Chico Forti: colpevole d’omicidio o vittima di un errore giudiziario?

Condannato negli Usa per l'omicidio di un uomo avvenuto nel '98, sulla colpevolezza di Enrico, per tutti Chico, Forti ci sono forti dubbi. Sono in tanti a ritenere, infatti, che il colpevole non sia lui. E sullo sfondo di questa intricata vicenda c'è anche un documentario sull'assassinio di Gianni Versace, prodotto dallo stesso Forti

Colpevole di omicidio o vittima di un terribile errore della giustizia americana? È l’inquietante dubbio che, da quasi vent’anni, aleggia sulla vicenda di Enrico, per tutti Chico, Forti, trentino, campione di windsurf e di vela, prima di diventare imprenditore televisivo.

Una moglie, tre figli, una condanna all’ ergastolo: chi è Chico Forti

Forti ha 60 anni, dal 1992 risiede in Florida, dove si è sposato ed è diventato padre di tre figli. Ha trascorso gli ultimi diciannove anni chiuso nel carcere di Miami, dove sta scontando l’ergastolo.

Il 15 giugno del 2000, infatti, è stato condannato da una giuria popolare al carcere a vita per l’omicidio di un uomo, Dale Pike, ucciso il 15 febbraio del 1998 in un boschetto confinante con una spiaggia, freddato da due colpi di pistola calibro 22 sparati alla nuca.

La spiaggia si trova nei pressi del parcheggio del ristorante dove Forti lo aveva accompagnato e lasciato, dopo essere andato a incontrarlo all’aeroporto di Miami. Dale Pike era figlio di Anthony, proprietario di un hotel a Ibiza, che in quel momento aveva in corso una trattativa d’affari con l’imprenditore italiano: con l’intermediazione di un tedesco che viveva negli Usa, Thomas Knott, Pike voleva vendere l’hotel a Forti, operando in realtà una truffa ai suoi danni, perché quell’albergo non era più di sua proprietà già da tempo.

Il corpo di Dale Pike è stato ritrovato il 16 febbraio, completamente denudato ma con accanto alcuni oggetti personali, fra cui una scheda telefonica dalla quale si evince che le ultime chiamate erano state fatte a Chico Forti poco tempo prima della morte.

Storia di una sentenza: mancano prove e arma del delitto

L’accusa, cambiata ben tre volte nel corso del processo, ha giudicato l’imprenditore colpevole basandosi su prove circostanziali deboli e poco chiare: la giuria lo ha condannato senza avere provato la sua responsabilità. Anzi, nel pronunciamento della sentenza, la Corte stessa ha ammesso di non avere le prove che Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma di avere la sensazione che lui sia stato “l’istigatore del delitto”.

In particolare, la pistola non è mai stata trovata. Anche il movente dell’omicidio è decaduto. Non ci sono testimoni, né impronte e anche la prova del Dna è risultata negativa. Elementi sufficienti, se non per affermare con sicurezza, quantomeno per porre il ragionevole dubbio che l’accusa abbia condannato un uomo innocente.

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Il produttore svedese Jens Alex con il braccialetto per Chico Forti

Chico Forti e il documentario sull’omicidio Versace

Sulla colpevolezza o meno di Chico Forti ci sono posizioni discordanti. In Italia, a combattere per la sua innocenza è la criminologa Roberta Bruzzone, che ha ricostruito l’intero caso con i suoi molteplici dettagli. Secondo la criminologa, un fatto non secondario da considerare è che, poco tempo prima dell’omicidio Pike, Forti aveva prodotto un documentario sull’assassinio di Gianni Versace, “Il sorriso della medusa”, fornendo una ricostruzione critica che, di fatto, gettava delle ombre sull’operato della polizia locale.

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Ad essere fermamente convinto dell’innocenza dell’italiano e a impegnarsi per la revisione del processo c’è anche Philip Mause, 74enne avvocato di Washington in pensione, che da anni si occupa di casi, non rari, di errori giudiziari negli Stati Uniti attraverso Injustice anywhere, un’organizzazione non profit americana che si batte per correggere sentenze di colpevolezza sbagliate e far riaprire i relativi processi fornendo assistenza legale alle vittime, fondata nel 2010 per seguire il processo ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito a Perugia.

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Philip Mause (di spalle), mentre intervista John Palma, esperto in rilevamento delle bugie in campo criminologico

Chico Forti dichiarato colpevole «senza motivazione»

«Non conoscevo Enrico Forti, ma avevo sentito parlare del suo caso», racconta Mause, «ho letto la trascrizione del processo e ho capito che, sulla base degli atti, era molto difficile capire cosa fosse realmente successo. Non c’è alcun giudizio espresso dalla Corte sul perché l’imprenditore italiano fosse stato ritenuto colpevole, c’è soltanto il verdetto della giuria, senza una motivazione. È stato subito chiaro ai miei occhi che si trattava di un caso giudiziario molto controverso. Avvalendomi anche della collaborazione di altri esperti, sono arrivato alla conclusione che la giuria abbia dato una ricostruzione fuorviata su molti elementi».

Colpevole o innocente? «Dire una bugia non fa di un uomo un omicida»

L’opinione di Mause è che Forti abbia compiuto all’inizio una sciocchezza che gli è costata cara: ha mentito in un primo tempo alla polizia, negando di aver incontrato Dale Pike. «Ma dire una bugia su una determinata circostanza, magari per paura o perché si è psicologicamente sotto pressione, non rende colpevole di omicidio una persona. Parlando con vari esperti, abbiamo rilevato che è molto comune che una persona innocente sia portata a mentire perché entra nel panico. Ma la mia idea è che la giuria si sia fatta influenzare da quella menzogna, si sia convinta a priori che Forti fosse il colpevole e, a partire da questo pregiudizio, abbia costruito tutta la sua tesi, accostando i tasselli come in un puzzle per far combaciare le idee precostituite. Mi domando: se avesse ucciso Pike, perché mai Forti sarebbe andato a incontrarlo all’aeroporto, in un posto così affollato, davanti a decine e decine di persone? Sarebbe stata una cosa molto sciocca».

Riapertura del processo: il ruolo dell’opinione pubblica

Fra le varie stranezze del caso, l’avvocato ne ricorda una: «La seconda volta in cui Forti si è recato al Dipartimento di polizia per essere interrogato in quanto persona informata sui fatti, la polizia non ha registrato la sua deposizione e non ha redatto una memoria scritta immediata». Insomma, gli elementi poco chiari sono tanti. Anche se Mause è cosciente della difficoltà di arrivare a una revisione del processo: «Per la giustizia sarebbe molto imbarazzante ammettere di aver sbagliato e aver condannato all’ergastolo un innocente».

L’avvocato ha visitato Forti in carcere, oggi è in contatto con lui via email. «È una persona meravigliosa, non c’è assolutamente la minima possibilità che sia stato lui a compiere il delitto. Si tratta di un caso ridicolo. E l’opinione pubblica potrebbe esercitare una forte influenza affinché il processo venga riaperto».

Negli Stati Uniti lo scorso maggio la vicenda di Chico Forti è stata protagonista di un’inchiesta approfondita da parte di 48 hours, programma del canale Tv Cbs.

Nel 2015 Philip Mause è entrato in contatto con Thomas Salme, 50enne film maker e documentarista svedese, residente da anni in Italia, che dal 2011 ha preso a cuore la vicenda di Forti e si batte per provare la sua innocenza: con la consulenza dell’avvocato americano, Salme sta terminando di girare un documentario sul caso, prodotto dalla svedese Pampas production AB in collaborazione con la televisione SVT: Framed in Miami (incastrato a Miami), in sei episodi, che sarà pronto per la fine dell’anno.

La tesi di fondo del film è che nella vicenda giudiziaria dell’imprenditore un ruolo non secondario sia stato giocato dallo scomodo documentario da lui prodotto sull’omicidio di Versace, che ha messo in cattiva luce la polizia di Miami.

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Locandina di “Framed in Miami” (dettaglio)

«La giustizia americana corregga le sue storture»

«Devi essere considerato innocente finché non viene provata la tua colpevolezza e non puoi essere giudicato colpevole se non sulla base di prove assolutamente inconfutabili», sottolinea Mause. «Abbiamo appurato che negli Usa ci sono diversi casi di persone che, sottoposte a interrogatorio, confessano crimini che non hanno mai commesso. Ci sono studi che cercano di capire le motivazioni psicologiche che portano a queste false confessioni. È difficile da capire, ma sappiamo che succede e oggi lo possiamo scoprire grazie alle prove del Dna. Sappiamo anche che almeno il 5 per cento delle condanne alla pena di morte negli Usa sono errori giudiziari. Nel sistema americano è molto difficile riaprire un caso giudiziario e operare una revisione di una sentenza di condanna. Può accadere, ma è molto arduo da ottenere».

Nel corso della sua vita, Mause ha sempre lottato per i diritti civili. «Quando ero uno studente di Legge alla Georgetown University di Washington, ho appoggiato il movimento di Martin Luther King per i diritti degli afroamericani e nel 1965 ho partecipato alle marce da Selma a Montgomery contro la segregazione razziale. Allora sentivo davvero di vivere un momento storico cruciale. Sono stato anche attivo nel movimento di protesta contro la guerra del Vietnam». E aggiunge:

«Nel sistema della giustizia criminale americana ci sono molte cose da modificare, a partire dalla scienza forense. Perfino l’evidenza delle impronte digitali oggi crea dei problemi: quando questo tipo di prova è stato creato, era basato sulle impronte di tutte e dieci le dita, oggi vengono usate le impronte soltanto di un dito. Gli Stati Uniti pretendono di dare insegnamenti agli altri Paesi, ma dovrebbero prima di tutto guardare in casa propria e correggere ciò che non va internamente, prima di ergersi a modello per il resto del mondo».

2 Commenti
  1. Claudio Giusti dice

    Fra dieci anni sarete ancora a ripetere le stesse cose

  2. Claudio Giusti dice

    Questo è il momento: la vera ultima chance per Chico Forti. La presenza nel governo di persone adatte a farle simpatizzare per questa causa è un’occasione unica e irripetibile.
    Ma non ci si deve limitare a chiederne l’aiuto: si devono fornire le giuste informazioni.
    Gli amici di Chico devono chiarire cosa questi politici devono dire, con chi devono parlare, cosa devono fare e chiedere. I sostenitori di Chico Forti devono spiegare l’obbiettivo che vogliono raggiungere, con quale strategia e quali sono le norme e i precedenti americani. In definitiva questi ministri devono essere presi per mano e condotti a fare quello che serve.
    Sempre che fra gli amici di Chico vi sia qualcuno che abbia una sia pur pallida idea di cosa fare.

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