Violenza sulle donne: il coronavirus complica tutto, più rischi in casa

Durante l'emergenza sanitaria per le donne cresce il pericolo di subire violenze e maltrattamenti tra le mura domestiche. La situazione che si è creata in seguito alle misure adottate per contenere la diffusione del coronavirus è critica in Italia, come in tanti altri Paesi del mondo. Ecco cosa sta succedendo

«Proprio ieri abbiamo registrato la prima accoglienza in albergo di una donna che ha deciso di lasciare il partner violento». Sono passate poche settimane dallo scoppio dell’emergenza coronavirus e le associazioni impegnate nell’ascolto e nella protezione delle donne vittime di violenza hanno dovuto cambiare profondamente il proprio modo di operare.

«Siamo consapevoli che gli alberghi rappresentano una soluzione di emergenza», spiega Francesca De Masi, sociologa e socia della cooperativa BeFree di Roma che ha promosso il progetto. «Ci siamo ritrovate in una situazione paradossale: da un lato con la necessità di dire alle donne vittime di violenza di allontanarsi da casa, ma dall’altro era necessario trovare un’alternativa concreta, per fare in modo che la frase “noi ci siamo” non fosse solo uno slogan».

Grazie a un contributo della fondazione Haiku di Lugano, BeFree – che è attiva dal 2007 con diversi progetti in Italia e all’estero contro tratta, violenza e discriminazione – può garantire un’accoglienza temporanea in albergo, con il costante supporto di operatrici specializzate, alle donne che vogliono allontanarsi da un marito o un compagno violento. La situazione di emergenza determinata dalla diffusione del coronavirus, infatti, ha portato alla sospensione temporanea dei nuovi ingressi nei centri di accoglienza, per evitare di diffondere ulteriormente il contagio.

Violenza sulle donne: i dati Istat sull’Italia

La violenza domestica in Italia è un fenomeno che riguarda decine di migliaia di donne ogni anno. Secondo gli ultimi dati Istat 2 milioni di donne nella fascia dai 16 ai 70 anni (pari al 13,6% del totale) hanno subito violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner. In particolare, puntualizza l’istituto di statistica, circa 855 mila donne subiscono violenze dal partner attuale. Per queste donne lo “stare a casa” per limitare la diffusione del coronavirus si traduce in una convivenza forzata con un marito, un fidanzato o un compagno violento. Significa condividere per 24 ore su 24 gli spazi familiari con il proprio maltrattante ed essere ancora più isolate da tutti, mentre il proprio spazio personale si assottiglia.

Nei giorni immediatamente successivi all’entrata in vigore del decreto che ha imposto a tutti gli italiani di non uscire di casa se non per gravi esigenze, tutte le principali associazioni impegnate per il contrasto alla violenza domestica hanno registrato un calo di contatti. Tra l’8 e il 15 marzo, anche le chiamate al Telefono Rosa 15.22 (il servizio di pubblica utilità promosso dalla presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le pari opportunità) si sono dimezzate: 496 contro la 1.104 dello stesso periodo dell’anno precedente.

«In condizioni normali, solo l’11% delle donne chiede aiuto quando subisce una qualche forma di violenza. Con l’entrata in vigore dei provvedimenti per contenere il coronavirus, oltre al calo delle chiamate al Telefono Rosa c’è stato un calo delle denunce alle forze dell’ordine del 20-30%, a seconda dei territori», spiega Stefano Piziali, head of advocacy di WeWorld, associazione che si occupa di garantire i diritti dei bambini, delle bambine e delle donne in 29 Paesi.

«È importante però precisare che la violenza non esplode di punto in bianco: non è il coronavirus la causa scatenante», puntualizza Francesca De Masi. «Ci troviamo all’interno di relazioni in cui la violenza è già presente. Quello che è cambiato con il coronavirus è la riduzione di quelle “ore d’aria” legate alle esigenze lavorative o alle incombenze quotidiane. Per le donne si sono ridotti i margini d’azione e di reazione per uscire dalla situazione di violenza. Questo è il vero problema».

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Foto: Pixabay

Nuovi canali per le donne vittime di violenza

«Intorno al 20 marzo le donne hanno ripreso nuovamente a contattarci», continua Francesca De Masi. «Nei primi giorni dopo il lockdown i centri anti-violenza e le associazioni si sono spesi molti per far circolare le informazioni con modalità diverse. Abbiamo diversificato i canali, ci stiamo attrezzando anche per comunicare via WhatsApp e Messenger, abbiamo aumentato la presenza sui social network. In precedenza erano poche le donne che ci contattavano via mail, oggi invece registriamo un aumento nell’accesso tramite questo canale: una donna ci ha scritto spiegandoci che aveva scelto di mandarci una email per non farsi sentire dal compagno».

Anche la Polizia di Stato si è attivata in questo senso e ha aggiornato l’applicazione YouPol, nata per contrastare bullismo e spaccio di sostanze stupefacenti, per permettere di segnalare reati di violenza domestica. Mentre il ministero per le Pari opportunità e la Federazione dei farmacisti hanno firmato un protocollo per potenziare l’informazione diretta alle potenziali vittime di violenza all’interno delle farmacie.

Per offrire un aiuto alle donne in difficoltà, WeWorld ha attivato una nuova help line telefonica (800.13.17.24) e un indirizzo email dedicato ([email protected]), che permettono a tutte le donne in difficoltà di confrontarsi con personale dedicato e competente. A questa prima fase di ascolto si potrà aggiungere, se necessario, un ulteriore intervento specialistico.

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Un canale che non vuole rappresentare un’alternativa al 15.22, ma ha come obiettivo quello di «intercettare una fascia sommersa, in particolare quelle donne che si trovano a vivere una situazione particolarmente difficile dal punto di vista sociale ed economico», puntualizza Stefano Piziali. «Sono donne che vivono in quartieri periferici e abbandonati, dove le famiglie spesso vivono di lavoro precario o lavoro nero e che con l’impossibilità a uscire di casa hanno perso l’unica forma di reddito reddito e che oggi si trovano a vivere una situazione ancora più difficile». Da questa prima occasione di incontro e di ascolto può nascere anche un intervento per far emergere eventuali situazioni di violenza.

Durante la prima settimana di attività, la help line messa a disposizione da WeWorld ha ricevuto tra le 4 e le 5 chiamate al giorno, mentre alla casella di posta elettronica sono arrivate una decina di email. «È molto difficile che una donna parli apertamente della violenza subita al primo colloquio: solo dopo diversi contatti iniziano ad aumentare la fiducia e la consapevolezza. Ma in questo contesto è difficile costruire un percorso di uscita dalla violenza: quelli che stiamo mettendo in campo in queste settimane sono strumenti emergenziali, che permettono di aumentare le occasioni di contatto. Ma per aiutare le donne ad affrontare questo percorso è necessario un ritorno alla normalità», riflette Stefano Piziali.

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Flash mob contro la violenza sulle donne © mbgrog (via Flickr)

Violenza sulle donne e coronavirus: emergenza globale

Quello italiano non è un caso isolato: secondo le stime dell’agenzia di stampa Afp, oltre 4 miliardi di persone, la metà della popolazione mondiale, sono obbligate o invitate a restare in casa per contenere la diffusione del Coronavirus. In diversi Paesi europei, e non solo, le associazioni impegnate per la tutela dei diritti delle donne hanno lanciato l’allarme sull’aumento degli episodi di violenza domestica ai danni delle donne.

In Spagnale visite al sito nazionale per il contrasto alla violenza domestica sono aumentate del 270 per cento. In Francia, nelle prime due settimane di lockdown si è registrato un aumento del 32% degli episodi di violenza domestica in tutto il Paese, mentre a Parigi l’incremento è stato del 36 per cento. Nel tentativo di affrontare questa emergenza nell’emergenza, il governo francese ha dato il via a un sistema d’allarme grazie alla collaborazione delle farmacie, dove le donne vittima di violenza possono chiedere aiuto grazie a una parola in codice.

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La direttrice di UN Women, Phumzile Mlambo-Ngcuka – Foto: © Julie Lunde Lillesæter/PRIO (via Flickr)

Situazioni simili, riferisce UN Women, l’ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile, si stanno registrando in tutto il mondo: dal Brasile all’Australia, dalla Gran Bretagna a Singapore. «Anche prima dello scoppio dell’epidemia di Covid-19 la violenza domestica era una delle più gravi violazioni dei diritti umani», ha commentato Phumzile Mlambo-Ngcuka, direttore esecutivo di UN Women.

Nel corso del 2019, circa 243 milioni di donne e ragazze (tra i 15 e i 49 anni) hanno subito violenza fisica o sessuale da parte di mariti, compagni e conviventi. «Con il perdurare della pandemia questo numero è destinato a crescere, con molteplici impatti sul benessere delle donne, sulla loro salute sessuale e riproduttiva, sulla loro salute mentale e sulla loro capacità di partecipare e di guidare la ripresa delle nostre società e dell’economia», avverte Mlambo-Ngcuka.

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