Rotta balcanica: ecco cosa accade ai migranti al confine tra Bosnia e Croazia

Nel campo di Vučjak, al confine tra Bosnia e Croazia, circondato da zone minate ai tempi della guerra, vivono circa 500 migranti. Per loro si tratta di una tappa della loro "rotta balcanica" verso l'Europa. Un'ex discarica con una cinquantina di tende in mezzo al nulla, tra topi, serpenti e mosche. Come mostra anche l'ampia galleria fotografica di Luca Prestia

da Vučjak, Bosnia Erzegovina

Autobus non ce ne sono. I tassisti non ti ci portano. E se lo devono fare mugugnano. Ci arrivi a piedi, ma devi conoscere bene la strada. Pochi ne parlano in città. Ma tutti sanno dov’è e cos’è. È il campo di Vučjak, a una manciata di chilometri dal centro di Bihać, ultima città bosniaca prima del confine settentrionale con la Croazia.

Cos’è la rotta balcanica dei migranti

Da Bihać passa una delle due “rotte balcaniche” aperte o, meglio, attualmente percorribili dai migranti: quella che dalla Turchia passa per Grecia, Macedonia, Serbia, Bosnia e, quindi, Croazia (l’altra, più accidentata, attraversa la Bulgaria). E a Bihać sono oggi presenti alcune migliaia di persone (forse 6-7 mila, forse 10 mila) che attendono l’occasione buona per «andare in Europa». E intanto cercano riparo in uno dei campi allestiti intorno alla città.

Come quello, molto discusso, di Bira: un capannone industriale gestito dall’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) e Unione europea di cui i media, anche italiani, si sono occupati spesso. O come quello, appunto, di Vučjak, allestito pochi mesi fa dalla municipalità di Bihać e dalla Croce Rossa locale quasi come provocazione. Quasi come per dire: vedete? Qui la situazione è talmente insostenibile che non sappiamo più dove metterli, questi qui.

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Galleria fotografica: la rotta balcanica passa da Vucjak

Rotta balcanica: il campo profughi tra Bosnia e Croazia

Vučjak, letteralmente “la tana del lupo”, è una località sulle colline a 5 chilometri dal centro di Bihać, circondata – verso le montagne – da zone ancora minate per la guerra del 1992-95: una ex discarica che oggi ospita una cinquantina di tende, in mezzo al nulla, tra topi, serpenti, mosche.

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Oggi ci vivono 500 persone: giovani uomini provenienti in prevalenza da Pakistan e Afghanistan. Anzi, ci sopravvivono 500 persone, grazie alla Croce Rossa locale che ha allestito il campo, e grazie ad alcuni medici e operatori volontari che fanno quello che possono, con quel poco che hanno a disposizione.

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Vučjak, Bosnia Erzegovina – Foto: Luca Prestia

Immigrazione: la “vergogna” di Vucjak

È una vergogna a cielo aperto, Vučjak, per le condizioni materiali in cui vivono i migranti. Lo sa la municipalità di Bihać, lo sanno le ong internazionali che lavorano negli altri campi, lo sa l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) e lo sa l’Unione europea. Lo sanno le televisioni e i giornalisti che vengono qui, fanno due riprese e due foto, e poi se ne vanno, contenti di poter proporre un nuovo servizio sulla rotta balcanica. Ma tutti chiudono un occhio. Anche perché non c’è alternativa.

Meglio questo del nulla, meglio le tende piantate nell’ex discarica che non avere alcun riparo, punto di riferimento, senso di comunità. Meglio un posto a Vučjak che nessun posto in uno degli altri campi. Di diritti meglio non parlare, meglio non sapere. Si mette insieme in qualche modo il pranzo con la cena, si cerca di ingannare il tempo, e poi si ritenta la sorte lungo uno dei sentieri che portano dall’altra parte, a pochi chilometri da qui: in Croazia, in Europa.

Eppure, dicono, qui non si sta peggio che altrove: i volontari della Croce Rossa si fanno il mazzo, le tende riparano un po’ dal vento e dalla pioggia (ma non d’inverno, non quando il termometro va sottozero), l’acqua per lavarsi c’è, qualche cucina da campo pure. E non ci si lamenta troppo: a Bira stanno persino peggio, dicono, perché lì c’è una specie di gestione militare del campo, mentre qui si è liberi di muoversi, di parlarsi, di gestirsi il poco che si ha.

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Vučjak, Bosnia Erzegovina – Foto: Luca Prestia

Polizia croata accusata di violare i diritti dei migranti

E i diritti negati qui sono nulla in confronto ai diritti negati in Croazia, in Europa. Molti di quelli che stazionano qui ci hanno provato anche 7, 8 volte ad arrivare in Slovenia attraverso la Croazia. Ma proprio quando pensavano di avercela fatta, sono stati presi dalla polizia che li ha rimandati indietro. Non prima di averli rapinati, umiliati, picchiati.

«Li vedi i miei piedi?», racconta Fareed, pachistano di 22 anni, sorriso largo su un volto stanco. «Sono ancora tutti feriti, tagliati, dall’ultimo tentativo. I poliziotti croati mi hanno preso, mi hanno rotto il cellulare, mi hanno rubato tutto e mi hanno tagliato le suole delle scarpe. Così, tra i boschi, camminando mi sono ferito. E ora aspetto di stare meglio per riprovarci. Ce la farò, inshallah».

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Vučjak, Bosnia Erzegovina – Foto: Luca Prestia

Gli “oggetti” della rotta balcanica

Già, le scarpe: quelle sono un problema, per chi affida la propria sorte al cammino clandestino in mezzo ai boschi, tra le montagne. Calzature buone significano maggiori possibilità di farcela a scappare e a rimanere in piedi. Sandali infradito, o peggio piedi nudi, sono quasi invece sinonimo di lentezza, fragilità, rischio. Senza contare che con l’inverno, senza buone scarpe si rischia di rimanere assiderati.

La fatica, e la speranza, si legge anche negli oggetti, d’altronde. Gli zaini piccoli ma stracolmi di provviste per mettersi in viaggio, giacche a vento di seconda o terza mano nel caso di piogge o temperature rigide, pantaloni lunghi contro rovi e insetti. E poi acqua, incalcolabili bottiglie d’acqua perché con l’umidità e il sole, d’estate, il rischio di disidratarsi è alto.

E tanta, tanta immondizia, ovunque. Ma questa era già quasi tutta qui. Un regalo della città di Bihać, quasi a voler rendere ancora più chiaro il messaggio: se per gran parte dell’opinione pubblica queste persone sono immondizia, chi mai si scandalizzerà se li mettiamo negli immondezzai?

La mappa: la rotta balcanica passa per Vucjak

Le immagini e il testo qui riprodotti rappresentano la terza fase del progetto di lungo periodo intitolato Beyond the border, realizzato da Luca Prestia e Federico Faloppa sui confini in Europa e sui tanti, troppi diritti negati a chi cerca di attraversarli.

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