Diritto alla salute dei bambini: pochi infermieri, cresce il rischio di mortalità infantile

In Italia mancano infermieri. E con "Quota 100" si rischia di perderne altri 22 mila in poco tempo. Col risultato che il rischio di mortalità infantile cresce in modo preoccupante. Lo rivela un nuovo studio condotto su dodici ospedali, il "Primo Rapporto Nazionale di Ricerca RN4CAST Pediatrica"

Il settore infermieristico in Italia è in crisi. Manca personale per oltre 20 mila unità e il rischio di mortalità infantile negli ospedali pediatrici cresce. Uno studio condotto in 12 strutture dedicate all’infanzia spiega perché e denuncia il rischio di un grave peggioramento entro il 2023.

Diritto alla salute e infermieri: gli studi internazionali

Tra numero di infermieri e cura dei bambini malati c’è una relazione diretta. E l’Italia è il primo paese europeo ad averla esaminata nei dettagli. Tutto era iniziato nel 2009, con lo studio Registered Nurse Forecasting (RN4Cast), condotto in 10 paesi europei e 4 statunitensi. Era stato preso in esame il rapporto tra paziente e personale infermieristico, sottolineando come i buoni esiti di cura fossero corrispondenti a una bassa percentuale di pazienti per singolo infermiere.

Il nostro paese, dopo una prima analisi condotta nel 2015 nell’ambito dell’assistenza all’adulto, ha deciso di esaminare la realtà pediatrica con questa lente. E nel 2018 gli ospedali affiliati alla rete Associazione Ospedali Pediatrici Italiani hanno aderito al programma RN4Cast Ped per raccogliere dati e statistiche sulla presa in cura dei pazienti pediatrici (in tutto sono dodici le aziende ospedaliere arrivate alla fine del progetto).

Mortalità infantile: in Italia aumentano i rischi

Il risultato, presentato al Senato a fine giugno, denuncia un alto rischio di mortalità dovuto a un sovraccarico di pazienti, una media di 6,6 pazienti rispetto ai 4 per singolo infermiere.

Questo significa, spiega la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), che «per ogni paziente extra il rischio di mortalità a 30 giorni aumenta del sette per cento. Con due pazienti e mezzo in più arriva al 17-18%».

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Diritto alle cure mediche violato: manca personale

Silvia Scelsi, una delle responsabili dell’ospedale Gaslini di Genova della parte tecnica della ricerca, sottolinea come la scarsa natalità italiana sia il problema principale:

«Ci sono poche nascite, che chiaramente portano ad assottigliare i fondi dedicati ai reparti di pediatria e all’accorpamento degli ospedali pediatrici. Gli organici così vengono ridimensionati e si tende ad avere un sovrannumero di pazienti in tutti i reparti».

Se il report dimostra come ci sia comunque un alto tasso di rendimento nei reparti pediatrici, non si può dire lo stesso per il rapporto tra la famiglia del paziente e l’organico infermieristico. «Dovendo seguire più pazienti alla volta, sia in area medica sia nei reparti di terapia intensiva, spesso il professionista non ha tempo di confrontarsi con la famiglia. Ma dobbiamo ricordarci come la peculiarità della pediatria sia la famiglia stessa. Quando abbiamo a che fare con un piccolo, abbiamo a che fare prima di tutto con la sua famiglia», spiega ancora la Scelsi.

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Diritto alla salute dei bambini: i centri pediatrici in Italia

Nel 2001 la riforma del titolo V della Costituzione rese autonome le Regioni sulla gestione dei fondi per la sanità. Creando così 20 sistemi sanitari diversi, che rispondono prevalentemente alle fasce di maggiore rischio sanitario.

Se in alcune regioni esistono specializzazioni pediatriche universitarie e poli pediatrici di prim’ordine, in altre parti d’Italia si decise di destinare i fondi sanitari ad altre fasce sociali. Si crearono così grandi centri pediatrici, soprattutto nel nord Italia, come Genova o Firenze, che hanno alti profili professionali ma numeri elevati di pazienti provenienti da più zone del paese.

«Dalla riforma del 2001 il nostro sistema nazionale ha iniziato a perdere un prestigio che si era costruito in decenni di studi e cure pediatriche. Ora le specializzazioni universitarie in infermieristica pediatrica stanno scomparendo, perché gli ospedali non assumono più, non avendo più pazienti», conferma Scelsi.

Il report dimostra infatti come all’interno del 98% degli infermieri formati in Italia, solo il 29% abbia una formazione universitaria di infermieristica pediatrica. «Questi bassi numeri portano ad un obbligo di costante formazione che spesso crea un malcontento da parte dell’organico che incide poi sul rendimento», spiega ancora la responsabile genovese.

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Senza turn over e con Quota 100 la situazione peggiora

«Solo negli ospedali mancano almeno 20 mila infermieri e sul territorio, per far fronte ai bisogni in aumento di malati cronici, anziani e non autosufficienti, ne servirebbero almeno altri 30 mila. Invece con Quota 100 si rischia di perderne altri 22 mila nel breve periodo (e stavolta soprattutto in ospedale, dove per il mancato turn over gli organici sono più anziani) e di arrivare oltre le 100 mila unità dal 2025 in poi», riassume Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi).

Il mancato turn over, che da oltre 20 anni colpisce il settore infermieristico, sta portando inoltre a un alto rischio di mortalità in corsia. Se infatti per ogni paziente in più rispetto ai 4 assegnati, come detto, la probabilità di emergenza aumenta del 7%, c’è anche il rischio che, se a un infermiere vengono assegnati compiti non propri della sua professione (soprattutto burocratici), il tasso aumenti ancora. Si arriva così a circa il 25% di rischio in più, dovuto appunto all’organico ridotto.

«Fino ad ora il grande impegno del nostro personale ha sopperito alla mancanza di personale, ma sicuramente non possiamo andare avanti così. Proprio a inizio luglio l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha prodotto i suoi ultimi dati rispetto al numero di infermieri ogni mille abitanti. E da questa classifica l’Italia, con 5,5 infermieri ogni mille abitanti, è a otto posti dalla Turchia, fanalino di coda con 2,1 infermieri», conclude Mangiacavalli (sono 36 i paesi che fanno parte dell’Ocse 36).

Il cambio di passo potrebbe essere dato da sblocco del turn over, maggiore premialità per i professionisti e più attenzione alle loro competenze, prevedendo anche la reintroduzione delle specializzazioni universitarie. «Ma le dichiarazioni dell’attuale governo sui tagli alla sanità, che saranno come sempre decurtazioni di organico, non ci fanno ben sperare», conclude Silvia Scelsi.

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