Coronavirus: se la pandemia entra nei campi profughi sarà una catastrofe

Mancanza di igiene e assistenza sanitaria, zero prevenzione. Dai migranti venezuelani in Colombia ai Rohingya accolti in Bangladesh, si teme per la sorte degli oltre 70 milioni di sfollati e rifugiati nel mondo. L’allarme lanciato da Unhcr e organizzazioni umanitarie

La pandemia del coronavirus sta mettendo a durissima prova il mondo intero, a partire dal nostro Paese. Ma ci sono grandi comunità di uomini, donne, bambini, in condizione di estrema vulnerabilità, che rischiano di subire un massacro, perché per loro poter rispettare anche le minime disposizioni precauzionali – lavarsi accuratamente le mani con il sapone e mantenere la distanza di sicurezza – non è neppure immaginabile.

Sono i rifugiati e le persone che sopravvivono nei campi profughi in giro per il mondo. L’allarme è stato lanciato recentemente dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) e dalle organizzazioni umanitarie. Sarà solo questione di tempo: nel momento in cui il Covid-19 si diffonderà in modo massiccio nei campi per rifugiati, tra gli individui e le famiglie che cercano scampo dalla guerra e dalla fame sarà una catastrofe.

Coronavirus e profughi: niente prevenzione per i più vulnerabili

L’Italia e i Paesi europei stanno combattendo per far fronte al virus, contenere i contagi e curare i malati all’interno dei loro confini, con inevitabili, drastiche misure di blocco delle attività, chiusura delle frontiere e quarantena. Intanto le Nazioni unite e gli organismi umanitari si trovano di fronte a una sfida tanto urgente quanto complicata: proteggere quasi 71 milioni di persone sfollate nel mondo – di cui 29 milioni rifugiate – da un virus che non conosce confini e differenze tra Stati, tra ricchi e poveri, tra residenti e migranti.

In una recente dichiarazione, l’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati Filippo Grandi si è detto «sempre più preoccupato dalle misure adottate da alcuni Paesi, che potrebbero sospendere del tutto il diritto di chiedere asilo».

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Rifugiati siriani in Libano – Foto: © UTL Libano Siria / Vincenzo Schiano Lomoriello (via Flickr)

L’Unhcr: deve restare la possibilità di richiedere asilo

Grandi ha ricordato: «Ogni Stato deve gestire le proprie frontiere come ritiene più opportuno. Tuttavia, tali misure non devono portare alla chiusura dei canali esistenti per richiedere asilo, né costringere le persone a fare ritorno in aree in cui vigono situazioni di pericolo. Esistono soluzioni. L’individuazione dei rischi sanitari consente di implementare procedure di screening, nonché svolgere esami clinici, mettere in quarantena e adottare altre misure. Queste consentiranno alle autorità di gestire l’arrivo di richiedenti asilo e rifugiati in condizioni sicure, rispettando, allo stesso tempo, le norme internazionali di protezione dei rifugiati volte a salvare vite umane».

Coronavirus, «negli insediamenti sovraffollati sarà una strage»

Le ong e le associazioni che lavorano con i rifugiati chiedono alla comunità internazionale di non dimenticarsi dei più deboli. Anche il Norwegian refugee council (Nrc, Consiglio norvegese per i rifugiati) ha sottolineato quanto sia importante che le comunità dei rifugiati siano incluse nei piani di prevenzione alle epidemie e alle catastrofi da parte dei Paesi che le ospitano.

«Quando il virus colpirà campi sovraffollati in luoghi come Iran, Bangladesh, Afghanistan e Grecia, le conseguenze sarannno devastanti. Dobbiamo agire ora», ha dichiarato Jan Egeland, segretario generale del Nrc.

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Situazione critica in Siria e isole greche

Nei giorni scorsi è stato confermato l’arrivo del coronavirus in territorio siriano. Nel Nordovest della Siria le condizioni di precarietà igienica, la carenza di acqua potabile, la malnutrizione, l’esposizione al freddo, l’assenza di un tetto rendono la popolazione siriana tremendamente vulnerabile alle infezioni respiratorie.

Il rischio è altissimo nei campi profughi delle isole greche. Nel campo di Moria, a Lesbo, che ha una capienza di 3 mila persone, attualmente sono stipati 20 mila profughi. Medici senza frontiere ha lanciato un appello affinché gli insediamenti per profughi e richiedenti asilo sulle isole del Mar Egeo siano evacuati al più presto (leggi Migranti in Grecia, dopo le isole a rischio anche i centri sulla terraferma).

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La Croce Rossa soccorre un rifugiato afghano a Lesbo, Grecia (via Wikimedia)

Coronavirus: paura di contagi in Libano, Gaza, Afghanistan e Uganda

In Libano tre giorni fa è stata avviata la disinfestazione di 52 campi profughi informali, oltre ai pattugliamenti della polizia in queste aree. Nella Striscia di Gaza cinque giorni fa sono stati confemati due casi di contagio. In quello che è uno dei luoghi più sovraffollati del pianeta ora si teme per la situazione della popolazione palestinese già provata da povertà, disoccupazione e da un sistema sanitario fragile.

Il panico per i contagi si è diffuso in Afghanistan a causa del ritorno di migliaia di profughi dall’Iran (leggi Iran: il coronavirus uccide ogni 10 minuti, ma i conti non tornano).

Il coronavirus è arrivato anche in Uganda, il terzo Paese al mondo – dopo Turchia e Pakistan – per numero di rifugiati accolti: più di 1 milione provenienti in gran parte dal Sud Sudan, ma anche dalla Repubblica democratica del Congo e dal Burundi (leggi Africa, il coronavirus fa paura a 54 Paesi).

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Campo profughi in Eritrea – Foto: Pixabay

Frontiere chiuse in Colombia: profughi venezuelani a rischio

Molto preoccupante è la sorte dei profughi del Venezuela, dove i casi confermati di contagio ufficialmente sono più di cento. Dal 2015 quasi 5 milioni di persone, spinte dalla gravissima crisi economica, hanno lasciato la loro casa e sono espatriate. Per l’80% i flussi migratori sono diretti verso l’America latina e i Caraibi. Per la maggior parte dei migranti la prima destinazione è la Colombia (leggi Venezuela: la crisi spinge 2 milioni di persone in Colombia).

Fino ad alcuni giorni fa, ogni giorno migliaia di venezuelani attraversavano la frontiera per andare a reperire beni alimentari e medicinali. L’annuncio, la scorsa settimana, del presidente colombiano Iván Duque di chiudere le frontiere ha scatenato il panico e un massiccio assalto al confine.

Venezuela isolato dall’America Latina

La misura porterà conseguenze gravi sia per i venezuelani che vivono nel loro Paese – privi di medicinali e con un sistema sanitario allo sbando – sia per i migranti che vivono in Colombia in condizione di precarietà economica e di emarginazione sociale. Lo scenario più prevedibile è che i venezuelani continueranno a tentare di oltrepassare la frontiera colombiana cercando nuove strade, certamente più insicure e pericolose.

Non solo, è molto probabile che a cercare di entrare in Colombia saranno i malati di coronavirus, nel tentativo disperato di procurarsi le medicine. Le misure restrittive dei Paesi dell’America Latina, che hanno deciso di bloccare gli ingressi dall’estero, rischiano di far sprofondare ancora di più nel baratro la popolazione venezuelana.

Bangladesh, il dramma dei Rohingya nei campi profughi di Cox’s Bazar

In Asia meridionale, l’attenzione si focalizza sui profughi Rohingya, la minoranza musulmana in fuga dalla persecuzione etnica e religiosa in Myanmar (leggi Rohingya: perseguitati in Myanmar, malvoluti in Bangladesh e dimenticati dal mondo). In Bangladesh, Cox’s Bazar accoglie più di 1 milione di Rohingya, suddivisi in 34 campi: Kutupalong, il campo profughi più grande al mondo, da solo ne ospita 630 mila.

Il Covid-19 è già arrivato in Bangladesh, ma negli insediamenti dei profughi il virus sembra ancora un pericolo quasi ignoto.

Un monito: garantire a tutti l’accesso alle cure sanitarie

Anche Save the Children – preoccupata per la sorte di 12 milioni di minori sfollati e rifugiati nel mondo – ha lanciato l’allarme per la condizione dei bambini Rohingya in Bangladesh: mancano test per il Covid-19 e unità di terapia intensiva (leggi Rohingya: in Bangladesh è emergenza per i bambini scappati dalla Birmania).

Nel centro sanitario principale allestito in uno dei campi, la ong ha riservato una sezione protetta separata con 15 letti nel caso fosse necessario isolare bambini e donne partorienti affetti dal virus.

L’organizzazione è in allerta anche per la diffusione del virus in Africa subsahariana, dove si concentra più di un quarto dei rifugiati nel mondo e dove si registra la presenza di appena 0,2 medici ogni 1.000 abitanti, la percentuale più bassa al mondo. La pandemia del Covid-19, ha affermato Jonathan Whittal di Medici senza frontiere, mette drammaticamente in evidenza la profonda diseguaglianza tra i nostri sistemi sanitari. «Mi auguro che il Covid-19 faccia di più che insegnarci a lavarci le mani. Spero che faccia comprendere ai governi che la sanità deve essere per tutti».

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