Pena di morte: Giappone, condannati sottoposti a trattamento crudele

Il Giappone ha indici di criminalità bassissimi, eppure il consenso popolare alla pena di morte è molto vasto. Ed è previsto un trattamento crudele per i condannati: tenuti a lungo in isolamento, vengono informati della loro uccisione appena un’ora prima dell'arrivo del boia

L’ultima esecuzione, la prima e per il momento unica del 2020, è avvenuta lo scorso marzo: Satoshi Uematsu, 30 anni, è stato condannato alla pena di morte da un tribunale giapponese in quanto colpevole di aver ucciso nel 2016 diciannove persone, tra i 19 e i 70 anni, e di averne ferite altre 25 all’interno di un centro per disabili. Un terribile omicidio di massa, uno dei  casi più eclatanti di violenza degli ultimi anni in Giappone, dove crimini così efferati sono rarissimi.

Stati Uniti e Giappone unici paesi del G7 a contemplare la pena di morte

In occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte, che si celebra il 10 ottobre, vale la pena ricordare che Stati Uniti e Giappone sono gli unici Paesi del G7 a contemplare ancora nel loro sistema, e a mettere in pratica, la pena di morte.

Ma per lungo tempo, fino almeno al 2007, le esecuzioni nel Paese asiatico sono rimaste nascoste da un alto grado di segretezza, anche a livello nazionale.

Come osserva Amnesty international, mentre il resto del mondo progressivamente volta le spalle alla pena capitale (sempre più nazioni la stanno abolendo, lo scorso febbraio il Colorado è stato il 22° Stato Usa a cancellarla dal suo sistema), il Giappone si muove in controtendenza e resta ancorato al passato e alla tradizione.

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Manifestazione contro la pena di morte – Foto: Amnesty International

Nel braccio della morte nipponico rinchiusi oltre 100 detenuti

Secondo il rapporto globale di Amnesty international, nel 2018 su venti Paesi che hanno compiuto delle esecuzioni, il Giappone si è piazzato allottavo posto (con 15 condanne eseguite) dopo gli Stati Uniti e prima del Pakistan.

Come riporta l’organizzazione per i diritti umani, nel 2019 il Paese ha eseguito tre condanne a morte: l’ultima, il 26 dicembre, è avvenuta nella prigione di Fukuoka su un cittadino cinese, Wei Wei, condannato definitivamente nel 2011 per l’uccisione di un’intera famiglia di quattro persone avvenuta nel 2003.

Attualmente nel braccio della morte sono rinchiusi più di cento detenuti in attesa di esecuzione.

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Foto: Pixabay

Nel 2018 eseguita la pena di morte per 7 membri della setta Aum Shinrikyo

Grande risonanza mediatica internazionale ha avuto due anni fa l’esecuzione della condanna a morte di sette persone insieme: Chizuo Matsumoto e altri sei membri della setta Aum Shinrikyo, condannati per l’attentato del 1995 col gas sarin nella metropolitana di Tokio, che provocò 13 morti oltre a migliaia di feriti. Le condanne sono state eseguite il 6 luglio del 2018.

«Queste sette esecuzioni sono senza precedenti nella storia recente del Giappone. Gli attacchi di Aum Shinrikyo furono orribili e i responsabili meritavano di essere puniti, ma la pena di morte non è mai la soluzione», è stato il commento di Hiroka Shoji, ricercatore di Amnesty international sull’Asia orientale.

In Giappone criminalità ai minimi e carceri quasi vuote

L’impero del Sol Levante è uno dei Paesi con il tasso di criminalità più basso al mondo, microcriminalità estremamente ridotta e indici minimi di percezione della paura da parte dei cittadini di essere aggrediti, di subire furti, rapine, vandalismi o di andare in giro da soli per le strade.

La sua capitale, Tokyo, è una delle città considerate più sicure del pianeta. E le carceri nipponiche sono quasi vuote.

Eppure, nonostante questi dati molto rassicuranti e la consapevolezza che la pena capitale non abbia una particolare funzione deterrente contro gli atti criminali, in Giappone la pena di morte continua non solo a non essere messa in discussione, ma ad essere sostenuta da un consenso popolare vastissimo.

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Più dell’80% dei giapponesi a favore della pena di morte

Un sondaggio governativo condotto a novembre del 2019, intervistando 3 mila giapponesi adulti, ha rivelato che l’80,8% dei cittadini sostiene che la pena capitale sia in alcuni casi necessaria. Questo sondaggio è realizzato ogni cinque anni e nelle ultime quattro edizioni il consenso alla pena di morte ha sempre raggiunto o superato l’80 per cento.

Per il 56,6 per cento degli intervistati la ragione principale del sostegno alla pena capitale riguarda i sentimenti delle vittime e dei loro familiari. Alla domanda se la pena capitale dovrebbe essere mantenuta o abolita nel caso in cui venisse introdotta la pena dell’ergastolo senza condizionale, il 52% delle persone ha risposto che la pena capitale dovrebbe essere mantenuta.

È comunque vero che da più parti sono stati sollevati dubbi sulle modalità di realizzazione di questi sondaggi governativi, sul modo di proporre le domande e, di conseguenza, sulla lettura dei dati, che risulterebbero eccessivamente sbilanciati verso la pena capitale.

Reati per cui è prevista la pena di morte in Giappone

Come spiega la lega internazionale per l’abolizione della pena di morte Nessuno tocchi Caino, la pena capitale in Giappone è prevista per tredici reati, ma di fatto viene comminata solo per omicidio.

Dal novembre 1989 al marzo 1993 vi è stata una sospensione delle esecuzioni, ma a partire dalla metà degli anni ’90 le condanne sono ricominciate e hanno avuto un’accelerazione negli anni Duemila.

Da quando il Partito liberal-democratico dell’ex premier Shinzō Abe (che si è dimesso lo scorso settembre) è salito al potere nel 2012, sono state eseguite 39 condanne, un numero record.

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Metropolitana di Tokyo, Giappone

Pena di morte Giappone: modalità dell’esecuzione

La morte avviene ancora oggi per impiccagione. Ad essere bersaglio di forti critiche internazionali – aldilà della pena capitale stessa – è il sistema crudele, disumano che viene messo in atto contro i condannati a morte: il detenuto non conosce la data della sua morte. Viene informato della sua prossima esecuzione solo un’ora prima dell’impiccagione, senza quindi avere più alcuna possibilità di un ultimo saluto ai suoi familiari o della richiesta in extremis di un appello.

La sua famiglia viene tenuta all’oscuro dell’esecuzione e informata della morte del congiunto solo quando questa è già avvenuta. Nessuno tocchi Caino spiega che il giorno dell’impiccagione, il condannato viene incappucciato, bendato, disposto in piedi sopra una botola che viene aperta all’improvviso.

Detenuti trattati in modo disumano: la pena di morte oggi in Giappone

Un sistema tanto più riprovevole in quanto il Giappone ha sottoscritto la Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, adottata dall’Onu nel 1984. Di fatto, il trattamento che il sistema giudiziario nipponico riserva ai detenuti del braccio della morte è degradante: oltre a non conoscere la data della sua morte, il condannato viene tenuto recluso in condizioni particolarmente dure, spesso in isolamento anche prolungato per anni e anni.

Nel 2011 il ministero della Giustizia ha rivelato che circa la metà dei detenuti condannati a morte sono trattati con psicofarmaci perché soffrono di grave stress, allucinazioni e insonnia.

Questo sistema ha suscitato forti preoccupazioni a livello internazionale, a partire dal Comitato delle Nazioni unite contro la tortura che nel 2013 ha esortato il sistema giudiziario nipponico a rivedere e modificare le sue regole nei confronti dei condannati a morte.

Comunità di Sant’Egidio chiede Moratoria Olimpica 2020

Se è vero che il consenso popolare è molto ampio, il movimento che si oppone alla pena di morte in Giappone è sempre più vasto: nel 2016 la principale federazione di avvocati nipponici ne ha chiesto l’abolizione.

In vista delle Olimpiadi di Tokyo 2020 – che avrebbero dovuto svolgersi dal 24 luglio al 9 agosto, ma che sono state posticipate di un anno a causa della pandemia del Covid-19 – in occasione della visita di papa Francesco nel Paese asiatico a novembre del 2019 la Comunità di SantEgidio ha lanciato l’appello per una Moratoria Olimpica 2020 delle esecuzioni.

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