Lotta alla povertà: il mondo sta perdendo la battaglia più importante

Secondo i dati ufficiali, in 25 anni oltre un miliardo di persone sarebbe uscito dalla povertà. Ma Philip Alston, già Relatore speciale delle Nazioni Unite, punta il dito contro il «trionfalismo fuori luogo»: quei dati sono fuorvianti e insistere sulla collaborazione con i privati non è poi così utile

Il mondo sta perdendo la lotta contro la povertà. È durissima l’accusa lanciata da Philip Alston, professore di legge alla New York University, nell’ultimo rapporto che ha redatto in veste di Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani (incarico che Alston ha ricoperto tra il 2014 e il 2020) e che è stato presentato al Consiglio per i diritti umani Onu il 7 luglio.

Non solo: la pandemia di coronavirus – che impoverirà più di 70 milioni di persone – ha messo a nudo l’autocompiacimento e il «trionfalismo fuori luogo» delle organizzazioni internazionali che si sono prese il merito di aver fatto progressi nello sradicamento della povertà estrema.

«Ancora prima dell’epidemia di coronavirus abbiamo sprecato un decennio nella lotta contro la povertà, con un trionfalismo fuori luogo che ha bloccato proprio le riforme che avrebbero potuto prevenire gli effetti peggiori della pandemia», ha commentato Alston.

La prima parte del rapporto mette al centro proprio «la trionfalistica narrativa mainstream» diffusa prima dell’epidemia di coronavirus secondo cui la povertà sarebbe stata a un passo dall’eradicazione. Stando ai dati ufficiali, infatti, il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà estrema infatti, è passato da 1 miliardo 895 milioni nel 1990 a 736 milioni nel 2015.

In termini percentuali, oggi il 10% della popolazione mondiale vive in condizioni di povertà contro il 36% del 1990. Risultati che sono basati sull’indicatore adottato dalla Banca Mondiale (l’International poverty line) che fissa la soglia della povertà a 1,90 dollari al giorno. Tuttavia, scrive Alston, basare la lettura di un fenomeno così complesso solo su questo indicatore restituisce un’immagine fuorviante del progresso globale contro la povertà.

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lotta alla povertà nel mondo
Slum di Dacca, Bangladesh – Foto: Zoriah (via Flickr)

Lotta alla povertà: l’indicatore della Banca Mondiale non è affidabile

L’International poverty line, infatti, è stabilito sulla base di una media tra la soglia di povertà di alcuni Paesi più poveri del mondo (soprattutto Paesi dell’Africa Sub-sahariana). Non si basa su una valutazione diretta del costo dei beni essenziali, ma è un valore assoluto, costante in valore ed espresso utilizzando la Parità di potere d’acquisto (PPP).

Già da anni, economisti e ricercatori mettono in discussione l’utilità e l’affidabilità di questo indicatore. Uno studio condotto dall’economista Robert Allen, ricercatore presso l’Oxford Centre for Economic and Social History, mette in evidenza come soddisfare alcune esigenze fondamentali (una dieta bilanciata di almeno 2.100 calorie al giorno e uno spazio in cui vivere di almeno tre metri quadrati) costi in realtà molto di più rispetto all’indicatore fissato dalla Banca Mondiale: ovvero 2,63 dollari nei Paesi in via di sviluppo e 3,96 dollari in quelli ad alto reddito.

Senza dimenticare il fatto che da queste stime vengono escluse o sono sotto-rappresentate milioni di persone appartenenti alle fasce più marginali della popolazione e più duramente colpite dalla povertà come donne, rifugiati, persone in fuga dalla guerra, migranti, comunità nomadi e pastorali.

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lotta alla povertà e all'esclusione sociale
Philip Alston, ex Relatore speciale delle Nazioni Unite per la povertà estrema e i diritti umani – © UN Photo / Jean-Marc Ferré (vial Flickr)

Poca ambizione nella lotta alla povertà nel mondo

Inoltre, la soglia di povertà fissata dalla Banca Mondiale è molto più bassa rispetto a quella dei singoli Paesi. Di conseguenza, il numero di poveri sarà più basso. Negli Stati Uniti, ad esempio, le persone che vivono con meno di 1,90 dollari al giorno sono l’1,2% della popolazione, ma se guardiamo all’indicatore nazionale, la quota dei poveri sul totale della popolazione sale al 12,7 per cento. In Sudafrica il rapporto passa dal 18,9% al 55%, in Messico dall’1,7% al 41,9 per cento.

Secondo Alston, la soglia di povertà adottata dalla Banca Mondiale è «scandalosamente poco ambiziosa». In molti Paesi non basta nemmeno a coprire il costo del cibo o dell’alloggio ed è «esplicitamente disegnata» per riflettere un tenore di vita incredibilmente basso «ben al di sotto di ogni ragionevole concezione di una vita dignitosa». Vivere con meno di due dollari al giorno significa non poter investire per migliorare il proprio futuro o quello dei propri figli, ad esempio, attraverso l’istruzione.

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I dati: nessun miglioramento reale nella lotta alla povertà

Dal momento che l’indicatore adottato per calcolare la soglia di povertà non è affidabile, conclude Alston, i risultati ottenuti in questi anni nella lotta alla povertà sono solamente una vittoria di Pirro. Infatti, se consideriamo altri indicatori («più realistici») il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà non solo cresce in maniera esponenziale, ma si nota anche come dal 1990 a oggi i numeri si siano ridotti in maniera molto limitata.

«Il numero di persone che vivono con meno di 5,50 dollari al giorno è rimasto praticamente invariato tra il 1990 e il 2015 – si legge nel report – passando da 3,5 a 3,4 miliardi». Ma non sono solo i Paesi più poveri ad aver mancato l’obiettivo di sradicare la povertà: tra il 1984 e il 2014 la povertà è aumentata in Paesi come Australia, Irlanda, Nuova Zelanda e Regno Unito. «Nei Paesi Osce – scrive Alston – un bambino su sette vive in condizioni di povertà reddituale. Inoltre negli ultimi anni la povertà infantile è aumentata in due terzi dei Paesi Osce».

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lotta alla povertà
L’ex segretario generale Onu, Ban Ki-moon, posa per la promozione degli obiettivi di sviluppo sostenibile – Foto: Dean Calma / IAEA (via Flickr)

Obiettivi di sviluppo sostenibile da rivedere

«Ridurre la povertà ovunque e in tutte le sue forme» entro il 2030 è il primo dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile fissati nel 2015. Per Philip Alston, tuttavia, gli sforzi messi in campo hanno generato solo «poster colorati e blandi report» in cui sono descritti i modesti risultati ottenuti.

La crescita economica è al cuore degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, considerata la chiave per l’eradicazione della povertà. «Ma dopo decenni di crescita economica senza precedenti, i principali beneficiari sono stati i più ricchi. Invece di mettere fine alla povertà, la crescita sfrenata ha prodotto disuguaglianza estrema, precarietà diffusa in un mondo di abbondanze e il cambiamento climatico, che chiederà il tributo maggiore ai poveri del mondo», scrive Alston.

Poco utile chiedere ai privati di combattere la povertà

Critica anche la diffusa insistenza, spinta in gran parte dalle politiche della Banca Mondiale, sul settore privato nella riduzione della povertà, dicendo al Guardian che ci sono poche prove che sia più efficiente: finanziare gli obiettivi di sviluppo sostenibile attraverso una sempre maggiore dipendenza dal settore privato e attraverso partenariati pubblico-privato «è un vicolo cieco. Troppe promesse “vincenti” sono “favole”. Invece le multinazionali e gli investitori traggono profitti garantiti dalle casse pubbliche, mentre le comunità povere sono trascurate e poco servite».

Per il Relatore uscente delle Nazioni Unite è giunto il tempo di «un nuovo approccio alla cancellazione della povertà». Un approccio che combatta le diseguaglianze, che adotti la redistribuzione della ricchezza e affronti seriamente il tema della tax justice. «La povertà – conclude Alston – è un tema politico e sarà con noi fino a quando la sua eliminazione non sarà riconcepita come una questione di giustizia sociale».

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