Cibo e diritti umani: guida pratica per un consumo responsabile

Come si fa a comprare cibo che non danneggi la salute, rispetti i diritti dei lavoratori e sia sostenibile per l'ambiente? Ecco qualche indicazione da leggere quando si fa la lista della spesa

Se fino a qualche decennio fa l’interesse per materie prime, produzione e impatto socio-ambientale di quello che si mette nel carrello della spesa rasentava lo zero, oggi sempre più persone pretendono informazioni chiare prima di acquistare.

Ma quali sono gli aspetti da considerare per un’alimentazione sostenibile e consapevole, in grado di rispettare salute, ambiente e diritti dei lavoratori?

Anche se non esiste un’unica regola da seguire per essere certi di fare acquisti che contribuiscano a violare diritti umani e ambiente, tenere d’occhio alcuni aspetti può aiutare.

Cibo e diritti umani: cos’è l’alimentazione sostenibile

Si tratta di un tipo di alimentazione che prevede solo il consumo di cibo sano e nutriente e la cui filiera produttiva e distributiva abbia un basso impatto ambientale in termini di utilizzo di suolo e risorse idriche, emissioni di carbonio e azoto e conservazione della biodiversità e degli ecosistemi. Inoltre, deve garantire condizioni di lavoro dignitose, che rientrino in determinati parametri, tra cui quello della retribuzione minima.

Capire se ciò che stiamo per comprare soddisfi tutti questi aspetti è difficile, ma non impossibile.

Etichetta, la carta d’identità di un prodotto

Il primo passo è imparare a leggere le etichette dei prodotti, dove oltre ai valori nutrizionali sono riportati luogo di provenienza della merce, informazioni sul produttore ed eventuali bollini di certificazioni di qualità e altro. Tra questi quello Etico e Sociale (SA8000) che  garantisce, da parte dell’azienda, l’assenza di sfruttamento dei lavoratori, e il rispetto dei loro diritti sindacali e definiti dall’Organizzazione internazionale del lavoro, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dalla Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza dell’Onu.

Un altro indicatore utile può essere la presenza del marchio FairTrade, che dichiara di certificare prodotti realizzati senza sfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente.

Leggi anche:
Caporalato: la vera storia di Lucia, raccoglitrice di pomodori in Puglia
Sorry we missed you: il nuovo film di Ken Loach denuncia la gig economy

alimentazione e diritti umani
Foto: Pixabay

Alimentazione e diritti umani: attenzione ai prodotti esteri

In generale è meglio privilegiare il Made in Italy perché nel nostro Paese sono in vigore regole stringenti sotto ogni tipo di aspetto. Secondo una denuncia fatta da Coldiretti nel 2018, infatti, il 20% dei cibi stranieri che arrivano in Italia non rispettano le stesse nostre garanzie in ambito di lavoro, ambiente e salute.

Ecco le violazioni più gravi secondo l’associazione di rappresentanza dell’agricoltura.

Sfruttamento del lavoro minorile: cacao dalla Costa d’Avorio, riso dal Vietnam, agrumi dalla Turchia e zucchero di canna dalla Colombia.

Lavori forzati: carne dal Brasile e pesce dalla Thailandia.

Impiego eccessivo di pesticidi: banane coltivate in Ecuador, ananas in Costarica, fragole in Egitto.

Contaminazione da metalli pesanti: pesce e molluschi dal Vietnam.

Aflatossine cancerogene spesso oltre i limiti: pistacchi dall’Iran, nocciole e fichi secchi dalla Turchia.

Espropriazione alla minoranza Rohingya, vittima di genocidio: riso dalla Birmania.

Il commercio equo e solidale: l’alternativa in bottega

Non tutto quel che arriva da fuori dall’Italia, naturalmente, è necessariamente frutto di violazione dei diritti. Ed è proprio per garantire che questo non accada che è nato il commercio equo e solidale, che in Italia si manifesta spesso nella rete di botteghe diffuse sul territorio.

Questo sistema si basa su un accordo economico fondato su dialogo, trasparenza e rispetto, con l’obiettivo di avere relazioni eque tra Nord e Sud del mondo. In questo modo si cerca anche di garantire condizioni economiche adeguate ai produttori e di dare loro assistenza tecnica. Inoltre vengono avviate campagne di sensibilizzazione sulle condizioni del commercio internazionale.

Il commercio equo e solidale, sintetizza il sito di Altromercato, risponde a importanti linee guida: 1. garantire ai piccoli produttori nel Sud del mondo un accesso diretto e sostenibile al mercato, al fine di favorire il passaggio dalla precarietà ad una situazione di autosufficienza economica e di rispetto dei diritti umani; 2. rafforzare il ruolo dei produttori e dei lavoratori come primari stakeholders (portatori di interesse) nelle organizzazioni in cui operano; 3. agire ad ampio raggio, anche a livello politico e culturale, per raggiungere una maggiore equità nelle regole e nelle pratiche del commercio internazionale.

Occhio al prezzo: se è troppo basso nasconde sfruttamento dei lavoratori

Come denunciato nel libro Il grande carrello di Stefano Liberti e Fabio Ciconte, se un prodotto alimentare costa troppo poco con ogni probabilità chiunque ci abbia lavorato è stato sfruttato, sotto pagato o costretto ad accettare condizioni disumane.

Nei casi più gravi si parla di caporalato, una realtà consolidata nel settore agricolo, ormai non più solo ad appannaggio del sud Italia, ma diffusa in tutto il Paese, come conferma il V Rapporto Agromafie e Caporalato, curato dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil.

Oggi sono circa 180 mila i lavoratori soggetti a fenomeni di sfruttamento e caporalato in agricoltura.

Leggi anche:
Ferrero tra lavoro minorile e deforestazione: filiera sotto accusa
Imprese e Diritti Umani: una newsletter per chi vuole cambiare le cose

diritto al cibo diritti umani
Foto: Pixabay

Un mercato alimentato dalle mafie

Quando si compra una passata di pomodoro ad appena 39 centesimi, si sta alimentando un tipo di mercato dove qualcuno non è stato retribuito il giusto.

La frutta di stagione non dovrebbe costare mai meno di 2 euro al kg e un cespo di insalata vale più di qualche centesimo.

In una filiera che si conclude con un prezzo stracciato ci rimettono gli agricoltori onesti, ai quali se viene imposto di vendere la merce sotto costo a volte non rientrano nemmeno delle spese di coltivazione, tanto che preferiscono lasciare marcire la frutta sulle piante. E tra le vittime di questo meccanismo ci sono anche i braccianti, sfruttati e costretti, nella migliore delle ipotesi, a lavorare in nero, e nella peggiore a vivere in baracche fatiscenti, stremati da fatica e fame.

Un modo per togliere ossigeno alle mafie agro-alimentari è rifornirsi da circuiti equi e solidali, magari andando a cercare quel che viene proposto da associazioni come Slow Food, Libera, Campi Aperti o aziende di prodotti tipici che abbiano fatto della lotta al caporalato la propria bandiera.

Frutta e verdura bio, a km zero e di stagione

Nutrirsi con frutta e verdure biologica, di stagione e possibilmente a produzione locale ha vari vantaggi. Oltre a essere priva di pesticidi o additivi nocivi per la salute, non viaggiando per arrivare a destinazione non si avvale di trasporti inquinanti.

Inoltre, più la filiera è corta, più è possibile risalire direttamente ai produttori e controllarne personalmente merce e modo di operare. E si può anche risparmiare visto che si evitano le intermediazioni.

Leggi anche:
• Agricoltura industriale: i movimenti chiedono all’Europa di darci un taglio
Banane, nelle piantagioni diritti umani violati e troppi pesticidi

cibo e diritti umani
Foto: Pixabay

Uova e formaggi

Le uova provengono spesso da allevamenti in cui le galline sono stipate in gabbie anguste e super affollate. Da questo punto di vista, meglio scegliere allevamenti italiani, magari vicino a casa, con galline allevate a terra all’aperto e sfamate con mangimi biologici.

I formaggi si possono acquistare in aziende locali dove il bestiame è grass feed, ossia allevato libero e alimentato ad erba e non a cereali, che gonfiano e ingrassano in modo innaturale e nocivo.

Carne: no agli allevamenti intensivi

La produzione di carne è uno dei processi più inquinanti del mondo e anche per questo ne andrebbe limitato il consumo il più possibile.

In alternativa, una scelta possibile è quella di orientarsi verso i cosiddetti “allevamenti etici“, riconoscibili da un’etichetta ben visibile sulle confezioni. Il primo criterio che rende un allevamento etico è che gli animali siano liberi o legati solo su indicazione di un veterinario, in salute e ben nutriti. Gli spazi devono essere sicuri, ben ventilati, esposti alla luce solare, confortevoli, puliti e asciutti.

Ma c’è anche altro a cui prestare attenzione. Nella filiera della più grande azienda mondiale di lavorazione della carne, la Jbs, è presente bestiame che pascola illegalmente in aree protette della foresta pluviale dell’Amazzonia brasiliana. Lo ha denunciato il report “Da foresta a terra da pascolo” pubblicato a luglio da Amnesty International.

Leggi anche:
Caporalato e macellazione carne: cosa c’è dietro al cotechino di Natale
Senza tutele e pagati pochi euro a consegna: chi sono i riders in Italia
Pesticidi: effetti sulla salute nel mirino di ricercatori e cittadini

cibo e diritti umani sostenibilità
Foto: Pixabay

Cibo e diritti umani: attenzione agli imballaggi

Frutta e verdura si trova spesso anche chiusa in vaschette di plastica, che vanno a sostituire i sacchetti biodegradabili della merce sfusa. Una scelta di comodità, ma dannosa per il Pianeta.

Se possibile, quindi, si può scegliere prodotti sfusi e senza imballaggi. Per certe tipologie alimentari, come ad esempio latte e yogurt, inoltre, ci si può rifornire presso i distributori automatici presenti in diverse tutte città e riempiti con prodotti di fattorie o aziende locali.

Iscriviti alla newsletter di Osservatorio Diritti
osservatorio diritti newsletter

Dai gruppi d’acquisto solidale all’Alveare che dice sì

Un’altra modalità interessante per tenere un’attenzione a diritti e ambiente è partecipare a un Gruppo di acquisto solidale (Gas), ossia un gruppo d’acquisto che nasce proprio per realizzare equità, solidarietà e sostenibilità quando si compra.

Tra le alternative ai Gas ci sono per esempio gruppi nati su varie piattaforme social che mettono in comunicazione diretta produttore e consumatore, che si accordano tramite App su tutto: merce da ritirare, giorno e luogo. Tra i più noti c’è Reko, attivo a Reggio Emilia.

Altra esperienza di consumo alternativo è quello dell’Alveare che dice sì!, un sistema che cerca di far funzionare la filiera con l’uso delle tecnologie (internet, pagamenti online, geolocalizzazione).

​Il meccanismo è semplice: i consumatori si registrano sul sito ​ per fare la spesa online, acquistando i prodotti messi in vendita dai produttori locali che fanno parte del network, come frutta, verdura, carne, miele, formaggi, vino. Una volta a settimana viene organizzata la distribuzione nell’Alveare di zona e il momento di ritiro della spesa si trasforma in un’occasione di relazione, dove i produttori possono far conoscere il loro lavoro e la loro realtà.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.