Diritti umani in Egitto: violazioni in aumento con la scusa della pandemia

Manifestazioni bloccate in nome del distanziamento sociale, arresti arbitrari, siti d'informazione chiusi, uso diffuso dell'accusa di terrorismo: ecco qual è la situazione dei diritti umani in Egitto e come è stato possibile arrivare a questo punto

di Martina Brunelli

L’Egitto presenta le condizioni strutturali perfette per una rapida e inarrestabile diffusione del nuovo coronavirus: la popolazione di più di 100 milioni di persone si concentra nel 5% dell’intero territorio egiziano.

Tuttavia, la risposta egiziana alla diffusione del coronavirus ha dato la precedenza al controllo dell’opinione pubblica piuttosto che alla diffusione del contagio. La progressiva perdita di legittimità del regime ha portato le autorità governative all’adozione di misure spinte a consolidare la propria posizione di potere a scapito della libertà di espressione dei cittadini.

Egitto e diritti umani: niente spazio per il dissenso

In concomitanza con la diffusione del Covid-19, le autorità egiziane hanno dato il via ad una strategica strumentalizzazione dell’emergenza sanitaria ed economica che ha comportato la repressione delle voci d’opposizione.

L’adozione di misure di distanziamento sociale che pongono severe limitazioni alla possibilità di manifestazione dei cittadini, la campagna contro l’informazione e la scarsa trasparenza delle autorità rinforzano un meccanismo in corso da tempo in Egitto.

Diversi sono i regimi egiziani che hanno fatto leva sulla possibilità di sfruttare poteri extra-giudiziali per reprimere il dissenso e mantenere salda la propria posizione di potere. La continua re-imposizione dello “stato di emergenza” e la conseguente normalizzazione di un regime dai poteri straordinari ha di fatto costretto il popolo egiziano ad una vita in condizioni d’emergenza.

Un governo ordinario è stato una eccezione: il paese ha infatti trascorso 55 anni, tra il 1956 e il 2019, in condizioni emergenziali con brevissime interruzioni – per lo più tra il 2012 e il 2017. In tale contesto è stato conferito grande potere alle forze di sicurezza, che hanno avuto la possibilità di trattenere in modo indefinito i sospetti a seguito di un piccolo, talvolta inesistente, controllo giurisdizionale.

Tali comportamenti sono in aperta violazione del diritto internazionale, secondo il quale si ha il diritto di essere sottoposti a giusto processo e vige l’obbligo di controllo giurisdizionale del mandato di detenzione, anche in dichiarate condizioni emergenziali.

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Foto: Reuters/Goran Tomasevic (via Flickr)

Violazioni dei diritti umani ai tempi del Covid-19: l’esempio dell’Egitto

Le misure adottate dall’attuale governo egiziano per rispondere alla pandemia da Covid-19 mettono chiaramente in evidenza questo modus operandi. Come denunciato dall’ultimo report di Amnesty International sullo stato dei diritti umani nel mondo, le modalità di risposta alla pandemia delle autorità egiziane hanno comportato violazioni alla libertà di espressione, libertà di associazione e di assemblea.

Si tratta di diritti fondamentali tutelati dai principali strumenti del diritto internazionale dei diritti umani, quali la Dichiarazione universale dei diritti umani, il Patto internazionale sui diritti civili e politici e il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali.

In particolare, gli effetti della pandemia hanno contribuito ad aggravare preesistenti problematiche di natura economica, politica e sociale. I cittadini egiziani – al culmine dell’insoddisfazione e della sfiducia nella classe governativa – sono tornati in piazza per manifestare il proprio dissenso contro le misure adottate. Ai disordini sociali le forze di sicurezza hanno risposto con l’arresto di protestanti e giornalisti accusati di terrorismo, diffusione di false notizie e uso improprio dei social media.

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L’Egitto arresta giornalisti e ricercatori

Per citare alcuni esempi dell’azione del regime, il 24 giugno 2020 le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ufficio dell’agenzia stampa egiziana al-Manassa detenendone il caporedattore, Noura Younes.

Fin dall’inizio della pandemia, inoltre, centinaia di siti web attivi nella difesa dei diritti umani sono stati bloccati. Tra questi, il sito Darb, che fa capo al partito dell’Alleanza socialista popolare, parte dell’opposizione.

Ancora, il 25 agosto dello stesso anno, il direttore del Cairo Institute for Human Rights Studies, Bahey el-Din Hassan, è stato condannato in absentia a 15 anni di prigione accusato di diffamazione di organi giudiziari e diffusione di false notizie a seguito della pubblicazione di tweet riguardanti la violazione dei diritti umani in Egitto.

Infine, l’arresto di Patrick Zaky lo scorso febbraio – ricercatore per i diritti umani alla Egyptian Initiative for Personal Rights, una organizzazione non governativa attiva nella difesa dei dirtti umani – accompagnato dalla, seppur breve, detenzione dei direttori della stessa ong, pone seri limiti alla libertà di associazione in Egitto.

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Patrick Zaky nel disegno di Gianluca Costantini

Essere difensori dei diritti umani in Egitto

Questa criminalizzazione nasconde interessi politici. Il monopolio dell’informazione nelle mani della classe politica, inevitabile conseguenza di tale processo, garantisce a quest’ultima di salvaguardare i propri obiettivi. In particolare, nel caso egiziano, caratterizzato da un contesto animato da un alto tasso di insoddisfazione popolare, la criminalizzazione dell’informazione è anche volta a silenziare gli oppositori al regime.

Risulta evidente, dunque, che i bersagli di quella che è possibile definire come una “battaglia all’informazione” (o ancor meglio, contro l’informazione), siano bersagli politici scomodi per la stabilità del regime.

A dimostrarlo ci sono gli arresti, risalenti al 19 marzo 2020, di prominenti attivisti come Mona Seif, Laila Soueif, Ahdaf Soueif e Rabab al-Mahdi, protagonisti di una manifestazione pubblica volta a sensibilizzare la popolazione riguardo la potenziale diffusione del virus nelle prigioni sovrappopolate del Paese.

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Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi – Foto: President of Russia

Diritto internazionale violato in Egitto con leggi ed emendamenti

Diversi sono i mezzi legali di cui il governo ha fatto ampiamente uso. Tra questi, la legge n. 175/2018, che permette alle autorità di bloccare siti web in caso di «pubblicazione di un qualsiasi contenuto che costituisce un crimine per la legge, posto che minacci la sicurezza nazionale o metta in pericolo la sicurezza del paese o dell’economia nazionale». La mancata necessità di un ordine giudiziale ha reso completamente arbitrario il ricorso a suddetta norma.

Gli emendamenti di febbraio 2020 alla legislazione sulla lotta al terrorismo, inoltre, consentono alle autorità giudiziali di designare entità e individui come “terroristi” sulla sola base di investigazioni poliziesche, senza che si siano resi in precedenza responsabili di atti di terrorismo.

Ciò ha fatto sì che politici, attivisti e difensori dei diritti umani venissero inseriti nella lista dei terroristi egiziana, pur in assenza di un processo giudiziario. Si tratta di modifiche legislative che, come messo in evidenza dal Rappresentante speciale delle Nazioni Unite, incrementano il ricorso a detenzioni arbitrarie in assenza di controllo giurisdizionale e garanzie procedurali.

Infine, ad aprile 2020 il parlamento ha approvato degli emendamenti per la Emergency Law del 1958 riconoscendo ancor più potere al presidente e alle forze di sicurezza. Il governo ha assicurato che tali emendamenti riguarderanno condizioni d’emergenza legate unicamente all’ambito sanitario. Tuttavia, solo cinque sono in relazione con il settore della sanità pubblica, mentre gli altri pongono limiti diretti alle libertà collettive e individuali.

La legge, inoltre, autorizza le autorità ad effettuare controlli di massa e attività di censura, sequestro di beni e sfratti forzati in manifesta violazione del diritto internazionale.

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