La Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza compie 30 anni

La Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza del 1989 festeggia il 30esimo compleanno il prossimo 20 novembre. Ecco perché l'Onu ha deciso di dedicare 54 articoli (e i protocolli aggiuntivi) proprio ai loro diritti, quali sono i principali dati Unicef in materia e un breve riassunto del documento più ratificato della storia (anche se manca la firma degli Stati Uniti)

di Fabiana Fuschi e Giorgia Galli

Il 20 novembre sarà la Giornata mondiale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Si è scelto proprio questo giorno in quanto il 20 novembre 1989 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che quest’anno compie, dunque, trent’anni.

L’Italia ha ratificato la Convenzione il 27 maggio 1991, con l’approvazione della legge n.176. La Convenzione è il trattato in materia di diritti umani con il maggior numero di ratifiche: 196 Stati vi hanno aderito. Tra questi, non figurano gli Stati Uniti e la Somalia.

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Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: perché l’Onu ha voluto un documento su questo tema

Nel preambolo della Convenzione viene spiegata la scelta di dedicare uno specifico trattato sui diritti dell’infanzia: la necessità di assicurare tutele e cure speciali e di proteggere la vulnerabilità dei bambini, garantendo loro un’adeguata protezione giuridica, sia prima sia dopo la nascita.

All’interno della Convenzione, si cerca di garantire al fanciullo il rispetto dei suoi diritti umani. Viene enunciato il principio di non discriminazione, secondo cui ogni bambino deve godere degli stessi diritti, senza eccezioni dovute a razza, colore, sesso, lingua, religione, opinioni politiche, stato sociale, origini, condizioni economiche. Inoltre, la Convenzione afferma che ogni bambino, sin dalla nascita, deve avere diritto a un nome e a una nazionalità e beneficiare della sicurezza sociale, in modo da crescere e svilupparsi in modo sano.

Viene sancito il diritto fondamentale all’educazione, che almeno a livello elementare dovrebbe essere gratuita ed obbligatoria, ma anche all’amore e alla comprensione. Viene sottolineata, poi, la necessità di prendere in considerazione sempre l’opinione e il punto di vista dei bambini quando si prendono decisioni che li riguardano.

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Nella Convenzione si cerca anche di proteggere i bambini da ogni forma di sfruttamento alla quale potrebbero essere sottoposti, incluse forme di tratta e lavoro minorile. Infine, viene evidenziata la necessità di educare i bambini secondo uno spirito di comprensione, tolleranza, amicizia fra i popoli, libero da pregiudizi e discriminazioni.

Comitato Onu sui diritti dell’infanzia: Stati sotto esame nella seconda parte della Convenzione

Per garantire il rispetto dei diritti enunciati nella Convenzione, nella parte seconda è stato istituito un Comitato Onu sui Diritti dell’Infanzia. Il Comitato ha il compito di esaminare i progressi dei vari Stati nella messa in pratica degli obblighi sanciti dalla Convenzione.

Il Comitato è composto da 18 esperti, ripartiti in maniera geograficamente equa, che si occupano di esaminare i rapporti periodici che i vari Stati sono obbligati a presentare ogni due anni dal momento della firma della Convenzione e, successivamente, ogni cinque anni.

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Ogni due anni, il Comitato sottopone un rapporto con le sue osservazioni all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il documento presentato ha conseguenze prettamente politiche sugli Stati membri, i quali sono incentivati a promuovere il rispetto e la tutela dei diritti dell’infanzia per mantenere il consenso dell’opinione pubblica.

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La Convenzione sui diritti dell’infanzia dal 1989 a oggi: bambini in contesti di conflitto

Oggi, dopo trent’anni dall’entrata in vigore della Convenzione, e nonostante l’esistenza di meccanismi volti a proteggere i diritti dei bambini, discriminazioni e violazioni sono ancora all’ordine del giorno

Le violazioni più gravi vengono commesse nei contesti di conflitto. Secondo le stime di Save the Children, sono 420 milioni i bambini che oggi vivono in zone di guerra. In particolare, l’Asia è il continente dove il maggior numero di bambini – circa 195 milioni – vive in aree di conflitto, seguita dall’Africa – 152 milioni. Un dato preoccupante riguarda il Medio Oriente: il 40 % dei bambini conosce la guerra fin dalla nascita.

Le sei violazioni più gravi dei diritti dell’infanzia

L’Ufficio del Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per l’infanzia e i conflitti armati ha pubblicato un rapporto, prima nel 2009, in seguito nel 2013, che analizza le sei più gravi violazioni commesse a danno dei bambini durante i conflitti armati. Tali violazioni, identificate dal Consiglio di Sicurezza, sono: il reclutamento e l’uso dei bambini soldato, l’uccisione e la mutilazione, la violenza sessuale, gli attacchi a scuole e ospedali, i rapimenti e la negazione dell’accesso agli aiuti umanitari.

Scopo del rapporto è argomentare giuridicamente l’assunto secondo cui queste violazioni costituiscono una grave trasgressione delle norme di diritto internazionale applicabile ai conflitti armati, ossia il diritto internazionale umanitario e le norme a tutela dei diritti umani. Questo documento, così come il mandato del Rappresentante Speciale, nasce dall’affermazione, come obbligo morale della comunità internazionale, della necessità di tutelare e vigilare sul rispetto dei diritti dei bambini e far cessare l’impunità che segue la commissione di tali crimini.

Uno dei casi più eclatanti, e di cui la stampa internazionale e nazionale si occupa marginalmente, è quello del conflitto in Yemen, dove oltre il 90% dei bambini vive in zone nelle quali l’intensità del conflitto è massimo e le cause indirette della guerra hanno provocato effetti devastanti: circa 85 mila bambini sotto i cinque anni sono morti per fame o per malattie.

Unicef: malnutrizione colpisce 200 milioni di bambini

La guerra produce non solo effetti evidenti, ma anche silenziosi, che sono allo stesso modo devastanti per i più piccoli, come la malnutrizione, di cui soffrono 200 milioni di bambini in tutto il mondo

La malnutrizione, definita emergenza invisibile, ogni anno incide su quasi metà della mortalità infantile globale (stima Unicef del 2014). Questa non deve essere confusa con la denutrizione, ossia scarsità di cibo, ma è la combinazione di vari fattori, quali l’insufficienza di proteine e zuccheri, la frequenza di malattie e infezioni, l’ignoranza alimentare, il consumo di acqua non potabile, la carenza di controlli medici e la scarsa igiene.

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La sua forma più grave, che può portare alla morte, sebbene in costante diminuzione, continua a colpire 17 milioni di bambini. Grazie all’Unicef, che quotidianamente fornisce in tutto il mondo l’80% degli alimenti terapeutici pediatrici, si stanno facendo piccoli passi avanti per contrastare le forme di malnutrizione grave.

Diritto alla salute dei bambini e mortalità infantile

Anche la salute dei bambini, e di conseguenza la vita, è continuamente a rischio, in particolare nei contesti dove l’accesso alle cure non è garantito. Difatti, lo stato di salute dei bambini e degli adolescenti è influenzato dal contesto sociale in cui vivono e per garantire una piena ed equa realizzazione del diritto alla salute è opportuno intervenire contemporaneamente su più fronti: istruzione, welfare e occupazione.

Più di 16 mila bambini non sopravvive al 5° anno di età a causa di malattie prevenibili o curabili con delle vaccinazioni (leggi anche “Filippine: crollano le vaccinazioni e il morbillo fa strage di bambini“). Malattie quali il morbillo, la polmonite, la dissenteria sono ancora letali in alcune zone del mondo. Per questo, l’Unicef fornisce ogni anno vaccini a oltre un terzo di bambini nel mondo.

La salute dei più piccoli dipende anche da quella della madre in stato di gravidanza. L’Organizzazione mondiale della sanità ha affermato infatti che il rischio di morte nel primo mese di vita è molto alto e che questo può essere contenuto attraverso cure di qualità durante la gravidanza, parti assistiti da personale qualificato e attente cure neonatali.

Matrimoni forzati e spose bambine in Italia: i dati e la legge in materia

I bambini subiscono molte altre forme di violenza e sfruttamento, da quello sessuale a quello lavorativo e alla pratica dei matrimoni forzati. A causa delle violazioni, vengono privati della loro infanzia, del gioco, della spensieratezza, dell’istruzione e della libertà di poter essere bambini. E queste violenze avvengono quotidianamente, non solo nelle più remote aree del mondo, ma anche nei contesti più vicini a noi.

In Italia, il fenomeno dei matrimoni forzati e delle spose bambine è più diffuso di quanto si possa immaginare, da Nord a Sud.

Tuttavia, il fenomeno è difficile da quantificare con precisione, a causa di diversi fattori concomitanti, quali: la stima soggettiva del grado di coercizione e di conseguenza del consenso, il problema della sotto-dichiarazione, la mancanza di rappresentatività statistica, la resistenza delle vittime a denunciare i membri della famiglia.

Nonostante la difficoltà a reperire dati, è possibile fare una stima della portata del fenomeno usando «come riferimento i dati dell’Unicef sul matrimonio precoce quale indicatore di popolazioni nelle quali può essere presente anche la pratica del matrimonio forzato» (Rapporto MAtrifor, Le Onde Onlus, 2014).

Tra alcune delle popolazioni straniere residenti in Italia, si registra un alto numero di matrimoni contratti al di sotto dei 18 anni; in particolare, si fa riferimento alle comunità brasiliana (36%), senegalese (33%), bengalese (32%) e pakistana (24%).

Grazie però al lavoro di molte associazioni e di alcuni parlamentari, oggi è stato colmato un vuoto normativo e introdotta una nuova fattispecie di reato in Italia: «Chiunque induce taluno a contrarre matrimonio o unione civile mediante violenza, minaccia, approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica ovvero mediante persuasione fondata su precetti religiosi è punito con la reclusione da uno a cinque anni».

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I diritti dell’infanzia a 30 anni dalla Convenzione internazionale

Oggi, a 30 anni dall’adozione della Convenzione, si registrano dei progressi significativi sulla condizione dei bambini nel mondo (fonte Global Childhood Report 2019 di Save the Children). A proposito di matrimoni forzati e spose bambine, il numero è sceso di 10 milioni (47 milioni del 2000, 37 milioni nel 2017) e quello delle gravidanze precoci di 3 milioni (16 miloni registrate nel 2000, 13 milioni nel 2016).

Inoltre, è importante evidenziare che, rispetto a 20 anni fa, le morti infantili sono diminuite di 4,4 milioni all’anno (da 9,8 a 5,4 milioni); il numero di bambini affetti da malnutrizione è sceso di 49 milioni (dai 198 milioni di casi registrati nel 2000 agli attuali 149 milioni); 115 milioni di bambini in più hanno avuto accesso all’istruzione (si è passato dal 74% di accesso all’istruzione del 2000 all’attuale 82%) e 94 milioni di bambini in meno sono coinvolti in lavori minorili (246 milioni nel 2000, 152 milioni nel 2016).

Ad oggi, i maggiori progressi in termini di tutela dell’infanzia si registrano in Sierra Leone, Ruanda, Etiopia e Niger, mentre i paesi più a misura di bambino sono Singapore, Svezia e Finlandia, con l’Italia all’ottavo posto.

Nonostante i progressi degli ultimi 30 anni, i diritti dei bambini continuano ad essere a rischio in tutto il mondo. Proprio per questo, tutelare i diritti delle categorie più vulnerabili, quali i bambini, è uno dei passi fondamentali per la realizzazione dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Solo mettendo al centro i diritti dei più piccoli sarà possibile lasciare un mondo migliore alle generazioni che verranno.

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