Emirati Arabi Uniti: lavoratori migranti intrappolati dal coronavirus

Con la crisi innescata dal Covid-19, migliaia di persone hanno perso o rischiano di perdere il posto di lavoro negli Emirati Arabi Uniti. I più colpiti sono i lavoratori migranti non specializzati, che già prima dell'emergenza sanitaria erano sottopagati e a rischio sfruttamento

Con la crisi innescata dalla pandemia del nuovo cornavirus, negli Emirati Arabi Uniti ci sono migliaia di persone che hanno già perso o rischiano di perdere il posto di lavoro. I più colpiti sono i lavoratori migranti non specializzati, già normalmente sotto-pagati rispetto agli standard di vita delle due città – Abu Dhabi e Dubai – più care del Medio Oriente per gli espatriati (dati Mercer).

Negli Emirati Arabi, con il lockdown iniziato a marzo e solo recentemente allentato, molti di loro, specialmente indiani e pakistani, si sono ritrovati a dormire per strada, perché sono senza uno stipendio, oppure con lo paga dimezzata e, quindi, con costi non affrontabili.

Con i voli bloccati in entrata e in uscita per diversi mesi, molti di loro sono di fatto rimasti intrappolati nel paese. Di dati ufficiali al momento non ce ne sono, ma si tratta comunque di un numero ragguardevole, visto che il 90% della popolazione totale degli Emirati (9,7 milioni) è straniera, soprattutto indiani e pakistani.

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Cantiere edile – Foto via Pxhere

Emirati Arabi Uniti e paesi del Golfo: la situazione dei lavoratori migranti

Già ad aprile Amnesty International aveva sollevato il problema del lavoro negli Emirati e negli altri paesi del Golfo durante la pandemia. Lo aveva fatto inviando una lettera, sottoscritta da una coalizione di ong e sindacati, ad Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain, Kuwait e Oman.

I sei stati insieme ospitano la maggior parte dei 25 milioni di lavoratori migranti che provengono da alcuni dei paesi più poveri al mondo e che si trasferiscono nel Golfo in cerca di un lavoro nei settori dell’edilizia, dell’ospitalità o della cura.

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Pausa pranzo in cantiere. Sullo sfondo l’edificio più alto del mondo, il Burj Khalifa. Foto: Piotr Zarobkiewicz (via Wikimedia Commons)

Emirati Arabi e coronavirus: l’appello contro lo sfruttamento

Ai governi è stato chiesto di garantire a queste persone condizioni di vita adeguate, l’assistenza sanitaria, l’indennità di malattia, l’accesso all’informazione, una paga equa e anche di occuparsi dei lavoratori rimasti bloccati nei vari paesi, di quelli nei centri di detenzione e di non dimenticarsi dei lavoratori domestici, una delle categorie più fragili in quest’area.

Sette punti che messi insieme fanno il quadro di un mondo del lavoro che sulla carta offre grandi opportunità ma che nella realtà si traducono spesso in abusi e sfruttamento.

«I paesi del Golfo devono iniziare a trattare equamente i lavoratori migranti ed eliminare tutti i sistemi che li discriminano e violano i loro diritti umani», si legge nella lettera-appello.

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Lavoratori migranti negli Emirati Arabi senza stipendio

Nonostante le difficoltà di mettersi direttamente in contatto con i lavoratori, visto che l’esistenza dei sindacati negli Emirati e nei paesi del Golfo non è contemplata, l’ong Migrant-Rights, che da anni mappa la situazione lavorativa in parte di mondo, ha denunciato un caso che «coinvolge diverse centinaia di dipendenti, inclusi operai edili e impiegati, della Sobha Engineering and Contracting LLC (Secl), con sede negli Emirati Arabi Uniti. La Secl è una società altamente redditizia con diversi importanti progetti, tra cui il Kempinski Business Bay Hotel.

Tuttavia, secondo i dipendenti con cui Migrant-Rights.org ha avuto modo di parlare, la Secl ha smesso di pagare gli stipendi, anche quando i progetti erano già stati completati o ancora in corso, fin da giugno 2018, versando il dovuto solo una volta ogni quattro o cinque mesi. «Col passare del tempo, la maggior parte di noi sta perdendo la speranza nel sistema legale. Il processo è lungo e bisogna avere tanti soldi per assumere avvocati e combattere fino alla fine, cosa che molti non hanno», ha dichiarato un dipendente alla ong.

Con la crisi innescata dalla pandemia «il rischio che casi come questo si moltiplichino è più che reale, anzi già si vedono i primi effetti», conferma a Osservatorio Diritti Rima Kalush di Migrant-Rights.

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Migranti lavoratori nel settore edile – Foto: © ILO (via Flickr)

Stritolati dai debiti e intrappolati negli Emirati Arabi dal Covid-19

Una storia simile è quella raccolta dal britannico Guardian, che parla di due immigrati del sud-est asiatico rimasti senza lavoro e intrappolati come molti altri loro connazionali negli Emirati Arabi Uniti durante il lockdown.

Bipul viene dallo Sri Lanka, ha 25 anni. Cinque mesi fa ha deciso di partire e per farlo ha chiesto in prestito a uno strozzino di 1.400 dollari per pagare i reclutatori che lo avrebbero portato negli Emirati Arabi Uniti, dove ha ottenuto un lavoro come addetto alle pulizie in un hotel a cinque stelle. Ma da quando è scoppiata l’epidemia non ci sono più ospiti, quindi non ha più un lavoro e ora non riesce a dormine la notte per paura che lo strozzino si rivalga sui suoi genitori.

Come lui anche Dulhara, un nepalese di 20 anni, sta lottando per pagare i 2.500 dollari di debito che ha contratto con il reclutatore suo connazionale, che lo ha portato negli Emirati lo scorso anno.

Emirati Arabi: la cartina (capitale Dubai)

La kafala nei paesi del Golfo: l’origine degli abusi

Alla base di questo mondo del lavoro malato, ora messo ulteriormente in crisi dalla pandemia, c’è la kafala (sponsorizzazione), che regola i rapporti professionali nei paesi del Golfo. In base a questo sistema, un cittadino locale o un’azienda locale (il kafeel) deve sponsorizzare i lavoratori stranieri affinché i loro visti di lavoro e residenza siano validi.

Ciò significa che il diritto al lavoro e la presenza legale di una persona dipende dal suo datore di lavoro. Con severe restrizioni sul cambiamento dei datori di lavoro, questa dipendenza rende i lavoratori vulnerabili allo sfruttamento.

I più penalizzati sono i lavoratori migranti non specializzati, e quindi sottopagati, come denunciato già qualche anno fa da Human Rights Watch.

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Pausa pranzo in cantiere. Sullo sfondo l’edificio più alto del mondo, il Burj Khalifa (Foto: Piotr Zarobkiewicz) – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Dubai_workers_angsana_burj.jpg

Emirati Arabi Uniti – India: impossibile rientrare

Bipul e Dulhara purtroppo non sono i soli a vivere questa tragedia, economica ed esistenziale. Tra aprile e maggio migliaia di lavoratori, specialmente indiani e pakistani, hanno chiesto il rimpatrio perché rimasti senza lavoro. Ma da parte delle rispettive ambasciate non c’è stato alcun aiuto.

Ad aprile il Kerala Muslim Cultural Center – un gruppo di assistenza sociale a Dubai – aveva presentato una petizione, chiedendo al governo indiano di consentire voli charter per portare a casa migliaia di cittadini dagli Emirati Arabi Uniti. Haris Beeran, un avvocato che rappresenta i firmatari della petizione, ha affermato che circa 10.000 persone dello stato del Kerala meridionale in India volevano tornare a casa.

«Molti lavoratori non hanno più lavoro e alcune persone sono in visita con visti scaduti», ha dichiarato a The National. «Non hanno alcun mezzo per vivere negli Emirati Arabi Uniti e preferirebbero tornare nel loro paese».

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