Emirati Arabi, violati sistematicamente i diritti umani dei lavoratori migranti

Il passaporto confiscato all'arrivo. Dodici ore di lavoro al giorno sotto un sole da 50 gradi. Uno stipendio da quattro soldi. Ecco come appare ai lavoratori migranti il "paradiso del turismo" degli Emirati Arabi Uniti

Hanno issato i grattacieli tra Abu Dhabi e Dubai con stipendi da fame e condizioni di lavoro al limite della sopravvivenza. Sono i lavoratori migranti che, negli Emirati Arabi Uniti, rappresentano oltre l’80% della popolazione e provengono soprattutto dai paesi asiatici più poveri. Gli annunci di ricerca del personale sulle pagine Facebook si rinnovano in continuazione.

Basta dare un’occhiata a Job’s in Dubai e se ne trovano a decine. «Cercasi urgentemente collaboratori domestici. Dodici ore al giorno per 26 giorni al mese, stipendio 1.100 AED. Si garantisce alloggio, cibo, età compresa tra i 21 e i 35 anni». E ancora: «Cercasi urgentemente addetti nel settore dell’edilizia. Stipendio 1.000 AED per 12 ore di lavoro quotidiane». Oppure: «Servono tre addetti alle pulizie. Stipendio 1.050 AED per 12 ore di lavoro. Garantita accomodation e trasporti. Offerta rivolta solo a candidati nepalesi, del Bangladesh, indiani, pakistani».

Leggi anche:
Minerali insanguinati: sospetti sull’oro svizzero comprato negli Emirati Arabi
Guerra in Yemen: ancora armi italiane ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi

emirati arabi uniti diritti umani
Cantieri a Dubai, Emirati Arabi Uniti – Foto: Pixabay

Emirati Arabi Uniti, terra di diritti umani negati

Al cambio attuale mille Dirham degli Emirati equivalgono a circa 220 euro. Se consideriamo che un lavoratore migrante manda alla famiglia la maggior parte dello stipendio, non gli resta nulla per vivere. Eppure dalle aree più povere di India, Bangladesh, Pakistan arrivano a migliaia. Lo stipendio è da fame se rapportato al costo della vita, che per alcuni generi è addirittura più alto che in Europa.

Le condizioni di lavoro sono disumane. Chi lavora nell’edilizia è costretto a rimanere per ore sotto il sole cocente che arriva a 50 gradi per buona parte dell’anno. La pandemia ha reso i lavoratori migranti in una condizione ancora peggiore. Il blocco totale li ha portati alla miseria più assoluta, senza reti di sicurezza sociale e senza soldi da inviare a casa.

Leggi anche:
Vaccini Israele: violato il diritto alla salute dei palestinesi
Proteste a Hong Kong: legge cinese sulla sicurezza frena manifestazioni

dubai diritti umani
Dubai, Emirati Arabi Uniti – Foto: Pixabay

Più tensione e violenza negli Emirati Arabi

Tutto questo sta alimentando la tensione tra le classi sociali più povere. Mercoledì 28 aprile si è verificato un gravissimo fatto di cronaca. Tredici uomini di origine asiatica si sono fronteggiati con coltelli e mazze di legno. Il movente sarebbe da ricercare in circa 5.000 dirham, poco più di un migliaio di euro che qualcuno avrebbe dovuto pagare. Tre persone sono morte, altre sono rimaste ferite.

Negli Emirati Arabi la criminalità è rara, ma negli ultimi tempi sta emergendo un dato preoccupante. Le aggressioni stanno aumentando nei campi lavoro e negli alloggi dormitorio occupati, soprattutto, dalle classi più povere. I tre omicidi di pochi giorni fa arrivano in un momento di grave recessione economica per gli Emirati Arabi, sprofondata a causa della pandemia che ha innescato ondate di licenziamenti.

Iscriviti alla newsletter di Osservatorio Diritti
osservatorio diritti newsletter

Kafala, sistema del lavoro sotto accusa

Ma ad essere sotto accusa non è tanto, o almeno non è solo, lo stipendio da fame. È soprattutto il rapporto di lavoro che si viene a creare tra datore di lavoro e migrante, il cosiddetto Kafala. Un sistema che lega i lavoratori provenienti dalle aree più povere del pianeta al loro impresario al punto che se a qualcuno dovesse saltare in mente di andarsene potrebbe essere punito per fuga. Le punizioni non sono soltanto multe, ma potrebbero comportare carcere ed esplusione.

Negli Emirati Arabi Uniti non esistono sindacati e, quindi, non c’è alcun sistema che tuteli i lavoratori. È una forma moderna di schiavitù che prevale in tutto il Golfo Arabo. Negli ultimi tempi l’attenzione dell’opinione pubblica sul sistema Kafala si è indirizzata verso il Qatar, dove nel 2022 si svolgeranno i campionati del mondo di calcio. Ma è negli Emirati Arabi Uniti che il problema è evidente da un decennio a questa parte rendendo la quasi totalità della popolazione privata dei diritti più elementari.

Il sistema Kafala prevede che, all’arrivo del migrante, il datore di lavoro trattenga il passaporto del lavoratore. Decida orario di lavoro (che spesso supera di molto quello stabilito nell’annuncio) e alloggio, stabilendo perfino le condizioni per l’uso del bagno. Un sistema che sta suscitando lo sdegno di alcuni paesi che esportano gran parte della manodopera che finisce negli Emirati Arabi. Ad Abu Dhabi la manodopera straniera è stata fondamentale per far crescere il turismo e gli Emirati non vi rinunceranno mai.

Leggi anche:
La Dichiarazione universale dei diritti umani dal 1948 ai nostri giorni
Diritti umani: storia e convenzioni Onu dalla Dichiarazione universale a oggi

emirati arabi uniti turismo
Vista su Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti – Foto: Pixabay

Lavoratore italiano licenziato via mail

Anche se in una posizione del tutto diversa, i datori di lavoro negli Emirati Arabi non guardano in faccia a nessuno. Un tecnico italiano che ha lavorato per sei anni alla Etihad Airways, la compagnia aerea di bandiera, è stato licenziato dall’oggi al domani a causa della pandemia. Lui, come tantissimi altri lavoratori europei.

Lo abbiamo contattato e ci ha parlato della sua esperienza: «Hanno chiuso il rapporto di lavoro con una semplice mail, concludendo con dei ringraziamenti prestampati e l’invito a lasciare il paese entro un mese. È stato un colpo durissimo essere messi alla porta in questo modo. Ma la mia posizione non era minimamente paragonabile a quella di migliaia di nepalesi, indiani pakistani sfruttati senza pietà. Almeno il mio passaporto non me lo ha preso nessuno e il nostro stipendio era di un altro livello. Rispetto a loro eravamo in una gabbia d’oro».

Emirati Arabi Uniti: si scrive turismo, si legge schiavitù

Se fino a un decennio fa gli Emirati Arabi necessitavano di stranieri anche per ricoprire le posizioni manageriali, oggi non è più così. I dirigenti sono diventati gli stessi emiratini che, nell’ultimo decennio si sono laureati nelle più prestigiose università europee e americane. Mentre per la manodopera di basso livello non è cambiato nulla, nonostante le promesse di adeguamento dei diritti.

Arrivano in tanti e vengono confinati in alloggi nel deserto tra Abu Dhabi e Dubai in baracche invisibili agli occhi dei turisti. Un rapporto del Business & Human Rights Resource Center del 2019 rilevava che 62 dei nuovi progetti di costruzione assegnati negli Emirati Arabi Uniti da gennaio 2018 per Dubai Expo 2020 andarono ad aziende che non fornirono spiegazioni sui sistemi di protezione adottati per i lavoratori migranti. Ma ormai, per Expo i giochi sono fatti. Tutto è stato rinviato a quest’anno a causa della pandemia e i padiglioni sono pronti per l’apertura del prossimo novembre.

Impossibile sapere quanti siano gli infortuni sul lavoro o le morti per collasso sotto il sole cocente. La stampa locale non ne parla e gli Emirati Arabi Uniti con i suoi grattacieli vengono sponsorizzati solo come preda per turisti.

Cartina degli Emirati Arabi Uniti (capitale Abu Dhabi)

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.