Cile alla prese con proteste di massa e abusi di potere

Denudamenti, torture, spari contri i civili, maltrattamento fisico e verbale, botte e ritardi della polizia nel condurre le persone detenute al commissariato: l'Istituto nazionale per i diritti umani ha registrato anche testimonianze del genere in questi giorni di proteste per la giustizia sociale

Da Santiago a Valparaíso, da Concepción fino a Punta Arenas, il movimento di protesta che ha portato i cittadini del Cile in massa per le strade si allarga, si è rafforzato, ha alzato ancora di più la sua voce, oltre i confini nazionali, man mano che si sono diffuse le notizie, le immagini, i video dei maltrattamenti, degli abusi di potere che militari e agenti di polizia hanno compiuto sui manifestanti.

Nei giorni scorsi oltre un milione di persone si è riversato come un fiume in piena nel centro della capitale, Santiago del Cile, nella manifestazione più grande da quando la protesta è cominciata, per rivendicare giustizia sociale, servizi di base pubblici efficienti, in uno dei Paesi del pianeta in cui il divario tra ricchi e poveri è più profondo.

Cosa succede in Cile: le notizie corrono su prensa alternativa e social network

E intanto, dal “mondo alla fine del mondo” – per usare le parole dello scrittore cileno Luis Sépulveda – rimbalzano e arrivano in Europa, e in Italia, le denunce di violazioni di diritti umani, che sfuggono alla copertura dei mezzi di comunicazione ufficiale e si muovono attraverso la prensa alternativa, la stampa indipendente, le radio, i social network.

Lo stato di emergenza imposto il 19 ottobre, con la massiccia militarizzazione delle strade, e il coprifuoco dalle 22 alle 7 del mattino, per la prima volta da quando trent’anni fa in Cile è tornata la democrazia, è stato revocato dal presidente Sebastián Piñera (che ha annunciato un rimpasto di governo). Ma nella mente dei cileni ha richiamato inevitabilmente alla memoria i tempi oscuri della dittatura di Augusto Pinochet.

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Augusto Pinochet – Foto: Biblioteca del Congreso Nacional (via Wikimedia Commons)

Abusi contro chi partecipa alle proteste in Cile

Le informazioni corrono attraverso la rete, Facebook, Twitter, i diversi social network, che hanno pubblicato nei giorni scorsi una grande quantità di materiale fotografico e video che ha suscitato critiche e indignazione: immagini di militari e carabineros (gli agenti di polizia) che rincorrono, picchiano, maltrattano i civili, uomini, donne, in alcuni casi perfino ragazzini. Testimonianze amatoriali che raccontano di manifestanti presi di mira, buttati a terra, minacciati, feriti.

Va premesso che nel mare di informazioni che circola liberamente nella rete, difficile verificare in tutti i casi l’autenticità, vagliare cosa sia fake news e cosa notizia reale. Ma le testimonianze che arrivano sono tantissime, inquietanti, per la maggior parte attendibili e varie organizzazioni che si occupano di diritti umani sono sul campo per raccogliere dati e notizie certe.

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La situazione in Cile: il silenzio della comunicazione ufficiale

«Immagina di vivere in un Paese in cui non hai diritto alla salute, all’istruzione, addirittura oggi anche all’acqua, pure questa privatizzata, se non hai soldi. Quando ho cominciato a viaggiare in Europa ho aperto gli occhi e mi sono reso conto di provenire da un Paese terribilmente ingiusto».

Pablo Tapia Leyton, 37 anni, cileno, è un ballerino di danza contemporanea, insegna al Balletto di Roma. È arrivato in Italia, a Roma, quattro anni fa. «Ho deciso di aprire una pagina Facebook, Italiainformata, nella quale raccogliere e pubblicare tutte le foto e i video che mi arrivano dal Cile e che raccontano violazioni e abusi. È importante che qui si sappia cosa succede nel mio Paese. I canali Tv cileni ufficiali non raccontano i fatti perché i mezzi di comunicazione sono asserviti al potere. Tutte le informazioni scomode passano attraverso i canali alternativi o la stampa straniera», racconta a Osservatorio Diritti.

Torna lo spettro della dittatura di Augusto Pinochet

Su Twitter sono numerosi i richiami allarmati, spesso sconvolti degli utenti al tempo della dittatura. «La differenza fra oggi e l’epoca di Pinochet è che adesso, grazie alla rete e ai social network, non si può più nascondere la realtà, non c’è modo di bloccare il flusso e la diffusione delle notizie. Ma nel 1973, al tempo del golpe militare, non c’era modo di testimoniare e raccontare i fatti».

«Mi auguro che un regime dittatoriale non torni più», commenta Pablo. «Ma teniamo presente che in Cile è ancora in vigore la Costituzione del tempo della dittatura». Del resto, l’eredità del regime di Pinochet è ancora forte, difficile da sradicare in pochi decenni. Il Paese sta ancora facendo dolorosamente i conti con il suo passato attraverso i processi a ufficiali dell’esercito e delle forze di sicurezza che si sono resi responsabili di crimini e violazioni dei diritti umani.

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La capitale Santiago del Cile

L’appello di Amnesty al Governo cileno di Piñera

Giorni fa, dopo l’imposizione dello stato di emergenza, l’organizzazione Amnesty International si è rivolta direttamente al Governo cileno con un appello: «Con una lettera aperta inviata al presidente Sebastián Piñera», si legge nel comunicato rilasciato da Amnesty, «abbiamo ricordato alle autorità del Cile i loro obblighi in materia di diritti umani e li abbiamo inviati ad ascoltare le richieste della popolazione e ad attuare misure concrete per darvi seguito».

Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe, ha dichiarato:

«Il popolo cileno non è solo. Stiamo monitorando la reazione delle autorità alle proteste e i nostri analisti digitali stanno esaminando i materiali audiovisivi che possano fornire prove solide dell’uso eccessivo della forza e di altre violazioni dei diritti umani».

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Il presidente del Cile, Sebastián Piñera, di spalle – Foto: Ministerio Secretaría General de Gobierno (via Flickr)

I primi dati delle proteste in Cile: 18 le vittime

Il bilancio attuale delle proteste è di 18 vittime, cinque morti sono state imputate alle forze di sicurezza. Un militare è stato arrestato con l’accusa di aver partecipato all’uccisione di un ragazzo di 25 anni morto per uno sparo in pieno petto durante le proteste del 21 ottobre a Curicó, dove non era in vigore lo stato di emergenza.

L’Istituto nazionale dei diritti umani (Indh), un organismo pubblico e indipendente cileno, finora ha presentato 88 azioni giudiziarie per reati attribuiti ad agenti dello Stato, di cui cinque per omicidio.

Sul numero delle vittime, tuttavia, sono stati avanzati dubbi: si teme che il numero reale sia più elevato rispetto a quello ufficiale. I dati dell’Istituto parlano di più di mille feriti, di cui più di 500 per arma da fuoco e 3.200 detenuti.

E dalle organizzazioni cilene a difesa delle donne arrivano denunce e segnalazioni di abusi sessuali compiuti da agenti di polizia e militari, in diverse città, in particolar modo su donne in situazione di detenzione.

Le testimonianze all’Istituto dei diritti umani cileno

Il direttore dell’Istituto nazionale per i diritti umani, Sergio Micco, avvocato, politico e professore universitario, giorni fa ha segnalato in un comunicato: «L’Istituto ha registrato testimonianze di denudamenti, torture, spari contri i civili, maltrattamento fisico e verbale, botte e ritardi della polizia nel condurre le persone detenute al commissariato, mantenendole nei furgoni, ammassate e con cattiva ventilazione, per ore».

Nei giorni dello stato d’emergenza Micco – che ha incontrato il presidente Piñera al Palacio de la Moneda – ha sottolineato: «È evidente che l’esercito non è preparato a espletare funzioni di ordine pubblico». Aggiungendo che «la sua presenza deve essere solo dissuasiva, ovvero deve essere presente per sorvegliare i beni pubblici, ma con la maggior distanza possibile dalla gente, evitando possibilità di scontro, per non ripetere scene come quelle che abbiamo visto».

Gli osservatorio Onu arrivano in Cile

Anche la Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh), organismo che ha sede a Washington, ha denunciato l’uso eccessivo della forza da parte di agenti e militari. E l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, la ex presidente cilena, Michelle Bachelet, ha deciso d’inviare una missione di osservatori per indagare sulle denunce di violazioni e abusi.

A monitorare la situazione c’è anche Human Rights Watch. «Il presidente Pinera», ha dichiarato il direttore della ong per le Americhe, José Miguel Vivanco, «dovrebbe rendere chiaro alle forze di sicurezza che devono rispettare i diritti umani e assicurare che gli agenti implicati in abusi siano sottoposti a indagini imparziali”.

Proteste in Cile: movimento pacifico e gente comune

Human Rights Watch ricorda comunque anche le azioni violente, saccheggi, incendi e atti vandalici contro stazioni della metro, compiuti da una parte dei manifestanti che, si augura l’organizzazione, dovranno essere perseguiti dalla giustizia. Le frange più violente della protesta restano tuttavia minoritarie rispetto alla grande maggioranza di un movimento pacifico, che ha portato per la strada gente comune, famiglie, pensionati, studenti, professionisti, lavoratori, giovani e anziani. Un movimento che il Governo ha cercato di criminalizzare, mostrandone il lato più estremista e violento.

In tutto questo, ricorda Pablo Tapia, si intravede una nota positiva, una speranza: «Molti amici in Cile mi hanno detto che la cosa più bella di queste manifestazioni è il fatto di sentirsi finalmente cileni, di recuperare quell’identità nazionale che nel nostro popolo è sempre mancata, perché si sta combattendo per qualcosa di più alto e più importante per il nostro Paese. Finalmente non è solo un gruppo o una parte a manifestare, ma la popolazione in modo trasversale è scesa in piazza per lottare per i diritti di tutti».

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