Israele: scontro con l’Onu sulle aziende nei Territori palestinesi occupati

Sale la tensione tra lo stato di Israele e l’Onu. Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, infatti, ha pubblicato una lista con i nomi delle imprese operanti all’interno degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Il nuovo database potrebbe essere uno strumento per futuri boicottaggi

Sono 112 le aziende finite nel nuovo database delle Nazioni Unite per essere coinvolte in attività commerciali con gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati. Il Consiglio per i diritti umani dell’Onu (Unhrc) ha infatti pubblicato, lo scorso 12 febbraio, un rapporto su più di cento imprese che operano a vario titolo all’interno dei territori occupati dallo stato ebraico nel 1967. Di queste, 94 sono aziende di Israele, mentre 18 hanno sede legale in altri in altri stati, tra cui Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Lussemburgo, Thailandia e Stati Uniti.

Tra le aziende internazionali implicate nelle attività economiche, descritte nel paragrafo 96 della relazione stilata nel 2013 dalla missione d’inchiesta internazionale, compaiono i nomi di colossi come Booking, Airbnb, Motorola Solution, eDreams Odigeo, Opodo, TripAdvisor, Expedia e General Mills. Il database arriva come risposta alla specifica richiesta contenuta nella risoluzione Onu 31/36 del marzo 2016.

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Israele-Palestina: il database Onu rivela le aziende operative nei Territori occupati

«Questa lista ha un peso politico specifico, soprattutto dopo la presentazione del cosiddetto piano di pace da parte del presidente statunitense Donald Trump». Esordisce così Mahmoud Soliman, accademico e ricercatore palestinese dell’International center of nonviolent conflict, intervistato sul tema da Osservatorio Diritti.

«È importante perché, in primo luogo, ribadisce con voce chiara che i confini del 1949 con la green line sono i confini internazionalmente riconosciuti tra lo stato di Israele e quello della Palestina».

La pubblicazione di questo database arriva inoltre in quello che Soliman definisce come un momento cruciale per i palestinesi. «È fondamentale che l’Onu abbia ricordato a Israele, agli Stati Uniti e alle aziende che hanno qui i loro business che questa è una terra occupata militarmente dal 1967 e tutte le attività che avvengono in essa rappresentano una violazione dei diritti dei palestinesi e del diritto internazionale».

Mahmoud Soliman sottolinea l’importanza di questo database proprio quando il governo israeliano sta pianificando l’annessione di una parte della Cisgiordania, precisamente quella della Valle del Giordano.

«Questa ferma presa di posizione delle Nazioni Unite sancisce perciò ancora una volta l’illegalità degli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati come stabilito nella risoluzione Onu 2334 del 2016».

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La posizione di Autorità nazionale palestinese, Israele e Usa

«L’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha accolto con soddisfazione la pubblicazione del database e ha promesso che si impegnerà a perseguire legalmente tutte le società coinvolte. Recentemente il ministro della Giustizia e quello degli affari Esteri della Palestina, insieme ad alcuni attivisti e organizzazioni civili, hanno iniziato a monitorare le attività delle aziende nei territori occupati per generare ulteriori pressioni sul governo israeliano», ha dichiarato Soliman. Diversa invece la reazione da parte del governo israeliano e di quello statunitense.

Il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha dichiarato che il governo degli Stati Uniti non fornirà alcuna informazione per quanto riguarda le compagnie statunitensi finite in quella che è stata definita una «lista nera anti israeliana» . Pompeo ha inoltre definito «oltraggiosa» la decisione dell’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu, Michelle Bachelet, di pubblicare i nomi delle compagnie operanti negli insediamenti.

Da parte israeliana, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito, in un post su Twitter, il Consiglio delle Nazioni Unite come un «organo ininfluente e fazioso». Netanyahu ha inoltre ammonito che chiunque boicotterà Israele verrà a sua volta boicottato.

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Una base per il boicottaggio: storia del caso Orange

La maggior parte delle compagnie coinvolte sono aziende e banche israeliane che hanno però contatti con compagnie e banche straniere. «Sapere i nomi di queste imprese è un passo essenziale per poter generare una pressione internazionale che porti le aziende straniere a limitare, o persino bloccare, le relazioni o i rapporti economici con le società israeliane coinvolte». Il ruolo delle banche israeliane negli insediamenti è stato oggetto anche del report della ong Human Rights Watch (Hrw).

«Questa decisione potrebbe infatti portare le campagne di solidarietà con la causa palestinese, in particolare quelle organizzate dal movimento Bds, a essere più forti e incisive. Il database potrebbe essere usato come strumento dalle organizzazioni in Francia, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti per fare pressioni sui propri governi, oltre che su quello israeliano. Pressioni che potrebbero avere un peso economico e causare delle perdite alle aziende coinvolte come accaduto nel 2016 con Orange». La compagnia telefonica francese Orange aveva infatti deciso di rescindere il rinnovo del contratto con il partner israeliano, valido fino al 2025, dopo esser stata accusata da varie organizzazioni di costruire infrastrutture e offrire servizi nei territori occupati.

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Bandiera di Israele – Foto: Pixabay

Airbnb e Booking tra le imprese coinvolte nella lista Onu

Soliman fa inoltre riferimento alla vicenda che ha coinvolto la società statunitense di affitti online Airbnb all’inizio del 2019. «Dopo il caso mediatico che ha portato il sito a bloccare e poi a reinserire le abitazioni all’interno degli insediamenti, ora la decisione passa direttamente alle singole persone. Saranno loro a decidere se vogliono soggiornare in un territorio occupato, favorendo così con i loro soldi la continua violazione dei diritti dei palestinesi».

Soliman vuole poi fare un esempio pratico relativo alla compagnia Booking Holdings, anch’essa apparsa nel database Onu. «La parte più triste è che se un palestinese entrasse su Booking.com per prenotare un volo o un hotel, non troverebbe la nazionalità palestinese da inserire nel Paese di provenienza. Questa è una significativa discriminazione e violazione dei diritti dei palestinesi, anche perché la Palestina è stata riconosciuta come stato non membro delle Nazioni Unite. Non solo queste società operano all’interno dei territori palestinesi occupati, ma offrono servizi ai quali i palestinesi stessi non possono accedere».

Territori palestinesi e business: 206 aziende in attesa di valutazione

Il database parla di 112 compagnie, ma quelle che sono state segnalate sono in tutto 321. Di queste, 206 sono state prese in considerazione per un’ulteriore valutazione. Nonostante ciò, ci sono diverse imprese che operano all’interno degli insediamenti e che non sono però state menzionate nella lista dell’Unhrc.

«La compagnia spagnola Caf, in consorzio con la Israel Shapir, si sta attualmente occupando dell’espansione della metropolitana leggera nella parte Est di Gerusalemme, una delle zone più controverse e delicate. La Caf non compare però nella lista, che perciò è da considerarsi ancora incompleta. È comunque un buon punto di partenza, considerando che può essere aggiornata ogni anno con nuove indicazioni e segnalazioni», conclude Mahmoud Soliman.

La cartina: mappa di Israele e Palestina

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