Colombia e coronavirus: carceri travolte dall’emergenza sanitaria

La pandemia di coronavirus mette in ginocchio le carceri della Colombia, già provate da sovraffollamento strutturale, situazioni igieniche insostenibili e servizi sanitari inesistenti. Un sistema che rischia di scoppiare presto a causa anche dell'arrivo di Covid-19

Da Bogotà, Colombia

Nella notte tra il 21 e il 22 marzo scorso sono scoppiate un serie di rivolte in varie carceri colombiane. L’ammutinamento più violento è avvenuto nella prigione de La Modelo, a Bogotà, dove i carcerati hanno dato fuoco a un parte dell’edificio prima di rifugiarsi sul tetto. Secondo i media locali gli scontri con le forze dell’ordine si sarebbero chiusi con 23 morti e 83 feriti.

Queste rivolte, che hanno avuto un forte impatto sui social network in Colombia, acutizzano la già difficile situazione del paese che sta entrando in piena emergenza coronavirus. Se le varie associazioni denunciano da anni le cattive condizioni igienico-sanitarie delle carceri colombiane, con l’arrivo del virus la situazione rischia di precipitare.

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Manifestazione di ex carcerati – Foto: Instituto Nacional Penitenciario y Carcelario INPEC

Colombia e coronavirus: gli ultimi dati della pandemia

Il coronavirus sta arrivando in Colombia con circa due settimane di ritardo rispetto all’Italia. Domenica 29 marzo erano 702 i contagiati e 10 i morti. Da domenica 22 marzo sono stati chiusi i voli internazionali, le principali città sono in confinamento obbligatorio e alcune regioni hanno fatto appello al coprifuoco notturno e fatto uscire l’esercito dalle caserme.

La Colombia ha un sistema sanitario molto fragile in cui l’acqua potabile e l’assistenza medica non raggiungono le regioni più povere del paese. Non è quindi sorprendente che il governo abbia preso repentinamente misure restrittive simili a quelle già applicate in Italia.

Coronavirus: misure adottate nelle carceri colombiane

In maniera simile alle misure prese dall’Italia e dalla Spagna, la Colombia ha vietato fin dal 12 marzo scorso le visite dei familiari ai prigionieri. In questo modo, però, si impedisce a migliaia di carcerati in tutto il paese di avere accesso a beni di prima necessità come cibo, sapone e medicinali.

Approvvigionamenti che nello zoppicante sistema carcerario colombiano sono garantiti principalmente dalle famiglie dei prigionieri. Vietare le visite quindi, se da un punto di vista sanitario riduce la possibilità di propagazione del coronavirus, dall’altra lascia totalmente scoperta e priva di qualsiasi protezione la parte più povera ed emarginata della popolazione carceraria.

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Il Movimiento Nacional Carcerario (Movimento Nazionale Carcerario), il sindacato nazionale delle carceri colombiane, a cui aderiscono ex prigionieri, avvocati difensori dei diritti umani e poliziotti in pensione, ha dichiarato:

«Il sistema carcerario colombiano vive nella precarietà. Con un tasso di sovraffollamento nazionale del 50%, ma che in alcune carceri supera del 500% il numero massimo consentito di prigionieri. Uno stato di cose dichiarato incostituzionale dal sindacato carcerario fin dal 1998».

Il sistema di salute delle carceri non è collassato qualche giorno fa a causa del Covid-19, conferma il Movimiento Nacional Carcerario, ma anni fa a causa di politiche sociali sbagliate e rovinose. Denuncia che le aree di sanità continuano a essere collassate, i prigionieri non hanno accesso a mascherine, sapone antibatterico, né cloro per disinfettare le celle e i corridoi durante l’emergenza coronavirus.

Le attuali infrastrutture sono insufficienti e si aggravano i problemi sanitari: non è garantito l’approvigionamento di acqua nelle 24 ore del giorno, si propagano vettori di malattie come cimici, zanzare, piccioni, topi e scarafaggi. Le misere condizioni ambientali e sociali rendono disastrose le condizioni igieniche dei bagni e delle docce in comune.

«Visitando le carceri colombiane abbiamo più volte visto celle destinate a  una o due persone essere occupate anche da otto persone», racconta a Osservatorio Diritti Oscar Ramirez, avvocato difensore dei diritti umani dei prigionieri politici.

Per Oscar Ramirez, «il problema principale è la terziarizzazione dei servizi sanitari. Lo Stato non si occupa direttamente della sanità carceraria, ma paga un’azienda esterna per occuparsene. Questo crea un sistema impersonale in cui i prigionieri non hanno nessun interlocutore al quale esporre i loro problemi».

«Con questo metodo», continua Ramirez, «in teoria i carcerati hanno a disposizione tutta una serie di servizi medici specializzati che l’azienda appaltata offre loro fuori dalle prigioni, ma di fatto all’interno delle mura manca l’assistenza sanitaria di base. Non vengono eseguite indagini epidemiologiche, quindi non abbiamo statistiche sul numero di malattie presenti nella popolazione carceraria a livello nazionale. Quando la popolazione carceraria solleva questo problema, lo Stato e l’azienda esterna si scaricano l’un l’altro le resposabilità».

«La semplice assistenza medica e sanitaria di base non è garantita. Secondo il protocollo, per i circa 124.000 prigionieri incarcerati negli istituti penitenziari colombiani, per la semplice assistenza sanitaria di base dovrebbero essere presenti almeno 1.011 medici. In tutta Colombia in questo momento ce ne sono solo 988». A seconda del singolo carcere, quindi, un solo medico deve occuparsi dai 1.500 ai 3.000 prigionieri.

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Visita di controllo in carcere – Foto: Instituto Nacional Penitenciario y Carcelario INPEC

Colombia: nelle carceri manca anche il cibo

La violazione dei diritti umani si evidenzia anche attraverso la cattiva qualità del cibo servito nelle mense, con insufficienti apporti in proteine e calorie. Una situazione che lascia i carcerati senza sufficienti difese immunitarie per potersi difendere dalle malattie.

Secondo il Movimiento Nacional Carcerario, i prigionieri colombiani sono vittime di denutrizione e malnutrizione. La colazione a volte non è più di una tazza di brodo di patata, gli apporti proteici sono rappresentati da 35 grammi di formaggio o da 70 grammi di carne a pasto (leggi Giornata mondiale dell’alimentazione: un 16 ottobre contro lo spreco di cibo).

Coronavirus e carceri colombiane: il prezzo pagato dalle donne

L’Inpec, l’Istituto Nazionale Penitenziario Colombiano, non ha mai avuto la capacità di rispondere alle necessità igenico-sanitarie basilari. Alcune prigioniere hanno dichiarato alla stampa locale:

«Ci dicono che la miglior soluzione per prevenire il coronavirus è lavarci bene le mani con il sapone, ma noi non ce l’abbiamo. L’unica maniera di procurarselo è attraverso le visite dei familiari».

Le più colpite sono le madri che vivono in carcere con i propri figli piccoli. Per decreto l’Inpec ha fatto uscire tutti i neonati dalle carceri, ma le famiglie all’esterno, spesso in situazione socio-economica di povertà o povertà estrema, non sono sempre in grado di occuparsene. Il divieto di visita fino al 20 aprile poi impedisce alle madri lattanti di far arrivare il latte ai propri figli.

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Incontro con le famiglie in carcere – Foto: Instituto Nacional Penitenciario y Carcelario INPEC

Abusi di potere

Lo stato di emergenza carceraria nazionale, voluto settimana scorsa dal governo nazionale, è in teoria uno strumento che permetterà allo Stato colombiano di intervenire in maniera diretta nelle condizioni di vita in carcere. Lo stato di emergenza potrebbe però convertirsi in un salvacondotto per la violenza e la corruzione.

Secondo quanto riportato dalla Red Popular de Derechos Humanos de Bogotà, la rete popolare per i diritti umani di Bogotà, nella notte del 24 marzo tre prigionieri ex guerriglieri appartenenti alle Farc sono stati ammanettati e picchiati, prima di essere abbandonati fuori dal carcere. Dell’incidente non sono ancora stati scoperti i responsabili.

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