Giornata mondiale del rifugiato: la fuga dei migranti dall’inferno libico continua

«La pandemia non ha fermato il flusso: il Covid-19 fa meno paura di carceri e torture. Ma non aspettiamoci un grande esodo di massa e un ritorno ai numeri elevati di qualche anno fa». A pensarla così è Matteo Villa dell’Ispi, intervistato da Osservatorio Diritti

Dalle coste africane si continua a partire senza sosta verso l’Italia. Secondo i dati del Viminale, da gennaio alla prima metà di giugno gli sbarchi sulle nostre coste sono più che raddoppiati rispetto a un anno fa.

Mentre in Libia la guerra civile fra le forze del governo di accordo nazionale guidato da al-Sarraj e la coalizione del generale Haftar è in una fase di stallo, in Tripolitania è stato scoperto l’orrore di otto fosse comuni con circa 200 cadaveri e il flusso dei migranti in fuga dalle carceri libiche, dalle torture e dai maltrattamenti, non si arresta.

Un dramma che torna a far riflettere in occasione della Giornata mondiale del rifugiato il 20 giugno, ricorrenza indetta per la prima volta dall’Onu il 4 dicembre del 2000, in occasione del 50esimo anniversario della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951.

Una Giornata per ricordare chi, a causa di guerre, persecuzioni, catastrofi, fame, è costretto ad abbandonare la propria casa, fuggire dal proprio Paese, mettersi in cammino, per vie terrestri o tentando la strada del mare.

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Sbarchi migranti: «Nel 2019 il picco più basso, ora riassestamento»

L’emergenza della pandemia ha per un po’ frenato, in un primo momento, ma non ha interrotto le partenze. Le previsioni, comunque, non sono allarmanti. E anche se negli ultimi giorni si sono registrate numerose partenze, è improbabile che durante l’estate si verifichi un esodo di massa, secondo Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi – Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano, responsabile del Programma migrazioni, che ad Osservatorio Diritti spiega la situazione attuale del flusso migratorio verso l’Italia.

«Partiamo da un quadro generale: nel 2019 si è toccato il picco più basso di sbarchi, con quasi 11.500 migranti sbarcati in un anno. Da settembre 2019 a febbraio 2020 gli sbarchi sono raddoppiati rispetto all’anno precedente, ma dal 2017 si è registrato un forte calo di partenze. Il 2019 si può considerare come il punto minimo a livello di cifre, al quale è seguita una sorta di riassestamento dei numeri, un aumento, ma sempre ridotto rispetto alle cifre di alcuni anni fa».

Rifugiati in fuga anche durante il lockdown

Con la pandemia, nel brevissimo periodo l’effetto paura sicuramente c’è stato: «Soprattutto dalla Tunisia le partenze sono diminuite ed è interessante notare che le persone che sbarcavano sulle nostre coste molto spesso arrivavano già indossando le mascherine. Ma è plausibile pensare che per molti il viaggio fosse non cancellato, bensì solo rimandato: è difficile che chi abbia la ferma intenzione di partire decida di non farlo più per la pandemia. Ma a marzo, nonostante le navi delle ong fossero ferme, e nonostante anche il brutto tempo, mille persone sono partite dalla Libia. Noi non le abbiamo viste perché quasi tutte non ce l’hanno fatta ad arrivare e sono state riportate indietro».

Mentre dalla Tunisia si poteva aspettare, durante la pandemia dalla Libia si continuava comunque a scappare: «Lì il Covid-19 faceva molto meno paura delle carceri libiche e delle torture subìte. Come dire: se tutto il mondo sta male a causa del virus, meglio comunque stare male in Italia piuttosto che in Libia. Da aprile i numeri di partenze e sbarchi sono tornati ai livelli pre-crisi sanitaria. Da inizio marzo al 15 giugno le partenze dalla Libia sono state quasi 4.800: nel 2019 circa 4.000.  C’è un aumento rispetto all’anno scorso, ma nulla fa pensare a una situazione allarmante: non aspettiamoci, insomma, un’invasione durante l’estate».

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Guerra in Libia e flussi migratori: nessun rapporto causa-effetto

La guerra in Libia, osserva Villa, non ha una correlazione diretta di causa-effetto con i flussi migratori. «Spieghiamo meglio: a non cambiare le cose è il livello di violenza del conflitto nella Tripolitania, nella zona ovest del Paese, quella da cui si parte maggiormente. A prescindere da chi controlli la zona, i gruppi che gestiscono i traffici sono sempre gli stessi e con i medesimi interessi. Semplificando: si tende a pensare che lo scoppio delle violenze spinga le persone a partire perché si pensa alla situazione della Siria, da dove fuggono i siriani a causa della guerra. Ma dalla Libia non scappano i libici (se ne sono andati in pochi), fuggono i migranti, quelli che, indipendentemente dal conflitto in corso, se ne vogliono andare non appena ne hanno l’opportunità».

«Porti chiusi da aprile, ma il decreto non fu promulgato»

Quanto alla politica dei porti chiusi in Italia, adottata a partire dallo scorso aprile, in pieno lockdown, Villa offre un chiarimento: «Il famoso decreto sulla base del quale si è deciso di chiudere i porti, in realtà poi non è mai stato pubblicato. Tra l’altro, un Paese che dichiara che i suoi porti non sono sicuri – cioè che dice di se stesso di non essere sicuro – sarebbe un caso più unico che raro al mondo. Va aggiunto che, per dichiarare un porto non sicuro, servono motivazioni che nulla hanno a che fare con un’emergenza sanitaria. Un’altra precisazione: far fare la quarantena ai migranti all’interno di una nave non è stata una decisione felice, una nave non è l’ambiente più idoneo per evitare il contagio».

Navi delle ong di nuovo in mare per salvare vite umane

Nel frattempo, le navi delle ong, la Mare Jonio della Mediterranea Saving Humans e la Sea Watch 3 della tedesca Sea Watch, dopo il lungo stop per il lockdown sono tornate in mare. Nel giro di poche ore la Sea Watch 3 ha soccorso due gommoni: nel secondo viaggiavano 165 migranti.

Il ricercatore Ispi commenta: «La Sea Watch 3 è in mare dai primi di giugno, ma nei primi dieci giorni non aveva effettuato alcun salvataggio. Gli studi e le indagini degli ultimi anni dimostrano che le navi delle ong non sono taxi del mare e soprattutto che i migranti partono a prescindere dalla presenza o meno delle navi di soccorso nel Mediterraneo. La loro presenza non è uno stimolo. Che esse operino o meno resta ininfluente» (leggi anche Immigrazione oltre i luoghi comuni: venti bufale smontate un pezzo alla volta).

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«Accordo sulle migrazioni possibile finché c’è pressione internazionale»

Ma una eventuale risoluzione della guerra in Libia potrebbe avere ripercussioni sulla gestione dei flussi migratori? Villa risponde: «Può avere due effetti: da un lato la possibilità che i centri di detenzione per migranti vengano chiusi e che le milizie della costa ovest capiscano che le migrazioni non possono essere usate come arma di ricatto. Dall’altro lato, realisticamente, va detto che un accordo sui migranti è conveniente farlo finché c’è un conflitto in corso, finché c’è pressione internazionale e prima che i riflettori sul Paese si spengano. Quando si abbassa la pressione si abbassa anche l’attenzione sul problema».

Giornata mondiale del rifugiato 2020: gli eventi proposti dall’Unhcr

Secondo i dati dell’Unhcr, nel mondo attualmente 79,5 miloni di persone sono state costrette a fuggire dai loro Paesi. Di questi, 26 milioni sono rifugiati. Più dell’80% di loro è ospitato nei Paesi in via di sviluppo.

Nel 2016 l’Unhcr ha lanciato la campagna #WithRefugees per mandare un messaggio ai leader mondiali e chiedere ai governi di fare ognuno la loro parte per l’accoglienza, l’assistenza, la promozione dei diritti e della dignità dei rifugiati.

In coincidenza con la Giornata mondiale del rifugiato 2020, l’Unhcr Italia promuove come ogni anno un calendario di eventi nell’arco di diversi giorni, diversi dei quali via streaming e videoconferenza a causa dell’emergenza sanitaria.

Ne segnaliamo alcuni: il 19 giugno Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr per il Sud Europa, incontra in una Facebook live sul profilo UnhcrItalia l’attore Alessandro Gassman, ambasciatore di buona volontà dell’agenzia Onu per i rifugiati (dalle 14 alle 15).

Il giorno 20 la Giornata si celebra a Bologna con un concerto e performance di artisti per promuovere i valori dell’accoglienza e dell’integrazione. Il titolo di quest’anno è #NeverMoreFreezing, uno slogan che mette l’accento sul senso di attesa, di sospensione, la sensazione di vivere un tempo congelato in un limbo che accomuna i profughi, rifugiati e richiedenti asilo. Il concerto, alle ore 20,30, sarà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook di Bologna Cares e sul canale Youtube LepidaTV On Air e sulle frequenze di Radio Città Fujiko. Si potrà inoltre seguire in televisione su Lepida TV (canale 118 del digitale terrestre  e 5118 di Sky).

Altri eventi sono segnalati sul sito dedicato dell’Unhcr.

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