convenzione delle Nazioni Unite, che da tempo chiede all’Italia di rimettere mano al testo (leggi anche Tortura: una legge tutta da rifare).

Le criticità principali sarebbero sostanzialmente tre: la prima è che la tortura per la legge italiana è definita come un reato proprio, applicabile a qualsiasi persona, mentre secondo la convenzione delle  Nazioni Unite dovrebbe servire a punire nello specifico casi di abuso di potere e non ogni comportamento violento tra privati cittadini. La seconda è in merito al fatto che è previsto che il reato sia imputabile se commesso mediante più condotte, e l’ultima che deve sussistere un verificabile trauma psichico.

Nelle pagine di “Non siete Stato voi”, a spiegare nel dettaglio tali controversie è Laura Renzi, campaign manager di Amnesty International Italia, associazione in difesa dei diritti umani che, pur riconoscendo la positività dell’esistenza di una legge che dà un nome preciso a comportamenti lesivi che prima non lo avevano, non ha mai fatto mancare le proprie critiche al testo.

Il caso di Riccardo Magherini, morto per asfissia dopo essere stato fermato dai carabinieri

Proseguendo nella lettura di “Non siete Stato voi”, si giunge al racconto di alcuni casi di condotte violente da parte di agenti, finite con la morte delle vittime. La più emblematica è quella di Riccardo Magherini, morto a Firenze la notte tra il 2 e il 3 marzo 2014.

Secondo il racconto del fratello Andrea, che a sua volta lo apprese dai molti testimoni che videro e filmarono con i cellulari, l’uomo era in stato confusionale quando fu fermato e immobilizzato da due carabinieri, che alla fine, sostiene Andrea Magherini, ne avrebbero causato la morte praticando su di lui la stessa tecnica che negli Stati Uniti ha ucciso George Floyd.

Una morte per asfissia che però, secondo la Cassazione, sarebbe avvenuta accidentalmente, e che per questo è valsa l’assoluzione degli imputati perché «il fatto non costituisce reato».

Secondo la Cassazione, gli agenti non si sarebbero resi conto che a seguito delle loro azioni Riccardo sarebbe potuto morire. «Come se prendere a calci e pugni una persona e schiacciargli il petto a terra impedendogli di respirare non lasci presagire un epilogo drammatico», ha commentato Andrea Magherini che, insieme al resto della famiglia, si è rivolto alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per chiedere giustizia.

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Le associazioni impegnate contro gli abusi nel libro di Alessia Ferri

Nel libro è dato grande spazio anche a chi ogni giorno lotta perché fatti come questi non accadano più e vengano puniti adeguatamente, non messi a tacere.

Tra le testimonianze più crude, quella di una delle tante volontarie di Acad, Associazione Contro gli Abusi in Divisa , che ammette: «Il telefono squilla quasi tutti i giorni. Quando succede di notte ci si alza di soprassalto scongiurando che non sia grave, che “non ci sia scappato il morto”».

L’avvocata di Antigone: difficile sapere cosa succede in carcere

Non manca una riflessione sulle violenze perpetrate nelle carcerari italiane, portate avanti attraverso le considerazioni di un’altra associazione fortemente impegnata, Antigone, nata alla fine degli anni Ottanta e che dal 2008, con avvocati e altri professionisti offre consulenze gratuite ai detenuti e alle loro famiglie in merito a diversi aspetti della vita dietro le sbarre, tra cui gli abusi.

Ciò che emerge dal racconto del legale di Antigone, Simona Filippi, è che sia molto difficile capire come stiano le cose davvero, vista la natura stessa del carcere che, in quanto luogo chiuso e lontano dagli occhi della società, lascia trapelare poco o nulla di quanto avviene al proprio interno e viene spesso percepito come una sorta di zona  franca nella quale tutto è in qualche modo lecito e indagare superfluo.

Pur senza riuscire a quantificarla, la sensazione è che la situazione sia piuttosto allarmante, con violenze non rare sotto forma soprattutto di percosse e umiliazioni, favorite da diversi fattori: difficoltà di denuncia da parte delle vittime che non si sentono tutelate nel farlo; scelta delle sezioni di isolamento o di zone senza telecamere come luoghi d’azione e referti medici in molti casi ambigui.

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Otto dei novi detenuti morti durante e dopo la rivolta del carcere Sant’Anna di Modena (il nono è Salvatore Sasà Piscitelli). Dall’alto: Ali Bakili, Slim Agrebi, Erial Ahmadi, Hafedh Couchane, Ghazi Hadidi, Artur Iuzu, Lofti Bem Mesmia, Abdellah Rouan

Violenze in carcere nel libro Non siete Stato voi

A peggiorare un quadro già oltre il limite, scrive sempre Alessia Ferri, la crisi sanitiaria. Nel marzo 2020, infatti, a pochi giorni dall’inizio del lockdown nazionale, in diversi Istituti penitenziari italiani si verificarono rivolte di carcerati spaventati per la mancata ricezione di adeguati dispositivi di sicurezza sanitaria e per il sovraffollamento delle celle che rendeva impossibile il distanziamento sociale. A seguito di questi eventi ci furono cariche degli agenti, giustificate spesso come un tentativo di contenimento della rivolta, ma per le quali le indagini sono ancora in corso.

Ventuno le case circondariali teatro delle proteste, che alla fine hanno determinato un totale di 107 feriti tra gli agenti, 69 tra i detenuti e 13 morti, sempre tra i detenuti. I casi più gravi hanno riguardato le carceri di Modena, Milano Opera, Santa Maria Capua Vetere e Melfi.

La sensazione che si ha leggendo questo volume, è che parlare di abusi in divisa in Italia sia ancora un tabù dal quale né la politica, ne le realtà coinvolte nei casi siano in grado di liberarsi.

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