Giulio Regeni: ancora senza verità a quattro anni dalla morte

Il 25 gennaio 2016 il ricercatore friulano Giulio Regeni scompare al Cairo, in Egitto. Viene trovato il 3 febbraio dopo essere stato torturato e ucciso per motivi ancora oggi ignoti. Una nuova squadra investigativa al Cairo promette di fare luce sul caso. Caratterizzato finora, però, da lunghi silenzi e depistaggi

Giallo. È il colore che domina su striscioni e manifesti, braccialetti e spille, su cui si trova la scritta “Verità per Giulio Regeni”. Giallo come il mistero che da ormai quattro anni caratterizza la scomparsa del ricercatore friulano, visto per l’ultima volta al Cairo il 25 gennaio 2016 e il cui cadavere è stato ritrovato nove giorni dopo torturato e ucciso a 28 anni d’età per motivi ancora ignoti. Da allora le indagini hanno cercato di trovare i colpevoli, fra l’assenza di collaborazione dell’Egitto e i continui depistaggi.

Giulio Regeni: una nuova squadra investigativa per cercare la verità sulla morte

Quattro anni, non di pura attesa, ma caratterizzati da lunghi silenzi, scarsa collaborazione, depistaggi. E – nel giorno in cui Giulio Regeni avrebbe compiuto 32 anni, il 15 gennaio 2020 – un annuncio che viene dall’Egitto. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha incontrato al Cairo il presidente egiziano Al Sisi e una delegazione di carabinieri e polizia incaricati delle indagini ha fatto visita ai colleghi egiziani. Incontri a seguito dei quali la procura generale egiziana ha annunciato la costituzione di una nuova squadra investigativa che si occuperà delle indagini sull’omicidio del ricercatore friulano.

«#veritàegiustiziapergiulioregeni, sempre, anche oggi 15 gennaio, avresti compiuto 32 anni ma c’è chi ti ha rubato la vita!», ha twittato la mamma di Regeni, Paola Deffendi. Lei, che insieme al marito Claudio e al loro legale, Alessandra Ballerini, sta portando avanti la battaglia per arrivare alla verità.

Vittima di torture perché sospettato di essere una spia

Le speranze non sono molte. Se è vero che il procuratore egiziano, Hamada al Sawi, ha dichiarato di «fare quanto possibile per arrivare a stabilire la verità», e di voler «proseguire i rapporti bilaterali», è vero anche che i rapporti tra Italia ed Egitto si sono interrotti in sostanza un anno fa, da quando cioè la procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati cinque agenti della National security, il servizio segreto civile egiziano, che avrebbero partecipato al sequestro di Giulio.

La procura di Roma attende una conferma importante sulla presenza in Kenya, nell’agosto del 2017, di Magdi Abdlal Sharif, uno dei cinque funzionari dei servizi segreti egiziani indagati. Un personaggio che può far luce sull’omicidio di Giulio Regeni. Secondo un supertestimone, infatti, che ha raccontato di aver raccolto le testimonianza di un poliziotto keniano, l’egiziano avrebbe detto: «Lo abbiamo preso noi perché pensavamo fosse una spia inglese. Lo abbiamo caricato in macchina e picchiato».

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L’incontro tra i genitori di Giulio Regeni e il premier Giuseppe Conte (Foto da Facebook)

La storia di Giulio Regeni: scomparso il 25 gennaio, il cadavere fu ritrovato nove giorni dopo

Siamo nel 2016, il 25 gennaio. Giulio, 28 anni, ricercatore all’Università di Cambridge, in Egitto per svolgere una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani, esce di casa per andare in piazza Tahrir. Senza mai arrivarci. Perché scompare a una fermata della metropolitana.

Bisognerà aspettare il 3 febbraio per ritrovare il suo corpo. Giulio è stato trovato lungo la superstrada che collega il Cairo con Giza, seminudo e con segni evidenti di tortura.

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Commemorazione di Giulio Regeni organizzata dal parlamentare britannico Daniel Zeichner eletto nel collegio di Cambridge – Foto: Alisdare Hickson (via Wikimedia Commons)

L’inchiesta per fare luce sulla morte del giovane ricercatore parte immediatamente e con essa anche i primi depistaggi. Due le inchieste, parallele: dalla procura di Roma e dalla procura del Cairo, con vari incontri tra gli inquirenti, fin dal maggio del 2016. Tante le ipotesi formulate sulla morte di Giulio da parte degli investigatori egiziani, che si rivelano di volta in volta veri e propri depistaggi.

Della morte del ricercatore si è detto che si trattasse di un incidente, che alla base ci fosse un omicidio passionale, persino si è percorso il terreno dello spaccio di droga. Moventi considerati sempre inverosimili dagli investigatori italiani.

Poi il 24 marzo del 2016 l’uccisione, in un conflitto a fuoco con la polizia, di cinque presunti sospettati dell’omicidio, a casa di uno dei quali fu ritrovato il passaporto di Giulio. Qui nasce la pista dei servizi segreti, su cui si concentrano gli investigatori italiani. Perché le indagini rivelano successivamente che a portare lì il documento è stato un agente della National security, i servizi segreti civili egiziani.

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Giulio Regeni: cosa studiava e perché fu torturato

Giulio Regeni si trovava in Egitto per svolgere un dottorato sui sindacati di base egiziani per conto dell’Università di Cambridge. Un elemento biografico pregnante per i pm italiani, secondo i quali Giulio viene torturato e ucciso perché ritenuto una spia.

Il collegamento tra i suoi studi e la morte di Regeni è avvalorato da quanto emerso successivamente. A venderlo ai servizi segreti civili, secondo quanto emerso finora, sembra sia stato il capo degli ambulanti, Muhammad Abdallah, con cui il ricercatore era venuto in contatto per i suoi studi. Basti pensare alla comparsa del video, un anno dopo la sua scomparsa, che ritrae l’incontro tra Giulio e Abdallah, con quest’ultimo che cerca di incastrarlo con una richiesta di denaro.

Le indagini proseguono, caratterizzate dalle reticenze del Cairo ad aiutare l’Italia. Si scopre, ad esempio, che le riprese video delle telecamere installate nella stazione della metro dove Giulio è scomparso sono state cancellate. Mesi dopo i pm egiziani ammettono: il ricercatore era controllato e indagato dalla polizia, anche se i controlli non avevano fatto emergere alcuna prova contro Giulio.

La svolta nelle indagini arriva nel dicembre del 2018, quando la Procura di Roma iscrive nel registro degli indagati il nome di cinque militari egiziani ritenuti responsabili del sequestro di Regeni. E a maggio del 2019 un supertestimone che ascoltò una conversazione proprio tra uno degli agenti responsabili del rapimento e un altro poliziotto africano, il quale rivela che Regeni fu ucciso dai servizi di sicurezza egiziani perché creduto una spia inglese.

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Documenti di Giulio Regeni rinvenuti il 24 marzo 2016 dalla polizia egiziana (Fonte: https://www.facebook.com/MoiEgy/)

Paola e Claudio Regeni: la battaglia dei genitori di Giulio

Il caso Regeni è fatto di rapporti giudiziari tra Italia ed Egitto, ma anche di rapporti diplomatici. Ad aprile 2016, Roma richiama il proprio ambasciatore al Cairo, lamentando la scarsa collaborazione egiziana nelle indagini. Ma poco più di un anno dopo la decisione viene revocata: l’Italia nomina un nuovo ambasciatore e i rapporti diplomatici tra i due paesi riprendono, tra le polemiche di Claudio e Paola Regeni, genitori di Giulio, che oggi chiedono a gran voce il richiamo dell’ambasciatore Giampaolo Cantini per consultazioni.

La battaglia di Paola e Claudio Regeni va avanti incessante. Chiedono da allora di trovare i responsabili della morte di Giulio e, in un appello lanciato in Tv a febbraio dello scorso anno, chiedono i vestiti che il ricercatore aveva quando è stato ucciso. E in una lettera, inviata a maggio scorso direttamente ad Al Sisi, scrivono:

«Non possiamo più accontentarci delle sue condoglianze né delle sue promesse mancate».

Chi era Giulio Regeni: nato a Fiumicello, studiava all’estero e aveva la passione del giornalismo

Giulio Regeni è originario di Fiumicello, in provincia di Udine. Un ragazzo intraprendente, viene definito dagli amici. Dai 12 ai 14 anni era stato sindaco dei ragazzi del suo Comune, poi aveva lasciato Fiumicello per frequentare il liceo a Trieste. Lasciò il Friuli quando vinse una borsa di studio, che lo portò – negli ultimi tre anni di liceo – nel New Mexico e negli Stati Uniti. E l’università in Inghilterra. Prima a Oxford, dove aveva conseguito una laurea a indirizzo umanistico, e poi il dottorato a Cambridge, che lo aveva portato al Cairo, dove faceva ricerche per una tesi sull’economia locale.

Giulio aveva la passione per il giornalismo. È dagli Stati Uniti che aveva iniziato scrivere per il mensile triestino Konrad. E, pur essendo spesso fuori dall’Italia, le sue collaborazioni con diverse testate giornalistiche sono proseguite. In alcuni articoli, scritti anche con lo pseudonimo di Antonio Druis e pubblicati dall’agenzia di stampa Nena, aveva descritto la difficile situazione sindacale dopo la rivoluzione egiziana del 2011.

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Giulio Regeni (Foto: Amnesty International)

La campagna di Amnesty e le iniziative per il 25 gennaio

Nel febbraio del 2016 viene lanciata la campagna da Amnesty International per non «permettere che l’omicidio del giovane ricercatore italiano finisca per essere dimenticato, per essere catalogato tra le tante “inchieste in corso” o peggio, per essere collocato nel passato da una “versione ufficiale” del governo del Cairo».

Da allora lo striscione giallo “Verità per Giulio Regeni” ha fatto il giro del mondo, diventando «la richiesta di tanti enti locali, dei principali comuni italiani, delle università e di altri luoghi di cultura del nostro paese che hanno esposto questo striscione, o comunque un simbolo che chieda a tutti l’impegno per avere la verità sulla morte di Giulio».

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Striscione “Verità per Giulio Regeni” esposto dal 4 aprile 2016 sulla facciata del municipio di Torino (Foto: Wikipedia)

E da Amnesty International è organizzato “4 anni senza Giulio – Fiaccolata per chiedere verità e giustizia”. Alle 19.41 del 25 gennaio migliaia di luci si accenderanno per ricordare il momento esatto dell’ultimo sms inviato da Giulio Regeni alla fidanzata prima di essere sequestrato in Egitto, sottoposto poi a feroci torture e assassinato.

«In questi quattro anni abbiamo continuato giorno dopo giorno a chiedere la verità con iniziative in ogni parte del paese. Continueremo fino a quando ci sarà una verità giudiziaria che coincida con quella storica, che attesti quel “delitto di stato”, ne accerti le responsabilità individuali e le collochi lungo una precisa catena di comando», dicono da Amnesty International.

Giulio Regeni: esce il libro “Giulio fa cose”

Il 23 gennaio è uscito in libreria “Giulio fa cose” (Feltrinelli, 224 pagine, 16 euro), un libro scritto da Paola Deffendi e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, con Alessandra Ballerini. Nel testo, i genitori del ricercatore mettono uno in fila all’altro gli ultimi quattro anni della loro vita, sconvolti dalla morte del figlio e caratterizzati dalla lotta per arrivare a verità e giustizia.

La battaglia, però, non è solo la loro, perché quando si affronta un caso di rapimento, tortura e omicidio in cui ragion di Stato e giustizia sembrano essere in contrapposizione, allora si tratta di qualcosa che interessa tutti. La richiesta dei genitori è di arrivare a una «verità processuale», convinti come sono che «su Giulio sono stati violati tutti i diritti umani, compreso il diritto di tutti noi ad avere verità». Tanto che in Egitto hanno «ucciso cinque innocenti, inventato storie incredibili, falsificato documenti per allontanare i sospetti dai loro apparati».

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