Amnesty International costretta a lasciare l’India

Dopo anni di intimidazioni e tentativi da parte delle autorità di ostacolarne il lavoro in difesa dei diritti umani, Amnesty International India ha sospeso le attività nel Subcontinente. Un segnale preoccupante per la più grande democrazia al mondo

Lo scorso 29 settembre Amnesty International India ha dichiarato di essere stata costretta a sospendere le proprie attività nel subcontinente per le continue “rappresaglie” da parte del governo indiano. Dopo una serie di intimidazioni, il recente congelamento dei conti bancari legati all’ong ha di fatto impedito all’organizzazione di continuare a operare sul territorio indiano.

Amnesty ha accusato il governo di aver messo in atto una “caccia alle streghe” contro le organizzazioni che difendono i diritti umani. Negli ultimi anni, Amnesty aveva portato avanti una serie di campagne e pubblicato rapporti che non erano stati accolti con favore dall’esecutivo guidato dal Bharatiya Janata Party, espressione della destra hindu nazionalista, anti-islamica e sempre più autoritaria.

«Trattare un’organizzazione per i diritti umani alla stregua di un’impresa criminale senza alcuna prova fa parte del deliberato tentativo del governo indiano e delle sue agenzie di instaurare un clima di paura e smantellare le voci critiche», ha dichiarato in una nota Avinash Kumar, direttore generale di Amnesty International India.

Il governo ha ribattuto sostenendo che le accuse erano «infelici, esagerate e lontane dalla verità»: Amnesty, dicono da Delhi, ha aggirato la legge in materia di finanziamento.

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Polizia in Kashmir interviene durante le proteste del dicembre 2018 – Foto: Seyyed Sajed Hassan Razavi (via Wikimedia Commons)

Gli «scomodi» report di Amnesty International India

Rajat Khosla, direttore di ricerca, advocacy e policy di Amnesty India, ha dichiarato alla BBC: «Stiamo affrontando una situazione senza precedenti in India. Amnesty India ha dovuto affrontare sistematici attacchi, persecuzioni e molestie da parte del governo».

Secondo Khosla, alla base delle intimidazioni c’è il lavoro sui diritti umani che Amnesty ha portato avanti e le domande che ha sollevato, alle quali il governo non vuole dare risposte, sia rispetto alle indagini sulle rivolte di Delhi (febbraio 2020), sia alla repressione in Kashmir.

A fine agosto l’organizzazione aveva pubblicato un rapporto in cui accusava la polizia della capitale di aver commesso gravi violazioni dei diritti umani e di aver chiuso un occhio, laddove non attivamente partecipato ai cosiddetti Delhi riots, l’attacco anti-musulmano che a fine febbraio ha messo a ferro e fuoco alcuni quartieri nordorientali della capitale facendo 53 morti (leggi India: Delhi, musulmani travolti dalla violenza hindu).

Le violenze erano una risposta alle proteste pacifiche e trasversali che erano andate moltiplicandosi contro l’emendamento alla legge sulla cittadinanza varato a dicembre 2019 e considerato discriminatorio verso la minoranza musulmana (leggi India, proteste e scontri sulla legge anti-musulmani: 6 morti, centinaia di feriti).

A inizio agosto, in occasione del primo anniversario dell’abrogazione dell’autonomia nella regione contesa del Kashmir (leggi Kashmir sotto assedio: l’India manda all’aria l’autonomia e reprime il dissenso), Amnesty aveva esortato l’esecutivo a liberare i politici locali, gli attivisti e i giornalistiarrestati nei 12 mesi di blocco totale della valle, condannando anche il prolungato blocco di internet, parzialmente riattivato con rete 2G.

Inoltre, l’organizzazione si è occupata delle violazioni commesse in Kashmir dalle forze dell’ordine e, in particolare, dell’uso indiscriminato di fucili a pellet – sempre più utilizzati per sedare le proteste – responsabili dell’accecamento di migliaia di persone, le cui testimonianze sono state raccolte dall’ong.

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Negozi bruciati a Shiv Vihar, Nuova Delhi – Foto: Banswalhemant (via Wikimedia Commons)

Intimidazioni del governo di Nuova Delhi ad Amnesty International

In passato c’erano stati dei precedenti. Già a ottobre 2018 il fisco indiano aveva fatto irruzionenella sede centrale dell’organizzazione a Bangalore, nel sud del Paese. La perquisizione negli uffici era durata diverse ore: i funzionari dell’agenzia delle entrate cercavano la documentazione contabile dei fondi dell’organizzazione. Diversi donatori di Amnesty India avevano inoltre ricevuto richieste di chiarimenti in merito alle donazioni dalle autorità: molti di loro, intimiditi, avevano interrotto i finanziamenti all’organizzazione.

Ancora, a giugno 2019, Amnesty International India aveva indetto una conferenza stampa per presentare il rapporto sulle continue e gravi violazioni dei diritti umani in Kashmir, ma era stata costretta a cancellare l’evento.

Il 15 novembre dello stesso anno un ulteriore raid aveva preso nuovamente di mira gli uffici dell’ong e, questa volta, anche l’abitazione del suo direttore generale.

Il 15 aprile 2020, la polizia per i reati informatici dell’Uttar Pradesh aveva richiesto a Twitter informazioni sull’account di Amnesty India per accertamenti.

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Il mercato di Gokal Puri bruciato nei disordini nel nord-est di Delhi- Foto: Banswalhemant (via Wikimedia Commons)

Ostacoli crescenti per le ong in India

«È un giorno vergognoso per l’India: una potenza emergente, uno stato membro del Consiglio Onu per i diritti umani, la cui Costituzione contiene impegni per i diritti umani, cerca di ridurre al silenzio chi chiede giustizia», ha aggiunto Kumar di Amnesty.

L’organizzazione, fondata a Londra nel 1961, opera in 70 Paesi al fine di garantire ad ogni individuo i diritti garantiti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Come per molte organizzazioni non governative, le sue attività dipendono dai fondi e dalle donazioni internazionali.

Negli ultimi anni però le ong hanno avuto vita sempre più dura in India, soprattutto quelle che si occupano di temi scomodi: diritti umani, minoranze, Kashmir, naxaliti, Adivasi (popoli indigeni), dalit (i “fuoricasta” della gerarchia sociale delle caste indiane), estrattivismo e danni ambientali.

Nel 2010, l’emendamento al Foreign contribution regulatory act (Fcra) aveva proibito i finanziamenti stranieri per “attività politiche” degli enti non profit nel tentativo di contenere l’influenza straniera nella politica interna indiana.

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È dal 2014, dopo un report dell’intelligence indiana, che il governo nazionalista capeggiato da Narendra Modi ha dato inizio a un giro di vite sulle ong internazionali, tra cui Amnesty, che già nel 2009 aveva temporaneamente sospeso le operazioni in India per problemi legati ai finanziamenti. Nel 2018, l’esecutivo ha ritirato le licenze a circa 20 mila ong.

«Non si tratta di un sinistro complotto per colpire la reputazione dell’India, come comicamente affermano in queste ore alcuni funzionari governativi. Il nostro è un lavoro che si ispira alle tradizioni che anche l’India condivide. L’India è stato uno dei paesi membri delle Nazioni Unite che ha votato per la Dichiarazione universale dei diritti umani», ha scritto Rajat Khosla in un editoriale sul quotidiano britannico The Guardian.

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