Eni Nigeria: si avvicina la sentenza del processo Opl 245 per corruzione

Nonostante i ritardi, dovrebbe arrivare quest'anno il primo verdetto del "processo del secolo" in corso a Milano contro Eni e Shell per la presunta maxi tangente che sarebbe stata pagata nel caso Opl 245 in Nigeria. Ecco il racconto di un'intricata vicenda che si svolge tra Nigeria, Svizzera, Emirati Arabi e Italia

Nei primi mesi del 2020 è atteso il verdetto di primo grado del “processo del secolo”, il procedimento che vede Shell ed Eni di fronte ai giudici della Settima sezione del Tribunale di Milano ad affrontare l’accusa di corruzione internazionale.

È il caso Opl 245: una presunta tangente da 1,092 miliardi di dollari pagata dalle aziende agli uomini dell’allora presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan, per aggiudicarsi la licenza esplorativa di uno dei giacimenti di petrolio più promettenti del Paese.

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Goodluck Jonathan – Foto: ©Commonwealth Sectratariat 2011 (via Flickr)

Eni Nigeria: la posta in gioco del processo

Nel 2019 doveva esaurirsi la fase istruttoria del dibattimento, durante la quale è previsto che si corroborino le fonti di prova di fronte al collegio giudicante. Ma i tempi si sono dilungati, tra inciampi iniziali (un anno fa non c’erano interpreti all’altezza e si è ovviato al problema chiedendo alle interpreti di parte, Shell, di tradurre per la Corte), temporeggiamenti delle parti in causa e testimoni irrintracciabili. Così il termine ultimo è a data da destinarsi.

In realtà, però, il tempo stringe: per l’accusa c’è sempre l’incubo prescrizione, per le difese c’è la pressione internazionale intorno al caso, per il collegio giudicante l’obbligo di evitare tempi morti. Poi c’è tutto ciò che si muove intorno ad Eni: in primavera il governo nominerà i nuovi vertici dell’azienda di San Donato Milanese, che per il 30% circa è controllata dallo Stato.

La posizione di Claudio Descalzi, attuale amministratore delegato, è in bilico non tanto per i risultati sul piano economico e finanziario – le quotazioni in Borsa tengono – quanto per i suoi guai giudiziari. L’ad compare infatti sia tra gli imputati del procedimento di Eni in Nigeria, sia per quello che riguarda Eni in Congo.

Nonostante tutto, il processo ha portato ulteriori sviluppi. Non solo per quanto è accaduto in aula, ma anche negli altri Paesi in cui i magistrati milanesi hanno depositato rogatorie internazionali.

Caso Eni Nigeria: ex ministro decisivo per l’accusa di corruzione

Il 19 dicembre l’ex ministro della Giustizia della Nigeria, Mohammed Adoke Bello, è stato fermato mentre rientrava in patria dopo un viaggio a Dubai. Già a novembre era stato fermato dall’Interpol mentre cercava di espatriare verso la città emiratina, dove doveva sottoporsi a delle cure mediche.

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L’Economic financial crime commission (Efcc) della Nigeria, una sorta di guardia di finanza del Paese africano, lo accusa di aver gestito 830 mila dollari della tangente, arrivata su un conto governativo presso la banca JP Morgan. Il documento è stato richiesto con rogatoria internazionale dalla procura di Milano. Sarà un tassello importante per stabilire se effettivamente l’ipotizzato meccanismo di corruzione internazionale ha visto la partecipazione di funzionari pubblici nigeriani, senza i quali non si configurerebbe il reato di corruzione.

Il 2 gennaio Adoke Bello avrebbe dovuto essere rilasciato in Nigeria, ma il giudice Othman Musa, della Corte di Abuja, ha deciso un prolungamento dello stato di fermo fino al 17 gennaio. Come scrive l’Efcc sul suo canale Twitter, citando la nuova ordinanza del giudice,

«la proroga dello stato di fermo dell’interessato per altri 14 giorni ai fini della sua citazione a giudizio è necessaria e concessa come richiesto».

In sostanza, c’è da attendersi a breve un processo a carico di Adoke Bello in Nigeria.

Tangenti per Opl 245 finite a Dubai? Il sospetto dell’accusa

Adoke Bello è un personaggio chiave della vicenda Opl 245. Da ministro – tra il 2010 e il 2015, ossia negli anni centrali della presunta tangente – ha infatti garantito che la proprietà della licenza esplorativa per il giacimento restasse nelle mani di Malabu Oil & Gas, società riconducibile all’ex ministro del petrolio Dan Etete, altro personaggio con una certa affinità con Dubai.

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Dubai, Emirati Arabi Uniti – Foto: Tim Reckmann (via Wikimedia Commons)

Come ha rivelato nel 2018 un’inchiesta condotta dalle ong internazionali Global Witness e C4Ads insieme ai centri di giornalismo d’inchiesta Finance Uncovered e Occrp, l’ex ministro nigeriano risulta residente in una villa della zona residenziale considerata come una sorta di Beverly Hills di Dubai dal 2015, dopo aver trasferito 105 mila dollari in un mobilificio emiratino. Il sospetto è che sia qui che Etete ha investito i soldi ricevuti tramite mazzetta. L’interessato non ha mai risposto alle domande dei giornalisti.

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Come è emerso dalle udienze del processo, ai dipendenti di Eni non era chiaro né il modo in cui la Malabu si era garantita la licenza, né l’effettivo beneficiario ultimo della società. Si sapeva del ruolo di Dan Etete, ma non è stato mai approfondito.

Risulta al contrario chiaro il tentativo di tutto l’ufficio legale e l’ufficio contratti dell’azienda italiana di garantire all’azienda il minor rischio possibile e una exit strategy nel caso in cui la licenza di Malabu avesse riscontrato delle irregolarità. Il mandato per tutti, però, è stato quello di andare avanti: la licenza era vitaleper la permanenza di Eni in Nigeria, dove l’azienda è presente dal 1962.

Eni Nigeria: la rogatoria svizzera sulla valigetta di Obi

Un’altra importante novità è arrivata dalla Svizzera: i pm milanesi Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro nell’aprile 2016 avevano depositato una rogatoria internazionale per visionare i materiali contenuti in un trolley di proprietà di Emeka Obi.

L’uomo è un imprenditore nigeriano, intermediario per conto della Malabu di Dan Etete, condannato in primo grado nel processo abbreviato a 4 anni di reclusione per corruzione internazionale, insieme all’altro “facilitatore”, Gianluca Di Nardo. Il materiale appartenente a Obi è finito nelle mani della procura svizzera a seguito delle indagini su un caso che non aveva all’apparenza alcun legame con la vicenda Opl 245.

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Claudio Descalzi – Foto Eni (via Flickr)

I magistrati svizzeri stavano infatti indagando su un’altra presunta tangente pagata dalla compagnia Airbus attraverso l’investimento in una poco redditizia miniera in Mali, al fine di ottenere dal governo di Bamako la garanzia circa l’acquisto di velivoli cargo Airbus ed elicotteri Super Puma.

L’intermediario è un personaggio misterioso: un finanziere francese di passaporto svizzero, residente – ancora una volta – a Dubai, con all’attivo diverse partecipazioni in affari poco chiari, non solo in Africa, ma anche in Sudamerica. Il suo nome è Olivier Couriol.

Una volta arrestato e perquisito, Couriol ha spiegato alla polizia elvetica di aver aiutato Obi, un «amico» che spesso soggiornava a Ginevra e che non è mai venuto a riprendersi la sua valigetta. Dal fascicolo dell’indagine, però, risulta anche il contratto datato settembre 2015 per un prestito a breve termine che sarebbe dovuto essere concesso da una società emiratina di Couriol a Obi.

Dopo due tentativi, la procura di Milano ha ottenuto il permesso per ricevere i contenuti del trolley. Da qui la procura si aspetta di riuscire a comprendere meglio l’andamento delle negoziazioni per Opl 245. Infatti, la versione di Eni è che da novembre 2010 i rapporti con Malabu e con l’advisor finanziario Energy Venture Partners (di proprietà di Emeka Obi) si sono interrotti i rapporti, visto che la società aveva un accordo diretto con il governo di Abuja. Eppure da una ricostruzione del giornalista Gianni Barbacetto risulta che in realtà, come confermebbero i documenti della valigetta, gli incontri tra Obi e i vertici di Eni sarebbero durati almeno fino a febbraio 2011. Perché?

L’enigma di Vincenzo Armanna

Senza ombra di dubbio le udienze più importanti sono state quelle del luglio 2019, quando i giudici hanno sentito le parole di Vincenzo Armanna. Ex manager di Eni, Armanna nel processo Opl 245 è al contempo imputato e grande accusatore della società.

Tra le fonti principali di Claudio Gatti per la scrittura del libro Enigate, Armanna in udienza ha rivelato che il Victor Nwafor ascoltato dal tribunale nei mesi precedenti in realtà non era chi diceva di essere, ossia il capo della sicurezza personale dell’ex presidente Goodluck Jonathan, al vertice dei servizi d’intelligence nigeriani, ma un suo sottoposto. La testimonianza di Nwafor è ritenuta molto importante per poter ricostruire dove sono finiti i soldi della presunta tangente.

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Attività di Eni per il campo di Cabaça South East, Angola – Foto: Eni (via Flickr)

Armanna ha anche raccontato delle pressioni subite dalla società attraverso Piero Amara, avvocato siciliano che ha lavorato con Eni ritenuto al centro di un’organizzazione che comprava sentenze, giudici e magistrati. Una sorta di risolutore di problemi con la giustizia, anche per conto di Eni, secondo i magistrati italiani.

In sostanza, ha spiegato Armanna in aula, Amara e Claudio Granata, top manager di Eni dal luglio 2014, lo avrebbero avvicinato per convincerlo a ritrattare il contenuto dei suoi interrogatori in aula. Accuse pesantissime che hanno innescato un altro filone del processo, quello del cosiddetto “complotto”: i pm milanesi Paolo Storari e Laura Pedio stanno indagando per stabilire se la rete di Amara stesse effettivamente cercando di dirottare il processo dei colleghi De Pasquale e Spadaro e, in caso, per conto di chi, a colpi di falsi dossier e documenti anonimi.

Tali parole facevano immaginare che la difesa di Armanna avrebbe voluto ascoltare dei testi chiave per mettere in chiaro l’affidabilità dell’imputato. Invece dei tre previsti non se n’è presentato nessuno. In più, durante l’ultima udienza il 19 dicembre, si sarebbe dovuto sciogliere il nodo dei «due Victor». Con l’aiuto della difesa Armanna, infatti, la procura milanese era riuscita a contattare il vero capo della sicurezza di Goodluck Jonathan che in realtà si chiama Isaac Chinonyerem Eke e che usava lo pseudonimo di Victor Nwafor per parlare con l’allora manager di Eni in Nigeria.

Eke avrebbe espresso la volontà di rendere testimonianza, ma alla fine non si è più reso rintracciabile e non si è presentato in aula quando atteso. Il collegio di giudici guidato da Marco Tremolada ha concesso un’ultima possibilità, solo di presenza e non collegato in videoconferenza, per la prossima data disponibile, il 29 gennaio.

Altrimenti le sue parole non saranno più utilizzabili a processo e anche la versione del «primo Victor» potrebbe diventare inutilizzabile. Potenzialmente, un duro colpo per la procura. La stessa che Armanna avrebbe dovuto aiutare fornendo i dettagli del «nuovo Victor», l’ultimo dei tanti misteri del «processo del secolo».

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