Paesi Baschi: la pace tra Eta e Spagna passa anche dalle carceri

Le condizioni dei detenuti dell'Eta e la controversa politica di "dispersione dei prigionieri" attuata dalla Spagna pesano ancora come un macigno sul processo di pace dei Paesi Baschi. Nel corso degli anni, gli scontri tra terroristi, militari e paramilitari hanno provocato più di 800 morti

Un unico messaggio per la pace nei Paesi Baschi e i diritti di carcerati e carcerate. Lo hanno scandito le migliaia di persone scese in piazza, nonostante neve e pandemia, in 238 località della regione tra Francia e Spagna.

La mobilitazione, promossa dalle organizzazioni Sare e Artisan de la Paix, si è tenuta per chiedere la fine della dispersione dei detenuti e una politica carceraria rispettosa dei diritti umani e capace di favorire la pace, più che di esserne da ostacolo (qui sotto il video delle manifestazioni diffuso).

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Foto: Alessandro Pirovano

Eta: prigionieri dispersi tra Spagna e Francia

Secondo il collettivo Etxerat, alla fine del 2020 erano ancora 218 i detenuti del Collettivo politico dei prigionieri baschi dietro le sbarre: 163 in 36 carceri spagnole, 30 in sei francesi e 25 nei Paesi Baschi.

In Spagna quasi la metà dei detenuti dell’organizzazione terroristica si trova a più di 400 km dai Paesi Baschi e poco meno di un terzo a più di 600 km. In Francia, invece, il 23% è inserito in strutture penitenziarie tra i 600 e i 1.100 km di distanza dai Paesi Baschi.

Di quelli detenuti nelle carceri spagnole, a più di metà è applicato il “primo regime” di trattamento, quello più restrittivo, mentre in 68 sono ancora reclusi pur avendo già scontato i tre quarti della pena.

«È l’ora di sfruttare questo tempo per fare dei passi avanti senza voltarsi indietro», ha detto uno degli organizzatori delle manifestazioni di inizio gennaio, invitando le istituzioni spagnole e francesi ad abbandonare una politica carceraria fuori dal tempo.

Tagliati tutti i rapporti con i Paesi Baschi

Questo modus operandi è lesivo dei diritti umani secondo centri di ricerca e personalità internazionali, vista anche la serie di accuse mosse negli anni verso il personale penitenziario per maltrattamenti e sevizie riservate ai detenuti in carcere per motivi politici.

Fondata sul principio della dispersione dei prigionieri, la politica carceraria prevedeva che i detenuti, entrati in carcere per questioni legate all’indipendentismo basco, fossero di prassi mandati in carceri lontane dalla propria terra, spostati di frequente tra i vari centri penitenziari e isolati secondo le regole dei regimi penitenziari più duri.

L’obiettivo era indebolire qualunque tentativo di coordinamento di quelli che si definivano “prigionieri politici” e di rendere più difficoltoso il mantenimento dei contatti con la propria rete familiare e amicale nei Paesi Baschi.

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Foto: Alessandro Pirovano

Movimento separatista basco: 10 anni fa l’Eta abbandonava il terrorismo

Le manifestazioni del 10 gennaio 2021 si sono svolte a esattamente dieci anni da quando uno degli ultimi gruppi armati attivo in Europa, Patria Basca e Libertà (Euskadi Ta Askatasuna, Eta), dichiarò un «cessate il fuoco permanente», «generale» e «verificabile» dalla comunità internazionale. Per molti osservatori era solo una delle tante dichiarazioni nella storia della formazione indipendentista basca, non certo quella che da lì a qualche anno avrebbe condotto alla dissoluzione di uno dei più importanti gruppi armati in Europa.

Più di ottocento persone hanno perso la vita nel lungo conflitto tra i settori più oltranzisti della sinistra indipendentista basca, da un lato, e le forze dell’ordine e i reparti paramilitari, impegnati a difesa dell’unità dello stato spagnolo, dall’altro.

Solo il “cessate il fuoco” del gennaio 2011, che ha di fatto segnato anche l’abbandono della strategia del terrorismo da parte dell’Eta, ha dato il via al percorso verso la completa dissoluzione di Eta del 2018, preceduta dalla consegna, l’anno precedente, dei suoi arsenali.

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Questione basca e il regime di Franco: la storia dell’Eta

Si scriveva così la parola fine a un conflitto decennale che aveva preso il via alla fine degli anni ’50, quando un gruppo di giovani studenti, stanco dell’oppressione del regime franchista e deciso a affermare con orgoglio la propria appartenenza culturale e linguistica basca, decise di dar vita all’Eta.

Passarono pochi anni e gli attentati contro le forze franchiste si moltiplicarono e proprio all’Eta va ascritta l’azione militare più riuscita contro il regime franchista: era il 20 dicembre 1973, quando un ordigno piazzato dai suoi militanti nelle strade di Madrid fece saltare in aria l’auto di Carrero Blanco, capo del governo nonché erede del dittatore Franco.

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Foto: Theklan (via Wikimedia Commons)

Eta e Spagna: lo scontro con la democrazia

La fine del regime e l’avvio della transizione alla democrazia non pose fine alle azioni dei guerriglieri dell’Eta che, per tutti gli anni ’80 e ’90, continuarono a scegliere come obiettivi amministratori, militari, poliziotti, ma anche semplici cittadini.

Il 6 giugno 1987 una chiamata anonima annunciava la presenza di ordigni nel parcheggio del centro commerciale Hipercoor di Barcellona. Mezz’ora dopo, l’esplosione uccise 21 persone e ne ferì 45: fu l’attentato più sanguinoso dell’Eta.

Di violenze si macchiò anche la giovane democrazia spagnola, che fece di tutto per mettere a tacere la formazione indipendentista basca, incarcerando migliaia di sostenitori o sedicenti tali, mettendo fuori legge varie sigle del braccio politico dell’indipendentismo e anche foraggiando la “guerra sporca” di formazioni paramilitari, come il Gruppo Antiterrorista di Liberazione (Gal).

Lo scioglimento dell’Eta è arrivato solo nel 2018, ma alcune questioni, a partire dal trattamento riservato ai detenuti e la politica giudiziaria, sono ancora aperte. Le manifestazioni di inizio anno lo hanno ribadito.

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