Nepal, donne discriminate nei giorni delle mestruazioni

In Nepal resistono forti superstizioni legate al ciclo mestruale e in quei giorni molte donne sono costrette a vivere in capanne di fortuna allestite fuori dalle abitazioni. Tra temperature rigide, animali feroci e violenze maschili. Ecco cosa accade e perché vengono discriminate ed emarginate

Sommando tutti i giorni nell’arco di una vita, una donna passa in media circa 7 anni con le mestruazioni. Ciononostante, per molte donne questo appuntamento mensile rappresenta ancora un’enorme fonte di imbarazzo a causa di informazioni errate, stigma sociale e falsi miti difficili da scardinare.

Una situazione accentuata in aree del mondo dove superstizione e discriminazione femminile giocano ancora un ruolo primario nella società e aggravata dal difficile accesso ad acqua e articoli sanitari a basso costo, che si traduce spesso in problemi di salute psicologica e fisica.

Per non far calare l’attenzione su questa emergenza è nata la Giornata internazionale per l’igiene mestruale, promossa dall’Onu ogni 28 maggio.

Nepal: donne fuori casa durante le mestruazioni

Circa metà della popolazione femminile è fertile, il che significa che approssimativamente il 25% di quella dell’intero pianeta ha a che fare con questo naturale evento. Ma esistono luoghi nei quali affrontarlo equivale a rischiare la vita. È il caso del Nepal, dove è tutt’ora attiva la pratica del Chhaupadi, che consiste nell’estromettere le donne dalla vita sociale e familiare nei giorni del ciclo.

Considerate impure secondo precetti induisti, sono costrette a vivere temporaneamente in anguste capanne di fortuna al di fuori dalla propria abitazione, della quale varcare la soglia significherebbe rischiare sciagure di ogni tipo, da morti di familiari a tempeste o attacchi di animali feroci.

Inibite a un numero sterminato di azioni, non possono toccare un albero altrimenti non fruttificherebbe più, né un uomo o si ammalerebbe, un animale onde evitare di farlo impazzire, o latte, yogurt, uova e carne, che diventerebbe immediatamente velenosi.

Vietatissimo anche recarsi a scuola, nei templi o lavarsi se non in corsi d’acqua naturali come i fiumi, perché servirsi di quella dei pozzi ne pregiudicherebbe la potabilità.

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Gruppo di donne nepalesi – Foto: Krishna kumar shrestha (via Wikimedia Commons)

Donne nepalesi nelle chhaupadi goth

A poche fortunate, se così si può dire, è concesso restare nella propria casa, purché accettino la reclusione in una stanza separata chiamata baithak. A tutte le altre, invece, spettano le chaupadi goth, capanne prive anche delle più basilari norme igieniche.

All’interno non esistono letti e chi vi soggiorna è costretta a dormire su un po’ di paglia buttata sul pavimento, riparata solo da una leggera coperta di juta visto che perfino quelle pesanti sono vietate, nonostante le temperature siano rigide in molti periodi dell’anno, soprattutto quando ci si avvicina all’Himalaya.

Nepal e le donne: tante vittime, poche quelle conosciute

Ma il freddo non è l’unico nemico da affrontare. La lista è lunga e comprende anche i tanti animali selvatici che si aggirano in quelle zone e la violenza degli uomini, che non di rado si infilano nelle capanne, stuprando senza pietà le ragazze presenti.

Situazioni pericolosissime che generano spesso vittime, anche se sono poche quelle di cui si parla. L’ultima è stata Parbati Buddha, 21enne trovata senza vita lo scorso dicembre nella capanna costruita a pochi metri da casa, nel distretto di Achham. Secondo la ricostruzione della polizia, la morte sarebbe dovuta alle esalazioni tossiche generate da un fuoco appiccato dalla giovane nel tentativo di scaldarsi. L’unica buona notizia è che per la prima volta qualcuno è stato arrestato per questo.

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Esilio mestruale in Nepal: cosa dice la legge

L’esilio mestruale in Nepal è vietato dal 2005, ma per diversi anni non sono esistite pene per chi inducesse una donna a praticarlo. Il divieto è passato quindi inosservato fino al 2018, quando una grande mobilitazione popolare e la campagna My body is mine, nata per indurre le donne ad impadronirsi dei propri corpi, ha costretto il Parlamento a formalizzare una pena di tre mesi di carcere e una multa.

Una presa di posizione che, se pur positiva, non sembra essere stata quella decisiva. A causa della cultura patriarcale dominante infatti, in molti casi sono le donne stesse a credere di mettere in pericolo la vita di chi amano nei giorni del ciclo e questo fa sì che la loro sia di fatto una reclusione quasi sempre volontaria. Nessun obbligo, nessuna pena dunque.

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Katmandu, capitale del Nepal – Foto: Pixabay

Dove si pratica il chhaupadi

Il chhaupadi risulta diffuso soprattutto nelle aree centrali e occidentali del Paese, meno densamente popolate e caratterizzate da maggiore arretratezza culturale ed economica.

I tabù che circondano il ciclo persistono tuttavia anche tra le classi istruite delle città e diversi studi dimostrano che tra i residenti della capitale Katmandu la maggioranza delle donne osservi le restrizioni del ciclo mestruale e le pratiche di esclusione nonostante la consapevolezza che le mestruazioni siano un processo biologico naturale.

Lotta alla discriminazione delle donne

Ad aiutare quante più persone possibili a uscire da questo incubo contribuisce anche ActionAid, ong attiva da dieci anni in Nepal occidentale con iniziative come la creazione di gruppi di donne in diversi villaggi che, aiutandosi reciprocamente, hanno smesso di praticare il chhaupadi e si impegnano in prima persona perché nessuna debba più farlo, a partire dalle ragazzine.

Come Ishu, 14 anni, costretta a dormire cinque giorni al mese in una capanna di fango senza finestre, con la paura «di essere attaccata da cattive persone». Munita unicamente di vecchi vestiti da usare come stracci per assorbire il sangue, Ishu può fare il bagno solo il terzo e il quinto giorno delle mestruazioni in un fiume raggiungibile dopo due ore di estenuante cammino. Non può bere latte e deve mangiare solo cibi semplici, come lenticchie e riso. Fortunatamente, però, può almeno frequentare ancora la scuola, a differenza delle sorelle maggiori a cui non è permesso.

Ed è proprio attraverso lezioni di sensibilizzazione tenute da ActionAid in 9 scuole che ragazze e ragazzi sono stati informati sulla negatività dell’isolamento forzato e su salute riproduttiva, igiene mestruale e uso di assorbenti.

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Una donna nepalese – Foto: Pixabay

L’azione degli amministratori locali

A favorire questo cambiamento in alcuni casi sono anche gli amministratori stessi dei villaggi, come ha raccontato nel 2019 il quotidiano britannico The Guardian. A Dilu Bhandari ad esempio, nessuna famiglia che obblighi un membro femminile al chhaupadi può accedere ad aiuti economici statali.

«Chiunque venga nel mio ufficio per ottenere assistenza, indennità mediche, sussidi, registrazioni di nascite, cittadinanza, prestiti, assegni di vecchiaia o altro deve dimostrare di non farlo. A chi ammette il contrario invece chiediamo di distruggere la capanna e tornare solo dopo averlo fatto», spiega Janak Bhandari, una sorta di presidente del villaggio situato nel distretto di Achham, dove questa decisione pare abbia fatto scendere la diffusione al 20 per cento.

Una stima tuttavia più che mai approssimativa, dato che tra illegalità e tacito assenso femminile stabilire quante donne con certezza siano costrette a tale iter nell’intero Nepal è pressoché impossibile.

Secondo un sondaggio del governo nepalese del 2010 (quindi piuttosto lontano nel tempo) si tratterebbe del 19% ma in alcune regioni la percentuale salirebbe al 50% o addirittura, come documentato da un rapporto Onu del 2011, al 95 per cento.

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