Agromafie e caporalato: la nuova geografia del lavoro sfruttato

Agromafie e caporalato sono due fenomeni pervasivi, riguardano tutto il settore agro-alimentare italiano: circa 180.000 i lavoratori "vulnerabili", sia italiani sia migranti. Il Veneto è una delle regioni più colpite. Lo denuncia il quinto rapporto curato dall'Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil

Caporalato e agromafia sono due fenomeni pervasivi. Non riguardano più solo le regioni del Sud, ma interessano, a vari livelli e a differenti latitudini, tutto il settore agro-alimentare italiano: agricoltura, trasformazione, ristorazione, logistica, grande distribuzione organizzata (Gdo).

Dal Veneto alla Puglia, dalla Toscana alla Sicilia, ogni tassello della filiera che porta il cibo dai campi alle nostre tavole è in qualche modo distorto da contratti ingannevoli, forme di lavoro grigio e lavoro nero. In tutto sono circa 180.000 i lavoratori “vulnerabili”, ovvero soggetti a fenomeni di sfruttamento lavorativo e caporalato.

La denuncia arriva dal quinto Rapporto Agromafie e caporalato a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, presentato a Roma il 16 ottobre, Giornata mondiale dell’Alimentazione, alla presenza, tra gli altri, della ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova.

Video integrale della presentazione del quinto Rapporto su agromafie e caporalato (a cura della Flai Cgil)

Agromafie e caporalato: la mappa del fenomeno

Con l’approvazione della legge 199/2016 sono emerse le dimensioni reali del caporalato. Lo sfruttamento lavorativo attraversa trasversalmente tutte le regioni e province italiane, come dimostrano i 260 procedimenti penali riguardanti tutti i settori analizzati nel rapporto.

Di questi, più della metà, per l’esattezza 143, non riguardano il Sud Italia. Il Veneto e la Lombardia – con le procure di Mantova e Brescia – sono le regioni che seguono più procedimenti, così come le procure dell’Emilia-Romagna e quelle del Lazio (con Latina al primo posto), nonché della Toscana (con Prato).

Tra i procedimenti esaminati, l’agricoltura è il settore maggiormente rappresentato con 163 procedimenti.

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Il quinto Rapporto Agromafie e Caporalato appena pubblicato dall’Osservatorio Placido Rizzotto – Foto: © Flai-Cgil Nazionale (via Facebook)

Come funziona il caporalato

Le indagini hanno permesso di mappare una realtà fortemente iniqua, che racchiude al suo interno  «occupati con contratto ma con parti dello stesso non rispettati (riduzione delle giornate di lavoro, salario minore di quello che compare nel medesimo contratto, risposi/ferie dimezzati/inesistenti), occupati senza contratto con rapporti di lavoro sbilanciati/asimmetrici (dal punto di vista economico e dall’assenza dell’attrezzatura anti-infortunistica) in favore del datore di lavoro, occupati senza contratto fortemente sfruttati e non di rado esercitanti l’attività in condizione pressoché servile».

Ciò che caratterizza queste tre categorie di lavoratori è spesso lo stato di bisogno e dunque l’alto rischio di sfruttamento, dovuto alla ricattabilità qualora non si accettassero le condizioni dell’ingaggio occupazionale.

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Legge sul caporalato «ancora da potenziare»

Il concetto relativo all’approfittarsi dello stato di bisogno rappresenta il fulcro della legge 199/2016 sul caporalato. Una riforma fondamentale che, oltre ad aver inasprito le pene, ha modificato la struttura dell’illecito rendendo punibile, oltre il reclutatore, anche il datore di lavoro.

«Quattro anni dopo l’entrata in vigore di quella legge vanno ancora potenziati alcuni dei suoi pilastri», ha ribadito Jean-René Bilongo, responsabile dell’Osservatorio Placido Rizzotto. La norma infatti viaggia su un doppio binario: prevenzione e repressione. Per questo servono maggiori controlli (diminuiti del 33% nel 2019) e l’applicazione della norma nella sua totalità, istituendo, per esempio, in tutte le province le sezioni territoriali della Rete del lavoro agricolo di qualità.

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C’è una stretta correlazione tra il meccanismo del sottocosto, le aste al ribasso e le difficoltà economiche degli agricoltori – Foto: © Marco Dersken (via Flickr)

Agromafie e caporalato: doppio ribasso e sottocosto fanno parte del problema

L’appello è stato accolto dalla ministra Bellanova, che ha affermato la necessità di fare di più per rendere la produzione del cibo sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico. E ha rilanciato con la proposta di finanziamento dei contratti di filiera, che vedono schierati sullo stesso fronte Stato, imprese agricole, trasformatori e grande distribuzione organizzata.

La grande distribuzione è chiamata in causa soprattutto per le storture prodotte dalle aste al doppio ribasso e la connessa strategia del sottocosto. Due pratiche che soffocano gli agricoltori e il cui divieto è oggetto di un disegno di legge approvato nel 2019 alla Camera ma ancora fermo in Senato.

Caporalato migranti: i decreti Salvini «vanno cancellati»

Il fenomeno del caporalato non riguarda solo i migranti, i lavoratori stranieri, ma anche quelli italiani, anche se la cittadinanza rimane spesso un motivo di forte criticità, come si legge nella prima parte del rapporto. Nella fase più difficile della pandemia, tra marzo e maggio, quello agricolo ha dimostrato di essere un settore essenziale. In particolare, nel momento in cui sono state temporaneamente chiuse le frontiere ci si è iniziati a porre il problema dei braccianti stagionali.

Il grido dall’allarme era stato lanciato da Coldiretti che reclamava la mancanza di ben «370 mila lavoratori regolariche arrivano ogni anno dall’estero, fornendo il 27% del totale delle giornate di lavoro necessarie al settore».

Una situazione che ha reso ancor più evidenti da un lato «l’impianto iniquo della “legge Bossi-Fini”, dall’altro, i “Decreti Salvini” focalizzati ossessivamente sull’accostamento in termini sicuritari tra dell’immigrazione e criminalità (la cd. crimmigration)». Due norme fortemente criticate dal documento, che è stato chiuso prima che il governo Conte bis decidesse di rimettere mano ai decreti sicurezza (leggi anche Immigrazione in Italia: i decreti sicurezza aumentano gli irregolari).

Regolarizzazione stranieri: per la Flai Cgil «si poteva fare di più»

Ad essere presa in considerazione anche la recente regolarizzazione dei lavoratori stranieri, voluta proprio dalla ministra Bellanova. Secondo i dati parziali in possesso dell’Osservatorio le domande presentate al 15 agosto ammontavano a circa 207.542, di cui circa 30.694 riguardanti il settore primario.

Secondo il rapporto, il provvedimento, pur avendo permesso l’emersione di una parte delle componenti irregolari, non ha risolto alla radice i problemi di quello che si può definire un sistema malato.

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Braccianti stranieri durante la raccolta dei pomodori – Foto: © Radio Alfa (via Flickr)

Alloggi e salari bassi: i punti critici per le vittime di agromafie e caporalato

L’analisi si sofferma anche sulle condizioni alloggiative, in particolare dei lavoratori stranieri, spesso costretti a vivere in veri propri ghetti al sud oppure all’addiaccio, come è successo anche quest’anno a Canelli, nell’Astigiano, durante il periodo della vendemmia.

L’indisponibilità di un alloggio unito ai bassi salari «genera un circolo vizioso che rende praticamente impossibile fuoriuscire da questo perverso meccanismo emarginante» si legge nello studio.

In agricoltura le donne sono più ricattabili

Particolare attenzione è stata poi data alle lavoratrici straniere, visto che negli ultimi anni si è registrata una forte crescita di questa componente nei processi migratori. In secondo luogo perché nel settore agricolo emerge un maggior isolamento delle donne che «specularmente tende a caratterizzarsi con una forte dipendenza dal datore di lavoro rendendo i rapporti di lavoro particolarmente permeabili a forme di variegate di abuso (incluse quelle a sfondo sessuale) e sfruttamento: le paghe di fatto sono mediamente minori, mentre gli orari di lavoro sono pressoché assimilabili a quelli dei colleghi maschi».

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Rapporto Flai-Cgil: l’agromafia è «diseconomia che si regge sull’illegalità»

Il lavoro di ricerca e di indagine dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, condotto tra l’ottobre 2018 e il febbraio 2020, raccoglie numeri ma anche testimonianze. In tutto 270 interviste, 180 fatte in maniera diretta in cinque regioni e in dieci province, di cui trenta a lavoratori stranieri. Cinquecento pagine che disegnano la nuova geografia del lavoro sfruttato.

Un rapporto che non si rivolge solo gli addetti ai lavori – politici, sindacalisti, imprenditori, lavoratori – ma che vuole parlare anche ai consumatori, chiamati in causa in qualità di «alleati» in questa battaglia contro un sistema parallelo «che offende la dignità delle persone, oltre ad avere ricadute negative sull’economia e soprattutto sull’intera collettività», ha dichiarato il segretario generale di Flai Cgil, Giovanni Mininni, durante l’apertura dei lavori.

Le agromafie in Italia fatturano ogni anno 24,8 miliardi di euro (sesto rapporto Agromafie dell’Istituto Eurispes).

Numeri tali da poter parlare di «un vero e proprio “modello economico”, anzi una diseconomia che si regge sull’illegalità e la mortificazione dei lavoratori, approfitta dello stato di bisogno e della vulnerabilità delle persone, a volte riduce in schiavitù».

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