Obiezione di coscienza militare: la lettera dei 60 adolescenti israeliani

Politiche di apartheid, neoliberismo e negazione della Nakba, la "catastrofe" per il popolo palestinese. Sono le principali motivazioni che hanno spinto un gruppo di adolescenti di Israele a pubblicare una lettera aperta per ribadire il diritto a non arruolarsi nell’esercito israeliano

«Cosa e chi stiamo servendo quando ci arruoliamo nell’esercito? Perché ci arruoliamo? Quale realtà creiamo servendo nelle forze armate di occupazione?».

Se lo chiedono gli adolescenti israeliani firmatari della cosiddetta “Lettera Shministim”, nome ebraico che indica chi frequenta gli ultimi anni delle scuole superiori. La domanda è rivolta anche ai propri coetanei in Israele, che una volta compiuti i 18 anni dovranno arruolarsi per i 36 mesi obbligatori, che si riducono a 24 per le donne.

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Militari a Gerusalemme

«Deteniamo palestinesi ai posti di blocco, invadiamo case, arrestiamo bambini»

I principali destinatari sono però gli stessi concittadini israeliani, in particolare quelli che hanno invece deciso di arruolarsi. Come sottolinea Yael Amber, 19enne israeliana intervistata dal giornale israeliano +972Mag, «il punto è raggiungere coloro che ora indossano uniformi e sono effettivamente sul campo ad occupare una terra e una popolazione civile, e fornire loro uno specchio che li spinga a chiedersi: Chi stiamo effettivamente proteggendo quando indossiamo uniformi, impugniamo armi e deteniamo palestinesi ai posti di blocco, invadiamo case o arrestiamo bambini?».

La lettera è indirizzata al ministro della Difesa, Benny Gantz, al ministro dell’Istruzione, Yoav Galan, e al capo del personale dell’Idf, le forze di difesa israeliane, Aviv Kochavi.

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Checkpoint a Hebron

Obiezione di coscienza al servizio militare: quando i civili combattono per la pace

Non è la prima volta che esponenti della società civile israeliana rifiutano pubblicamente il servizio militare. Nel giugno del 2020 altri 400 adolescenti avevano inviato una lettera al primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, per manifestare aperta opposizione ai piani di annessione della Cisgiordania (leggi Israele-Palestina: l’annessione della Cisgiordania allontana la pace).

I primi rifiuti in Israele risalgono al 1948, con il primo caso di obiezione di coscienza, mentre le prime lettere di dissenso e rifiuto risalgono al 1967, quando lo stato di Israele prese il controllo militare della penisola del Sinai, della Striscia di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, oltre alle alture del Golan (leggi Palestina, 50 anni di occupazione israeliana e la risoluzione Onu disattesa).

La “Lettera Shministim” (qui il testo in inglese) porta però con sé un elemento di novità. Per la prima volta si va oltre il problema dell’occupazione militare, facendo esplicito riferimento all’espulsione dei palestinesi durante la Guerra del 1948:

«Ci viene ordinato di indossare l’uniforme militare macchiata di sangue e preservare l’eredità della Nakba e dell’occupazione. La società israeliana è stata costruita su queste radici marce, ed è evidente in tutti gli aspetti della vita: nel razzismo, nell’odioso discorso politico, nella brutalità della polizia».

I giovanissimi firmatari sottolineano inoltre la commistione tra la politica economica neoliberale e quella militare in Israele, e le ripercussioni per la popolazione palestinese: «I lavoratori palestinesi vengono sistematicamente sfruttati e l’industria delle armi utilizza i Territori palestinesi occupati come terreno di prova e come vetrina per sostenere le  vendite. Quando il governo sceglie di sostenere l’occupazione, agisce contro il nostro interesse di cittadini».

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Obiezione di coscienza in Israele: i dati

Il 32,9% dei giovani uomini in Israele rifiuta di arruolarsi mentre il 15% non arriva a completare il servizio militare obbligatorio. Sono i dati che emergono dall’ultimo report dell’Idf, a cui si aggiungono 4.500 persone che hanno ricevuto le esenzioni, il 46,6% dei quali sarebbero laici.

Esistono varie motivazioni che possono essere usate per evitare l’arruolamento. Le ragione mediche, o psicologiche, e quelle religiose sono le principali per ottenere l’esenzione. Si viene esonerati anche in caso di gravidanza o genitorialità, opzioni possibili solo per le donne, e per motivi di coscienza, scelta che porta, nella maggior parte dei casi, a una pena detentiva nel carcere militare.

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Il muro di separazione a Betlemme

Le conseguenze per chi rifiuta il servizio militare oggi

Il non aver prestato servizio militare potrebbe inoltre incidere anche sul tipo di carriera accademica e professionale, oltre che sulle relazioni interpersonali e familiari.

Così è stato anche per Atalya Ben Abba, la protagonista di Objector, documentario diretto da Molly Stuart e prodotto da Amitai Ben Abba, fratello di Atalya, nel quale si raccontano appunto le difficoltà e le conseguenze, anche per la vita familiare e affettiva, di questa difficile presa di coscienza. Atalya ha dovuto scontare 110 giorni di prigione.

Testimonianze dei militari israeliani

Non sono però solo gli obiettori a sollevare questioni morali all’interno della società israeliana. Breaking the silence è una ong fondata nel 2004 da soldati veterani dell’Idf con l’obiettivo di far conoscere al pubblico israeliano le reali dinamiche all’interno dei Territori palestinesi occupati.

L’organizzazione, che a oggi ha raccolto oltre mille testimonianze di soldati, nell’ultimo report A life exposed (Una vita esposta) ha puntato l’attenzione su una pratica militare, definita come «invasione» sistematica di case e abitazioni palestinesi. Il report, che racchiude più di 200 tra testimonianze e interviste di diretti interessati, punta a costituire una base di analisi legale per valutare queste pratiche nel quadro del diritto internazionale.

«I soldati che prestano servizio nei territori sono testimoni e partecipano ad azioni militari che li cambiano immensamente. I casi di abusi nei confronti dei palestinesi, il saccheggio e la distruzione di proprietà sono stati la norma per anni, ma vengono ancora ufficialmente descritti come casi “estremi” e “unici”. Le nostre testimonianze ritraggono un quadro diverso – e molto più cupo – in cui il deterioramento degli standard morali trova espressione negli ordini militari e nelle regole di ingaggio che lo stato ritiene giustificati in nome della sicurezza di Israele».

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