Amazzonia in fiamme: ecco perché brucia ancora

L'Amazzonia continua a bruciare. La Nasa sottolinea che gli incendi sono frutto della deforestazione. Bolsonaro dichiara che «questa storia che l’Amazzonia sta bruciando è una menzogna». Mentre il parlamento europeo potrebbe denunciare il Brasile alla Corte penale internazionale per crimine contro l'umanità

Vivere a Novo Progresso, una piccola città di 25 mila abitanti, localizzata nella regione del Pará, in Brasile, non è facile, specialmente quando arriva il mese di settembre. In quest’epoca dell’anno il cielo non è più blu, diventa grigio e nell’aria si sente la puzza di bruciato. È l’odore dell’Amazzonia che arde e che muore, prosciugata dall’avidità dell’uomo bianco.

Secondo il sistema di monitoraggio dell’Istituto nazionale per la ricerca spaziale (Inpe), ad agosto sono stati registrati 29.308 punti d’incendio nell’Amazzonia e la regione del Pará – dove si trova Novo Progresso – è la prima nella classifica con 10.865 incendi. La città appare fra i dieci comuni brasiliani con più punti di calore quest’anno.

Questa classifica non è una novità per gli abitanti di Novo Progresso. Il 10 agosto 2019 la città è stata il palcoscenico di un terribile evento organizzato da agricoltori e uomini d’affari per compiere quello che sarebbe diventato uno dei peggiori crimini ambientali in Amazzonia: la cosiddetta “giornata del fuoco“. Per capire la gravità dell’atto, il 9 agosto l’Inpe aveva rilevato 101 punti di calore nella regione. Fra il 10 è l’11, questo numero è volato a 1.457.

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Foto: © Christian Braga / Greenpeace – 5 settembre 2020

Incendi in Amazzonia: nel 2020 l’esercito non riesce a contrastarli

Il mondo era sotto choc guardando nei telegiornali l’Amazzonia che bruciava e la totale incapacità e riluttanza del governo del presidente Jair Bolsonaro nel proteggere la foresta. E in fumo è andata anche la credibilità internazionale del Brasile.

Per evitare le proteste del 2019, nel 2020 Bolsonaro ha imposto un divieto di 4 mesi agli incendi e ha inviato l’esercito per combattere i roghi in Amazzonia. Ma le operazioni dell’esercito nella regione sono fallite, afferma l’Osservatorio del Clima, una rete di cui fanno parte 52 ong legate alle cause ambientali, come Greenpeace). In nota pubblicata sul loro sito, Marcio Astrini, segretario esecutivo dell’organizzazione, ha dichiarato che «il teatro militare istituito dal generale Hamilton Mourão in Amazzonia per ingannare gli investitori non è riuscito a ingannare i satelliti».

«Spendiamo tempo e denaro dei contribuenti, emettiamo carbonio e perdiamo biodiversità. Tutto questo perché le persone al potere si rifiutano di attuare politiche pubbliche per combattere la deforestazione e gli incendi», ha detto Astrini.

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Deforestazione, animali e conseguenze degli incendi in Amazzonia

In tutta l’Amazzonia il sistema di deforestazione segue una tabella di marcia nota alle autorità e ai ricercatori: l’invasore abbatte la foresta localizzata sui terreni pubblici, vende la legna per capitalizzare, pianta erba e mette il bestiame.

L’allevamento di bestiame è l’attività che più contribuisce alla deforestazione in Amazzonia. Secondo il recente studio di Imazon (Institute of Man and Environment of the Amazon), occupa il 65% dell’area disboscata.

Ed è proprio dalla deforestazione che proviene oltre il 50% dei punti d’incendio della foresta. «Più della metà delle emissioni di carbonio che escono dalla regione amazzonica in questo momento provengono dalla deforestazione», ha dichiarato Douglas Morton, scienziato e capo del Biosphere Science Laboratory della Nasa durante una diretta con l’Osservatorio del Clima del 27 agosto.

Per arrivare a questi dati la Nasa ha creato uno nuovo strumento per monitorare i punti d’incendio nella foresta e non solo. Battezzato Amazon Dashboard, analizza, traccia e classifica il tipo d’incendio in Amazzonia. In base alla posizione, all’intensità, alla durata e alla velocità di propagazione, ogni singolo evento può essere classificato come: incendio di deforestazione, incendio boschivo sottobosco, piccola radura e incendio agricolo o incendio nella savana.

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Foto: © Christian Braga / Greenpeace – 5 settembre 2020

Amazzonia in fiamme: politica di Bolsonaro tra le cause

Anche se il mondo grida stop alla deforestazione, questo governo continua a minimizzare e negare la realtà di quanto accade nella foresta. Nello stesso giorno in cui l’Inpe ha rilevato 1.100 punti d’incendio nella regione del Pará, l’11 agosto, al secondo vertice presidenziale del Patto di Leticia, con i paesi della regione amazzonica, Bolsonaro ha dichiarato che «questa storia che l’Amazzonia sta bruciando è una menzogna».

Otto giorni dopo il suo vice, il generale Hamilton Mourão, in un articolo intitolato Vamos falar de queimadas (Parliamo dei roghi) e pubblicato sul sito del governo, è arrivato all’apice del negazionismo attribuendo cause naturali agli incendi senza citare la deforestazione come fattore propulsore.

Nel testo Mourão contraddice anche i dati dell’Inpe quando afferma che tra il 1° maggio e il 31 luglio di quest’anno gli incendi sono diminuiti del 7,6 per cento. Secondo l’ente, durante questo periodo si è registrato un aumento del 23% rispetto agli stessi mesi dello scorso anno.

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amazzonia in fiamme perché
Foto: © Christian Braga / Greenpeace – 5 settembre 2020

Campagna internazionale per salvare l’Amazzonia in fiamme

Cercando di sensibilizzare aziende, investitori e consumatori sulle responsabilità di ciascuno in merito alla distruzione dell’Amazzonia, le principali entità per la difesa dell’ambiente nel Paese, come Apib (Associazione dei Popoli Indigeni del Brasile), Mídia India, 342 Amazônia e l’Osservatorio del Clima hanno dato il via alla campagna internazionale “Defund Bolsonaro” (tagliare i finanziamenti a Bolsonaro, in inglese).

In un video in cui diverse parti del mondo appaiono in fiamme e piene di fumo, un bambino chiede: «Stai sentendo l’odore del fumo? È l’Amazzonia che sta bruciando. Di nuovo».

L’Amazzonia brucia: la mossa del parlamento europeo

Anche il parlamento europeo ha fatto una prima mossa. L’ente ha commissionato uno studio in cui viene suggerita la possibilità di allertare la Corte penale internazionale su un possibile crimine contro l’umanità in assenza di protezione nell’Amazzonia brasiliana. L’ha scritto il giornalista Jamil Chade in un articolo pubblicato il 2 settembre nel sito UOL.

«Nel tentativo di stabilire una maggiore protezione giuridica dell’ambiente, l’analisi propone che il Parlamento europeo consideri la fattibilità e le implicazioni legali di allertare la Corte penale internazionale (Cpi) su un possibile crimine contro l’umanità nell’Amazzonia brasiliana che colpisce l’integrità del bioma amazzonico, provocando l’espropriazione illegale delle terre dei popoli indigeni e minacciando la vita delle popolazioni indigene in isolamento volontario».

Secondo l’articolo, il documento indica che «l’attuale governo (Bolsonaro) sta potenzialmente minacciando la vita degli abitanti indigeni, in particolare quelli in isolamento volontario o senza contatto». Il documento è del giugno 2020 ed è stato prodotto dalla Direzione generale della politica estera del parlamento. L’analisi specifica sull’Amazzonia è stata richiesta dalla sottocommissione per i Diritti umani del parlamento europeo, specifica Chade nel testo.

Esistono già diverse denunce contro il governo Bolsonaro, ma questa è la prima che potrebbe arrivare da un’organizzazione non brasiliana.

Nonostante non esista ancora nel diritto internazionale il crimine di “ecocidio”, la pressione per la sua creazione è sempre più forte. A giugno scorso il presidente della Francia, Emmanuel Macron, ha espresso sostegno alla sua creazione per giudicare coloro che non proteggono gli ecosistemi, facendo un chiaro riferimento alla situazione in Amazzonia.

1 Commento
  1. Flavia Ostani dice

    Orrore. La pagheranno per l’eternita’.

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