Islam e terrorismo: ecco perché questo collegamento è sbagliato

Femminista, musulmana e senza velo, Azza Karam rompe gli stereotipi occidentali della donna musulmana. Segretaria generale della ong internazionale Religions for Peace, ecco cosa pensa degli ultimi attentati terroristici in Europa e del ruolo di donne e religione

di Margherita Forni

Quando un uomo bianco spara contro un gruppo di musulmani, a nessuno viene in mente che tutti gli uomini bianchi siano così, o che un avvenimento del genere sia rappresentativo di quello che fanno tutti gli uomini bianchi. «Perché, invece, questo collegamento viene costantemente fatto per l’islam e i musulmani?».

A chiederselo, in forma critica, è la segretaria generale della ong internazionale Religions for Peace, Azza Karam, intervistata da Osservatorio Diritti a Lindau, in Germania, in occasione della prima assemblea mondiale su “Donne, fede e diplomazia“. Un evento che, simbolicamente, si è concluso nel quinto anniversario dell’attacco al Bataclan, avvenuto il 13 novembre 2015.

Femminista, musulmana e senza velo, Azza Karam parla anche del ruolo delle donne e della religione nei processi di pace e di cooperazione. Segretaria generale di Religions for Peace dal 2019, è docente di religione e sviluppo presso la Vrije Universiteit di Amsterdam, Paesi Bassi, e ha ricoperto in passato diverse mansioni all’Onu, come consulente senior per la cultura del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa).

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Azza Karam alla prima assemblea mondiale su “Donne, fede e diplomazia”

Femminista, musulmana e senza velo: lei rompe gli stereotipi occidentali sulle donne musulmane.

Penso che si possa essere non velate e al contempo essere intensamente credenti. La diversità esiste in tutte le religioni, come per esempio le donne ebree e indù che indossano un abbigliamento particolare e molte altre che non lo fanno, seppur appartenenti alla stessa tradizione religiosa. Credo che sia vero che essere non velate infrange degli stereotipi, ma lo stereotipo non rappresenta la realtà nella sua interezza: è estremamente limitato, non guarda alla ricchezza delle donne di fede, non solo di quelle musulmane ma delle donne di fede nel mondo.

Anche all’interno della comunità cattolica ci sono differenti donne di fede che vivono la loro appartenenza in modo molto diverso. Abbiamo la cattolica femminista, la suora tradizionale, la cattolica non ordinaria, tutte loro sono donne di fede. Perché pensiamo che il contesto musulmano sia incredibilmente limitato a una sola immagine?

Il velo è un obbligo prescritto dal Corano?

La lingua è una struttura aperta all’interpretazione, non rappresenta una verità assoluta ed eterna. Lo stesso vale per la parola “velo”, che assume significati molto diversi (nel Corano, ndr) in contesti differenti. Alcune interpretazioni ti diranno “questo significa che devi coprirti il capo perché lo dice la parola che significa velo”. No, non significa velo, il significato cambia in base al contesto. Bisogna conoscere le ragioni sociali di una specifica frase scritta da Maometto.

Per esempio, ai tempi del Profeta le donne schiave e concubine camminavano in strada a seno nudo. Da qui la raccomandazione alle donne musulmane di coprirsi, in modo tale da distinguersi dalle altre donne e rendere la loro identità riconoscibile, così che potessero essere trattate con maggiore dignità.

Dobbiamo esaminare tutto contestualmente. Ogni singola cosa contenuta nel Corano, così come in qualsiasi altro testo, deve essere considerata nel suo contesto e il contesto include le parole e la lingua che si trovano al suo interno. C’è un’argomentazione simile nell’interpretazione della Genesi, ovvero che la donna è stata generata dalla costola di Adamo. Tuttavia, la parola “costola” è la stessa di “terra”, potremmo dire per tanto che la donna è nata dalla terra. Dobbiamo rivendicare l’interpretazione esegetica dei testi religiosi, questo è fondamentale.

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Perché di solito non vediamo le donne coinvolte nel terrorismo?

Anche le donne sono coinvolte nel terrorismo. Tradizionalmente sono state coinvolte in tutto il mondo in movimenti suicidi, come combattenti, guerrigliere, nelle milizie. Credo che non dovremmo supporre che la donna sia la dolce infermiera che non si lascia coinvolgere in nessun tipo di violenza. Siamo umani, donne e uomini sono essere umani con caratteristiche molti simili, come riteniamo gli uomini capaci di violenza, così dovremmo farlo anche per le donne. E il terrorismo non fa eccezione dal momento che non è un connotato esclusivamente maschile.

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Islam e terrorismo: perché non esiste un fronte comune musulmano per condannare questi atti?

Io penso che ci siano tre cose da tenere a mente. La prima: il numero dei musulmani nel mondo è 1,6 miliardi. L’islam, così come il buddismo, il giudaismo e differentemente dal cristianesimo, non è organizzato per istituzioni e rappresentanze. Non esiste l’equivalente del Vaticano, della Santa Sede o della comunione anglicana per l’islam. Perché questo è rilevante? Perché quando succede qualcosa e il papa vuole parlare a nome della comunità cattolica può farlo e c’è un’istituzione che serve e rappresenta i cattolici di tutto il mondo. Questo non è il caso del contesto musulmano, dove non c’è un’istituzione centrale che può parlare a nome di tutti i sunniti o di tutti gli sciiti.

Da qui emerge una difficoltà che mi conduce al secondo punto: come comunichiamo la voce di 1,6 miliardi di persone senza una struttura istituzionale e centralizzata? Com’è possibile trasmettere la voce di 1,6 miliardi di persone? È impossibile. E se la chiesa cattolica, anglicana e tutte le altre istituzioni cristiane non esistessero, questa domanda si applicherebbe anche al cristianesimo. Come potrebbero 2 miliardi di cristiani esprimere il loro assenso o la loro condanna, la loro rabbia o la loro gioia? Come potrebbero farlo se non avessero le istituzioni a loro disposizione? Penso che dovremmo apprezzare il fatto che i musulmani, così come i buddisti, gli induisti e tutte le altre religioni, non hanno le stesse forme di rappresentanza istituzionale, anche se questo significa che è difficile parlare a nome di tutti loro, soprattutto tenendo a mente che i musulmani sono la seconda comunità di credenti più grande al mondo.

Il terzo punto è una riflessione. Quando Brenton Tarrant in Nuova Zelanda ha sparato a un gruppo di musulmani nelle due moschee di Christchurch, a nessuno è venuto in mente di dire, e nemmeno ai musulmani, “ecco, tutti gli uomini bianchi sono così” o “perché non tutti gli uomini bianchi del mondo hanno condannato l’attacco?”. La domanda non è stata neppure posta, è stato dato per scontato che quell’individuo che ha ucciso così tante persone fosse per l’appunto solo un individuo, che non rappresentasse la sua etnicità, la sua religione. Eppure questo sarebbe potuto accadere, specialmente quando vediamo movimenti di suprematisti bianchi emergere in ogni parte del mondo. Ciò nonostante, nessuno ha pensato di fare un collegamento tra un uomo bianco in Nuova Zelanda e il movimento del suprematismo bianco che è effettivamente violento ed aggressivo. Perché invece questo collegamento viene costantemente fatto per l’Islam e i musulmani?

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In Francia la convivenza tra istituzioni laiche e religiose non è sempre facile. Pensa che la cooperazione per il bene comune sia possibile?

I francesi hanno una storia particolare e una loro visione del mondo, ma penso che dovremmo guardare a come le comunità religiose hanno coesistito per un lungo periodo di tempo persino in un paese come la Francia. Nonostante la laicità, con tutte le sue implicazioni, la coesistenza religiosa è stata possibile per secoli. Quindi la domanda che ne emerge è: cosa è cambiato oggi, quali sono le condizioni che hanno condotto a una disfunzione di questa coesistenza, non solo tra religioni ma anche tra gli elementi religiosi e secolari della società civile e del governo in Francia? Credo sia questa la domanda che dovremmo porci.

Le religioni hanno un ruolo da svolgere per assicurare una coesistenza pacifica? Assolutamente sì. Cosa fa la religione se non creare uno spazio di nutrimento per la fede? Ma le istituzioni religiose sono anche i principali fornitori di servizi sociali in tutto il mondo, perciò anche se non vogliamo parlare di fede e spiritualità e non vogliamo considerare questi elementi come rilevanti nella società, dobbiamo parlare di ciò che stanno offrendo nella pandemia e cioè ospedali, attrezzature mediche, cibo, servizi igienici.

Non possiamo non riconoscere il ruolo delle istituzioni e organizzazioni religiose. Le religioni hanno un ruolo da svolgere e lo stanno svolgendo. Quello che l’organizzazione Religions for Peace sta cercando di comunicare è: data l’esistenza di realtà non solo spirituali, ma anche sociali, mediche ed educative provenienti da differenti istituzioni religiose, dobbiamo lavorare assieme al di là delle nostre differenze religiose. Questo è il valore aggiunto di Religions for Peace, normalizzare e armonizzare la coesistenza multi religiosa, al servizio di ogni bisogno umano.

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Religione e cultura possono essere fonte di ineguaglianza, soprattutto per la donna. Cosa si può fare?

Penso che sia importante tenere presente che, poiché gli uomini hanno dominato le culture, le tradizioni, le istituzioni, sono sempre riusciti a imporsi anche sulla religione, sui testi e sulle istituzioni religiose. Tuttavia, credo che le attuali disuguaglianze non siano necessariamente di dominio maschile o femminile. Esistono gravi disuguaglianze che sono comuni, come per esempio l’accesso alle risorse.

Una delle cose che abbiamo ascoltato in questa assemblea è la testimonianza del vescovo Younan che ha descritto quanto sia stato difficile per lui elaborare una costituzione per la sua chiesa luterana in Palestina. Una costituzione che si basava sulla giustizia di genere e che ha incontrato una forte resistenza, soprattutto dalle donne.

Non possiamo presumere che la disuguaglianza sia imposta dagli uomini e che loro stessi non ne siano vittime. L’oppressione in nome della giurisprudenza religiosa, o della legge laica, è una questione di interpretazione e di attuazione che incidono sulla trasformazione della realtà. Non si tratta solo di uomini o donne, ma di come il “contratto sociale” tra uomini e donne cambia nel tempo e che anche le donne sono capaci di situazioni di ingiustizia nei confronti di altre donne, così come lo sono gli uomini.

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