Eni Nigeria: Adoke Bello, ministro della corruzione o vittima giudiziaria?

L'ex ministro della Giustizia è tra gli accusati del processo Opl 245. Secondo la procura di Milano, è uno dei beneficiari della maxitangente pagata da Eni e la prova starebbe nelle carte ottenute da Abuja dopo una rogatoria. Eppure l'ex ministro in Nigeria continua ad avere processi favorevoli. E a settembre ha scritto un libro con la sua verità

Il fardello del servizio pubblico: reminiscenze di un ex Ministro della Giustizia. Con questo titolo Mohammed Bello Adoke a settembre 2019 ha dato alle stampe il suo libro di memorie. Classe 1963, tra il 2010 e il 2015 è stato il ministro della Giustizia del Governo di Goodluck Jonathan, l’esecutivo della Nigeria accusato di essere al centro di un sistema corruttivo che ha impoverito le casse pubbliche del più popoloso Stato d’Africa.

Secondo le inchieste condotte dalla procura di Milano e dall’Econonomic financial crime commission (Efcc), una sorta di Guardia di Finanza della Nigeria, l’ex ministro della Giustizia Adoke avrebbe fatto in modo che l’assegnazione della licenza di esplorazione petrolifera Opl 245 restasse alla società Malabu nel 2010, avrebbe partecipato alle trattative economiche per la maxitangente da 1,1 miliardi di dollari e si sarebbe intascato una parte della tangente che sarebbe stata pagata da Eni e Shell.

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Goodluck Jonathan – Foto: ©Commonwealth Sectratariat 2011 (via Flickr)

Adoke Bello e la presunta tangente per Opl 245

Dopo mesi di attesa, la procura di Milano ha ottenuto attraverso una rogatoria in Nigeria un documento redatto dall’Efcc che spiega come il ministro avrebbe gestito gli 830 mila dollari che avrebbe incassato via tangente. Si tratta di un complesso sistema di transazioni che comincia nel momento in cui Eni, a maggio 2011, avrebbe versato la maxi-tangente da 1,1 miliardi di dollari sul deposito di garanzia che il governo nigeriano ha aperto presso la banca JpMorgan di Londra.

Una delle tante anomalie di questo caso è che i soldi, invece che fermarsi qui, ripartono in direzione Malabu Oil & Gas tre mesi dopo e da lì, ancora una volta, vengono distribuiti a una girandola di altre società.

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Nel gennaio 2012 Adoke Bello ha aperto un conto sulla Unity Bank di Abuja con pochi spicci. Un mese dopo, da quel conto ha prelevato 830 mila dollari, con cui si è comprato una lussuosa villa ad Abuja, la capitale nigeriana. Quella cifra, però, non c’era sul conto: visto il ruolo ricoperto in passato, Adoke Bello non ha avuto problemi ad ottenere dalla banca la possibilità di essere molto esposto.

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Fonte: Valigia Blu

I soldi prelevati da Adoke Bello vengono versati a una società, la Carlin International Nig Ltd, che appartiene ad Alhaji Abubaker Aliyu, alias Mr. Corruption, uno dei tanti presunti intermediari di questa vicenda. La causale è “Pagamento Plot 3271”, ovvero il lotto di terra della villa che si è comprato Adoke Bello. È la conferma che esiste un legame – e forte – tra l’ex ministro della Giustizia e l’imprenditore nigeriano che sulla corruzione ha costruito il suo modello di business.

Secondo la procura di Milano, la villa di Adoke Bello rappresenta il bene comprato con proventi della corruzione, la prova che il denaro è arrivato a pubblici ufficiali. Il sigillo sull’ipotesi della corruzione internazionale.

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Lagos, Nigeria – Foto: OpenUpEd (via Flickr)

La versione di Adoke Bello sul caso Eni Nigeria

Se Adoke Bello ha deciso di scrivere un libro, il motivo è essenzialmente respingere ogni accusa mossa nei suoi confronti. Nella sinossi del libro si riconosce che gli intermediari di quello sporco affare sono in prigione. Si riconosce che il via libera alla creazione del deposito di garanzia e alla transazione di Eni è stata concessa proprio dall’ex ministro. Adoke Bello. Per il bene del Paese, secondo lo stesso Adoke Bello:

«Ha salvato il suo Paese da un incombente premio da 2 miliardi di dollari a favore di Shell concesso dal Centro internazionale per la risoluzione delle controversie internazionali (ICSID), un organo della Banca mondiale. Ma è stato perseguitato, messo al centro di scandali, trasformato in una vittima e costretto all’esilio per il suo servizio nella sua patria».

Un indubbio pezzo di verità in questa ricostruzione c’è: mentre Adoke Bello avviava alla conclusione le trattative del Governo nigeriano con Eni, Shell dal canto suo stava effettivamente facendo pressione sul governo per sbloccare la questione Opl 245. È un’altra vicenda intrecciatissima che comincia nel 2002 e in cui torna protagonista Dan Etete, l’ex ministro del Petrolio presunto proprietario di Malabu e grande macchinatore di tutta la trattativa Eni-Shell.

All’epoca sembrava che il Governo nigeriano avesse revocato la licenza a Malabu, per via della controversia legale sull’effettiva proprietà della compagnia. Così Shell aveva firmato un signatory bonus, ovvero una sorta di tassa per ottenere il diritto di una licenza dal governo nigeriano e, in contemporanea, si era accordata con la società petrolifera nigeriana per operare sul giacimento.

Ma nove anni dopo la matassa giudiziaria di Malabu ancora non era stata sbrogliata e di conseguenza Opl 245 non poteva essere assegnata. Così cominciò l’arbitrato presso l’organo della Banca mondiale, con il rischio per il governo di Abuja di pagare un’ammenda da 2 miliardi di dollari a Shell nel caso in cui la decisione fosse arrivata dopo il 2011.

L’Efcc in polemica con l’ex ministro e il processo in Nigeria

Fin qui è storia. Poi ci sono le cospirazioni e le accuse infamanti nei confronti in particolare di Ibrahim Magu, il numero uno dell’Efcc nigeriano, personaggio che sta diventando in patria un eroe anticorruzione, una sorta di Antonio Di Pietro ai tempi di Tangentopoli in Italia.

Secondo Adoke Bello, Magu sarebbe stato reclutato da due politici nigeriani, l’attuale vicepresidente, il professor Yemi Osinbajo, e l’ex parlamentare Mohammed Alli Ndume. Versione questa categoricamente smentita dai diretti interessati, di cui per altro non sarebbe nemmeno chiaro l’obiettivo finale, se non quello di abbattere il governo di Goodluck Jonathan.

Adoke, invece, già da tempo su alcuni media nigeriani insiste nel presentarsi come vittima di una campagna diffamatoria orchestrata, dice, dalla famiglia dell’ex dittatore Sani Abacha.

L’ex ministro ha lasciato la Nigeria nel 2016 per cominciare un percorso di studi in Olanda, stando a quanto a dichiarato. Avrebbe deciso di autoesiliarsi solo dopo aver intuito che c’era pericolo per la sua incolumità.

Da allora non ha fatto ritorno in Nigeria e i giornalisti che sono riusciti a raggiungerlo lo hanno intervistato in Ghana. Sostiene di non aver mai voluto evitare questo processo, a differenza di quanto sostenuto dall’Efcc, che aveva spiccato un mandato d’arresto nei confronti suoi e degli altri protagonisti della vicenda Opl245.

La Corte di Abuja ha ritirato il mandato e ha dato ragione all’ex ministro a ottobre 2019. Già nell’aprile 2018 la Corte suprema federale aveva scagionato Adoke Bello ritenendo il suo operato nelle trattative in linea con il suo ruolo istituzionale. Eppure è lui, secondo gli altri imputati Edgan Adev e Vincenzo Armanna – i presunti intermediari per Shell ed Eni – che avrebbe condotto le trattative per il prezzo.

Vittima del sistema giudiziario o agente corruttore che ha distrutto l’economia nigeriana? Lo stabilirà la sentenza di Milano.

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