Immigrazione in Europa: nuove rotte, vecchie risposte

Con la pandemia è cresciuta la povertà nei paesi di partenza, aumentando la pressione migratoria verso l'Europa e cambiando rotte e modalità d'ingresso. Ma la risposta delle istituzioni resta la stessa: esternalizzare le frontiere

Dallo scoppio della pandemia da coronavirus le migrazioni dal continente africano e asiatico verso l’Europa non si sono mai fermate, ma hanno conosciuto cambiamenti importanti. Passate in secondo piano nella narrazione pubblica e politica di fronte all’emergenza coronavirus, le rotte migratorie si sono rimodulate, facendo emergere nuovi punti caldi, irrobustendo certi flussi più di altri, riportando in auge zone che sembravano pacificate e sotto controllo.

Immigrazione in Europa oggi: Ceuta, Canarie e Romania

Le immagini dello sbarco a nuoto di migliaia di migranti nell’enclave spagnola di Ceuta hanno fatto il giro del mondo. In Romania Save The Children ha segnalato «un aumento del 134% del numero di rifugiati e migranti arrivati nel Paese in un solo anno»: spesso, scrivono, sono «migranti e rifugiati diretti verso l’Europa occidentale che sperano di eludere i respingimenti spesso violenti al confine croato».

Alle Canarie più di 20.000 persone sono arrivate nello scorso anno sulle isole dell’arcipelago, riproponendo anche sull’Atlantico occidentale dinamiche già viste: campi di accoglienza dove non si rispettano i diritti umani, naufragi mortali al largo della costa, trasferimenti lenti e ferraginosi.

«Il contesto della pandemia ha peggiorato le condizioni di una parte importante della popolazione di paesi, come la Tunisia, del Maghreb o dell’Africa subsahariana, facendo sì che gli accordi tra questi paesi e i partner europei di rimpatrio immediato dei migranti irregolari non siano più sufficienti più per fermare un flusso accresciutosi», commenta con Osservatorio Diritti Eugenio Cusumano, ricercatore con il programma Marie Curie alla Ca’ Foscari di Venezia e assistant professor all’università di Leiden.

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Nave Sea-Watch 2 – Foto: Hol and (via Wikimedia Commons)

Quando la pandemia incide sulla storia delle migrazioni

A rendere sempre più impellente per molti la necessità di partire è l’aggravarsi della condizione di povertà, ancora più diffusa con la pandemia, rendendo più difficile anche per i governi dei paesi di partenza ostacolare i flussi e riaccogliere chi è partito.

Sia perché, specifica Cusumano, «fermare le persone e rinchiuderle presenta delle difficoltà logistiche oggettive» sia perché, nonostante tutto, «ricevere le rimesse degli emigrati costituisce un’importante entrata per paesi diventati più poveri, andando a beneficio di settori più o meno consistenti della popolazione».

Non a caso, da sempre, le migrazioni rappresentano un’importante valvola di sfogo per migliorare le proprie condizioni economiche, oltre che una fonte di ricchezza per il paese che le riceve.

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Immigrazione attraverso la Manica: dati in crescita

Oltre che alle frontiere esterne del continente europeo, nuove dinamiche nelle rotte migratorie si stanno definendo anche all’interno dell’Europa. Complice anche un irrigidimento dei controlli al confine con l’Unione europea dovuto alla Brexit, sempre più migranti tentano di raggiungere l’entroterra britannico attraversando la Manica con imbarcazioni di fortuna.

A fine aprile, in un solo giorno, sono sbarcati 209 migranti sul suolo inglese, mentre dall’inizio dell’anno più di 2.000 persone hanno raggiunto il sud dell’Inghilterra attraverso il Canale della Manica.

Numeri contenuti, certo, ma che indicano un trend in crescita: l’anno scorso più di ottomila persone, quattro volte di più del 2019, hanno tentato di attraversare la Manica, rendendo il Canale sempre più simile al Mediterraneo.

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Foto tratta dalla pagina Facebook di Channel Rescue

Europa e immigrazione: nasce Channel Rescue

Questa situazione ha portato a nuove forme di attivismo e di mobilitazione della società civile sul lato britannico del Canale della Manica. «È nata la rete Channel Rescue, con l’obiettivo di prevenire naufragi e morti nel tratto di mare tra Francia e Gran Bretagna», dice il ricercatore.

Cusumano spiega come, per ora, gli attivisti si limitino «a fare monitoraggio ed advocacy senza aver messo ancora in mare una vera e propria imbarcazione» come realtà simili nel Mediterraneo. «Ciò dimostra, in ogni caso, che il modello search and rescue (ricerca e soccorso, ndr) delle ong nel Mediterraneo può essere esportato e praticato anche in altri contesti».

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Foto tratta dalla pagina Facebook di Channel Rescue

Immigrazione in Europa: la risposta delle istituzioni

Mentre le rotte migratorie verso l’Europa si confermano, come è reso evidente dalla recente ripresa degli sbarchi a Lampedusa o da quanto successo a Ceuta, oppure conoscono dei cambiamenti, come visto alle Canarie, la risposta delle istituzioni europee rimane la stessa di sempre.

«La vera anomalia è stato il periodo 2013-2017 che, non a caso, è stata definita dal ricercatore Paolo Cuttitta una “svolta umanitaria” all’interno di un orizzonte che è rimasto lo stesso: fondato su una stessa premessa, l’esternalizzazione delle frontiere», spiega il ricercatore.

«Un caposaldo della politica europea che, negli anni, si è fatto anche più sofisticato, senza più i pushbacks (respingimenti, ndr) diretti da parte delle forze di polizia dei paesi europei, ma con i pullbacks (le attività di riportare indietro chi fugge, ndr) da parte, ad esempio, della guardia costiera libica». È una strategia che permette di «bypassare eventuali responsabilità legali, in capo agli stati europei, che il ricorso a tali pratiche provocherebbe».

La «battaglia di ritroguardia» in difesa dei migranti

A rendere più complicata la difesa dei diritti umani delle persone migranti è il mutamento graduale a cui si assiste nell’opinione pubblica dei paesi europei. «Il ripetersi di tragedie, provocato da politiche migratorie europee rimaste pressochè identiche, spinge un numero sempre più esiguo di cittadini a mobilitarsi e a indignarsi», sostiene Eugenio Cusumano.

Per quanto riguarda la difesa dei diritti nello spazio europeo, il ricercatore vede possibilità solo per «una battaglia di retroguardia, nobile ma minoritaria, delle ong impegnate nel soccorso in mare di fronte alla Libia o nei Balcani».

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