Tunisia, discriminazione di Stato contro le persone omosessuali

Test anali. Intrusioni pesanti nella vita privata. E il pericolo di essere condannati a tre anni di carcere per "sodomia" o rapporti tra persone dello stesso sesso. La strada contro la discriminazione delle persone omosessuali in Tunisia è ancora in salita

da Tunisi

Essere omosessuali in Tunisia sta diventando sempre più rischioso. Oggi più che mai la comunità Lgbt deve vedersela con un’ondata di discriminazione che passa attraverso abusi, violazioni della privacy e un uso poco ortodosso della legge.

Messi alla gogna dall’articolo 230 del codice penale del 1913 (che condanna col carcere fino a tre anni la “sodomia” e i rapporti tra persone dello stesso sesso), gli omosessuali sono sempre più controllati.

Il ricorso frequente al test anale – di per sé una forma di tortura – sta diventando una prassi. Così come lo è la «continua intrusione nella vita privata delle persone, con la raccolta di dati sensibili usati come prova della loro supposta omosessualità».

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Kasserine, Tunisia – Foto: Ilaria De Bonis

Shams, Mawjoud, candidati: in Tunisia il tema dei diritti Lgbt entra nei dibattiti

A denunciare la situazione, ormai da molti anni, sono gli attivisti tunisini, come quelli delle onlus Shams o di Mawjoud. Lo hanno ribadito anche durante quest’ultima tornata elettorale, che si è giocata moltissimo attorno ai temi legati ai diritti dei gay.

Tanto che il giurista conservatore Kais Saied, uno dei vincitori al primo round elettorale, ora in lizza per il ballottaggio, si è schierato apertamente contro gli omosessuali arrivando persino ad accusare la comunità Lgbti «di ricevere fondi dall’estero per corrompere la nazione islamica».

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Lgbt in Tunisia: il test anale e l’articolo 230 del codice

Nonostante l’impegno assunto dal Parlamento nel corso del 2017 per mettere fine all’uso del test anale, considerato una “prova” all’interno dei processi, i tribunali continuano a imporre questa pratica disumana che, peraltro, non poggia su alcuna base scientifica.

E la depenalizzazione del reato di sodomia non progredisce in Parlamento. Anzi, le condanne per relazioni omosessuali sono aumentate del 60% nel 2018, fino a raggiungere il numero di 127 persone incriminate.

«Attualmente il tribunale condanna diversi orientamenti sessuali, non solo la sodomia, e questa è una interpretazione molto ampia dell’articolo 230 e una visione stringente del testo», spiega Mounir Baatour, attivista omosessuale, avvocato, ex candidato alle presidenziali tunisine e leader di Shams.

A fine agosto Baatour, pur avendo raccolto 20 mila preferenze, è stato considerato non idoneo per la candidatura finale alla presidenza del Paese ed estromesso dall’agone elettorale.

Ma il solo fatto d’esser rimasto in lizza per alcuni mesi, il tempo necessario per spingere in avanti l’agenda dei diritti degli omosessuali, ha accelerato l’intero processo. E il dibattito pubblico ha preso il volo. L’avvocato cinquantenne, liberista e liberale, ha trionfato a livello personale, riuscendo in alcuni casi a dettare le priorità agli altri candidati.

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Kasserine, Tunisia – Foto: Ilaria De Bonis

Cultura delle dittatura e discriminazione Lgbt

Ecco quel che ha detto Baatour ad Osservatorio Diritti in agosto, quando era ancora tra i candidati:

«La polizia nel nostro Paese, nonostante la caduta di Ben Ali, continua a manifestare una “cultura della dittatura”. I poliziotti sono abituati a utilizzare la violenza durante gli interrogatori e tendono a non rispettare i diritti delle persone, soprattutto dei gay, ma non solo i loro. La dittatura è introiettata e ci vorrà ancora del tempo».

«In quest’ambito c’è parecchio da fare ancora», sostiene Khawla Ben Aïcha, 31 anni, la più giovane deputata al Parlamento tunisino, militante del partito Maacrhou Tunes. «Noi lavoriamo a stretto contatto con le associazioni in difesa dei diritti umani e possiamo confermare che chi viene additato come gay ha solo due opzioni: accettare il test anale o rifiutarlo e, se si rifiuta, viene condannato per sodomia senza appello».

La battaglia in Parlamento passa quindi anzitutto per la messa al bando dei test che sono lesivi della dignità personale: «Se riusciamo a mettere fuori legge il test anale, decadrà anche questo articolo del codice penale, poiché non si avrà più modo di provare nulla», prosegue Khawla.

Violati i dati personali delle persone omosessuali

La deputata parla dalla sede di Machrouu Tounes, in avenue Mohammed V, a Tunisi. Il partito è nato da una scissione del laico Nidaa Tounes nel 2016 e Khawla mostra ora il nuovo logo, che ha come simbolo una chiave, la porta d’accesso alla conoscenza. Lei è nata a Monastir, sulla costa tunisina, e ha studiato legge in Francia.

«Quello che abbiamo scoperto – dice – è che la polizia usa Sms, video privati e foto delle persone indagate, come prova della loro omosessualità. Ma l’uso di dati personali è proibito dalla legge! Accade perfino che se trovano foto di persone scattate ad esempio in Qatar, anche quattro o cinque anni prima, le usano ugualmente senza troppo tergiversare».

Inoltre, racconta che – se prima della rivoluzione l’omosessualità era una realtà tanto quanto ora, ma le persone Lgbti non erano ancora uscite allo scoperto e non osavano dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale – la libertà ha generato uno scatto di orgoglio omosessuale e dunque una discesa nello spazio pubblico del Paese. Dove ora la loro “visibilità” viene repressa.

Bisognerà valutare in questi mesi il nuovo assetto politico dopo le elezioni e andare avanti con le proposte per la depenalizzazione del reato.

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Kasserine, Tunisia – Foto: Ilaria De Bonis

Lgbt Tunisia: storia di una legge che discrimina

Ma che origini ha questa legge così discriminatoria ed anacronistica per una democrazia moderna? Affonda le sue radici nella Tunisia del protettorato francese. Ramy Khouili, attivista dei diritti umani tunisino che lavora per la ong Euromed, e Daniel Levine Spound, ex studente di diritto e stagista che collabora con Ramy, hanno condotto una ricerca sull’origine dell’articolo 230 del codice penale.

Dopo mesi di ricerche, hanno pubblicato a marzo di quest’anno Une Histoire de la criminalisation de l’homosexualité en Tunisie (Storia della criminalizzazione dell’omosessualità in Tunisia). Il risultato è che la Francia ha attivamente contribuito all’elaborazione di questo articolo. A raccontarlo è il settimanale on-line Les Inrocks, che intervista i due autori.

«Ho passato diverse ore a studiare la bozza della prima versione del codice penale tunisino del 1911 – racconta Daniel – e questo ha richiesto molto tempo». Ad una analisi più approfondita, è risultato che «la criminalizzazione dell’omosessualità era all’origine contenuta in una nota, scritta a mano, senza riferimenti giuridici chiari, a margine del codice penale. L’anno successivo, questa semplice nota è diventata un articolo completo che non è stato modificato quasi per niente nella versione finale del 1913». E quell’appunto a margine, inglobato nel codice, ha resistito fino ad oggi.

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