Iran: il coronavirus uccide ogni 10 minuti, ma i conti non tornano

Nel terzo Paese più colpito dal Covid-19 i casi confermati sono più di 18 mila, ma in molti pensano che il governo stia nascondendo la realtà. Teheran svuota le carceri e chiude le Moschee, ma i decessi aumentano. E una fotografia aerea rivela una nuova fosse comune

Il 19 marzo Kianoush Jahanpour, portavoce del ministro iraniano della Salute, ha affermato che «ogni dieci minuti, in Iran una persona muore a causa del coronavirus e ogni ora si contano 50 nuovi contagi». Cifre preoccupanti, anche nel mezzo di una pandemia ormai globale.

L’Iran è il terzo Paese maggiormente colpito dalla diffusione del Covid-19, dopo Cina e Italia. I dati ufficiali aggiornati al 19 marzo riportano più di 1.200 morti e circa 18 mila casi positivi, ma è sempre più forte il sospetto che questi numeri non siano altro che una piccola percentuale del totale.

Il 16 marzo Rick Brennan, direttore dell’ufficio regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha infatti confermato alla Reuters che «il numero di casi riportati dalle fonti ufficiali potrebbe essere soltanto un quinto di quelli reali». Lo stesso era già stato ipotizzato da Mike Ryan, anche lui responsabile dell’Oms nella zona, il 25 febbraio: «In Iran, il virus si muove senza controlli. L’entità dei contagi potrebbe essere superiore a quanto si crede», aveva detto alla Nbc.

Iran e coronavirus: ecco perché i conti non tornano

Uno dei motivi principali alla base della distorsione dei dati è senza dubbio la carenza di test nel Paese e la conseguente decisione di effettuarli solo su potenziali pazienti che già presentano sintomi chiari. Per giustificare la mancanza di kit e tamponi il governo di Teheran ha puntato il dito contro le sanzioni imposte dagli Stati Uniti, affermando che queste rendono «praticamente impossibile» l’arrivo di materiale sanitario o di protezione.

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Il presidente Hassan Rouhani ha quindi fatto appello ai leader mondiali perché aiutino l’Iran in un momento critico, twittando: «È immorale lasciare che un bullo uccida persone innocenti».

Anche il governo, però, sembra collaborare intenzionalmente alla diffusione di dati poco realistici riguardo all’avanzare dell’epidemia. In Iran, infatti, il tasso di mortalità del virus è sempre stato nettamente superiore a quello degli altri Paesi e si aggira tuttora intorno al 7%, contro una stima globale dell’Oms del 3,4 per cento. Questo fa pensare, quindi, che il numero dei casi sia in realtà decisamente maggiore rispetto a quello dichiarato nei documenti ufficiali.

A fine febbraio, poi, aveva fatto scalpore la dichiarazione del deputato di Qom Ahmad Amiriabadi Farahani, secondo cui solo nella sua città il coronavirus aveva già ucciso 50 persone. Poco prima il governo aveva invece confermato che in tutto l’Iran erano presenti solo 47 contagiati, di cui 12 morti. Il viceministro della Salute Iraj Harirchi aveva subito smentito quanto riportato da Farahani, salvo poi alzare il numero di contagiati a 61 e accennare al fatto che ci fossero altri «900 casi sospetti».

A confermare il carattere dubbio dei dati governativi, il 10 marzo il New York Times ha pubblicato una fotografia aerea che mostra una fossa comune improvvisamente sorta nei pressi di Qom, alla fine di febbraio: segno inequivocabile di un aumento rapido e imprevisto dei decessi nella zona.

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Rasht, Iran – Foto: mojtaba mosayebzadeh (via Unsplash)

Tanti i politici positivi al coronavirus in Iran

In Iran, i primi due casi positivi al Covid-19 sono stati confermati proprio a Qom, il 19 febbraio. Da lì, il virus si è rapidamente diffuso anche nella capitale Teheran – a circa 150 km di distanza – e in quasi tutte le province. Ad oggi, tra i quasi 20 mila casi confermati figurano anche i nomi di illustri personaggi della scena politica iraniana. Tanti che Francois Balloux, docente di sistemi biologici computazionali allo University London College, ha detto che in Iran «sono stati contagiati molti più politici di quanto sarebbe prevedibile secondo le leggi della statistica».

Il 24 febbraio, il viceministro alla Salute Iraj Harirchi, che pochi giorni prima aveva negato l’escalation di casi a Qom, è stato ripreso mentre sudava visibilmente e tossiva in conferenza stampa: poche ore dopo ha confermato di essere positivo al test per il Covid-19. Tra gli altri, hanno contratto il virus anche il vicepresidente Eshaq Jahangir, il ministro dei Beni culturali, artigianato e turismo Ali Asghar Mounesan e il ministro di Industria, miniere e imprese Reza Rahmani. L’ambasciatore iraniano in Vaticano, Hadi Khosroshahi, è morto il 27 febbraio scorso dopo aver contratto il virus.

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Le misure per rallentare la diffusione di Covid-19 in Iran

La risposta del governo di Teheran al diffondersi dell’epidemia è stata incerta e repressiva. In un primo momento, l’entità del problema è stata ridimensionata per non compromettere le elezioni parlamentari previste per il 21 febbraio. Il voto – una vittoria facile per i conservatori – si è infatti svolto regolarmente, nonostante il Paese avesse già accertato la presenza di diversi contagi e di quattro morti. Unica precauzione, mascherine e guanti per gli addetti ai seggi.

La situazione è presto degenerata, tanto che il governo ha decretato la chiusura di alcune moschee e cancellato la preghiera del venerdì. I lavori del Parlamento sono stati interrotti fino a nuovo ordine e anche scuole e università sono ferme in tutto il Paese dal 28 febbraio. Allo stesso tempo, però, non sono mai state create “zone rosse” o imposti obblighi di quarantena e molti cittadini ignorano gli inviti a stare a casa diffusi dalle autorità.

Per far fronte all’emergenza nelle carceri, già sovraffollate e con condizioni igieniche compromesse, il 17 marzo il governo ha deciso il rilascio temporaneo di 85.000 detenuti, tra cui almeno dieci prigionieri politici. Il Consigliere speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Iran, Javaid Rehman, ha precisato che «sono stati rilasciati solo i condannati con pene inferiori a 5 anni. Gli altri rimarranno in prigione, insieme ai dissidenti».

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Rasht, Iran – Foto: mojtaba mosayebzadeh (via Unsplash)

Vietato parlare: sanitari in prima linea contro il coronavirus minacciati da Teheran

Il sistema sanitario iraniano è tra i migliori del Medio Oriente e gode di personale preparato e competente. Davanti alla situazione attuale, però, questo non basta. Medici e infermieri lottano contro una realtà tragica e incerta che, ancora una volta, il governo sta cercando di insabbiare.

Guardie e poliziotti pattugliano infatti i principali ospedali per assicurarsi che gli operatori sanitari non rivelino alla stampa ciò che realmente succede in corsia. «Le autorità vogliono tenere a bada l’informazione tanto quanto il virus», afferma il New York Times. E, infatti, i servizi di sicurezza del Paese hanno fatto sapere che sono pronti a considerare la diffusione di dati medici e sanitari come «minacce alla sicurezza nazionale» e «procurato allarme», trattando i colpevoli di conseguenza.

 

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