Eni Nigeria: tutte le “anomalie” del Cane a sei zampe nella testimonianza dell’ex manager

Imputato, Vincenzo Armanna è il grande accusatore dei vertici Eni al processo per corruzione internazionale sulla presunta maxi tangente che vede imputata anche Shell. Aveva accesso al potere in Nigeria e sapeva che l'intermediario Emeka Obi non rappresentava Abuja ma degli italiani. Ma alla fine la trattativa si è chiusa. Con prezzi fuori mercato anche per "normali" tangenti

«Non si esce mai dall’Eni». Nonostante il licenziamento nel 2013 – con lauta buona uscita da 400 mila euro – l’imputato Vincenzo Armanna quando risponde alle domande del pubblico ministero Fabio De Pasquale risponde spesso riferendosi ad Eni con la prima persona plurale. È la prima udienza in cui viene esaminato dall’accusa, la sua deposizione si concluderà il 22 luglio, data in cui inizierà anche il controinterrogatorio della difesa.

È un momento cruciale del processo per corruzione internazionale a carico di Eni e Shell per operazioni in Nigeria che sarebbero state concluse a fronte del pagamento di una maxi tangente da 1,1 miliardi di dollari. Da un lato, infatti, il manager Vincenzo Armanna, tra il 2009 e il 2011 un gradino sotto il senior vice president di Eni nell’Africa subsahariana Roberto Casula, è uno degli imputati di primo piano del processo. Dall’altro, però, è anche il principale accusatore delle figure apicali di Eni, Claudio Descalzi (attuale amministratore delegato e all’epoca dei fatti dg della divisione Exploration & Production) e Paolo Scaroni (ai tempi ad dell’azienda di San Donato, oggi presidente del Milan).

Eni smentisce tutto ciò che sin qui ha raccontato Armanna, citando anche l’ex manager in un procedimento per diffamazione aggravata.

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Foto: Luka Tomac/Friends of the Earth International (via Flickr)

Processo Eni Nigeria: lo stile del Cane a sei zampe secondo Vincenzo Armanna

Armanna, in Eni, era il top manager in pianta stabile in Nigeria. Era l’uomo di riferimento per parlare con i piani alti del governo africano ed era la persona a cui rivolgersi in caso di problemi. Racconta Armanna:

«Eni è organizzata come un esercito, dove ognuno cerca di fare del suo meglio» e ogni dipartimento lavora «a compartimenti stagni».

Gli operativi sul terreno dovevano restare senza volto, liberi di operare. La catena di comando era chiara: prima si faceva vedere chi non aveva nessuna procura e non poteva rappresentare l’azienda, ma solo offrire un canale d’accesso a San Donato Milanese, casa madre di Eni Spa. Era un modo, secondo Armanna, per tenersi le mani libere nel caso in fase di negoziazione qualcosa andasse storto. In più, Eni lavorava solo con chi già gravitava nell’orbita dell’azienda.

Un esempio: le case dei manager italiani erano quasi tutte – sostiene Armanna – di proprietà di Gianfranco Falcioni, console onorario a Port Hartcourt, proprietario di aziende che lavorano spesso in subappalto per il Cane a sei zampe (coimputato). Per quanto non ci siano stati molti episodi di rapimenti, c’era una grande attenzione per evitare qualunque situazione di rischio. Anche nelle comunicazioni interne c’erano procedure da seguire.

Per evitare rischi, racconta poi Armanna, si usava una specie di gergo: la ricorrenza dei nickname (come Clear Vision per Opl 245, o Fortunato per Akinmade, o ancora Ciccione per Etete) era solo un modo per prevenire un eventuale attacco informatico teso a rubare informazioni specifiche in fase di negoziazione.

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Opl 245: la cordata dietro l’intruso, Emeka Obi

Nelle negoziazioni per aggiudicarsi il blocco 245, però, qualcosa non funziona nell’oliata macchina delle trattative di Eni. Il problema è a monte, con la presenza di Malabu Ltd, società dell’ex ministro del petrolio Dan Etete che si dichiarava titolare della licenza, e il suo procuratore Emeka Obi.

I dubbi che riporta Armanna sono gli stessi già sentiti nelle aule del processo Opl 245. Quella procura era davvero valida? Malabu era davvero proprietaria di Opl 245? E Malabu è davvero Dan Etete?

Queste domande restano sospese per mesi e anche quando a febbraio 2010 Donatella Ranco dell’ufficio contratti riesce a vedere la lettera di mandato di Obi, è piena di omissis e la missiva non viene consegnata all’azienda. Era una situazione inusuale.

Armanna ricorda di avere appreso dell’interesse di Obi da Roberto Casula, il suo capo diretto. Però sapeva anche da Ciro Pagano, all’epoca managing director della controllata Nae (altra controllata di Eni in Nigeria), era venuto a conoscenza che Obi non era l’unico a proporre di intermediare l’acquisto di Opl 245.

Anche Olufemi Akinmade, presenza consolidata nell’orbita del gigante petrolifero, aveva fatto una sua offerta. Le controllate nigeriane di Eni volevano andare con lui, perché «non vedevano il valore aggiunto di Obi», ricorda Armanna.

La storia è andata in un altro modo. «La parte business (cioè Casula e Descalzi) spinge per parlare con Obi». Accusa sulla quale certamente la difesa avrà da ridire alla prossima udienza.

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Goodluck Jonathan – Foto: ©Commonwealth Sectratariat 2011 (via Flickr)

Un’altra anomalia al processo per corruzione: l’incontro a casa di Obi

Accade tutto a cavallo di Natale 2009, quando in Nigeria c’è solo Armanna. Il 24 dicembre Eni, nella persona di Roberto Casula a nome di Nae, invia una manifestazione di interesse formale ad Emeka Oba. Secondo Armanna è un altro fatto poco usuale: un manager del suo livello avrebbe dovuto invischiarsi nell’affare, stando alle normali cautele di Eni, solo in una fase molto più avanzata della trattativa, dopo cioè un vaglio di San Donato.

Quattro giorni dopo, Armanna è a casa di Etete, su indicazione di Casula, a Lagos. «Una casa opulenta», dice Armanna, ricordando le zanne di elefante che formavano un arco all’ingresso. Insieme all’ex ministro del Petrolio, c’era l’intermediario Emeka Obi. L’incontro non va esattamente come dovrebbe, perché ad un certo punto, in disparte, Etete chiede al manager italiano informazioni su Obi, un chiaro segnale che quest’ultimo non era un suo uomo, ma un agente esterno, imposto da qualcun altro. Almeno, questa è la lettura che ne dà Armanna in aula.

Etete poi gli chiede «perché volete dare 200 milioni di dollari a Obi?». Quella cifra esorbitante, infatti, era la “parcella” dell’intermediario, circolante fin dall’inizio ai piani alti di Eni Spa, seppur mai scritta nero su bianco in un documento. Al ritorno dall’incontro, Armanna fa presente a Casula e Descalzi che Obi non rappresenta nessuno in Nigeria, se non gli italiani.

E a quel punto Armanna avrebbe saputo dai suoi superiori che Obi era stato imposto da Scaroni, all’epoca amministratore delegato di Eni. È il nocciolo delle dichiarazioni di Armanna, fin dall’inizio: c’è una responsabilità diretta dei top manager nella scelta di Obi e nella decisione di mantenerlo nella prima fase della trattativa. È uno dei punti più contestati dalla difesa, che smentisce ogni passaggio del racconto.

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Quelle stranezze, d’altro canto, avevano anche una giustificazione, anche questa già emersa nel processo: per Eni era vitale aggiudicarsi il migliore blocco di tutta la Nigeria. Già dal 2007 si studiava l’opportunità, visto che sul tavolo iniziava a concretizzarsi la possibilità di lasciare il Paese.

Armanna elabora ancora di più: a terra le pipeline (condutture) dell’azienda italiana erano vittime di attacchi di gruppi di guerriglieri, soprattutto quelli del Mend, nelle regioni del Delta del Niger, che poi contrabbandavano il petrolio per finanziare le loro attività. Le perdite stavano diventando ingenti, anche perché il governo nigeriano aveva dei debiti con Eni, per questioni fiscali. Quel blocco andava assicurato attraverso le migliori entrature con il governo.

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Lagos, Nigeria – Foto: OpenUpEd (via Flickr)

La catena del potere in Nigeria

La deposizione di Armanna disegna una geografia dei potenti particolare in Nigeria. Al vertice c’è Dan Etete, irascibile e megalomane ex ministro del petrolio sotto il regime di Abacha, autodichiaratosi possessore della licenza. È il kingmaker della sua tribù, ossia la persona nominata dalla comunità per rappresentare le istanze della sua gente. Un potere enorme.

Per di più, il presidente dell’epoca Goodluck Jonathan doveva tutto a Etete. Jonathan è stato precettore dei figli di Etete e deve ogni passo in politica all’ex ministro, che di conseguenza lo tratta come «un impiegato», dice Armanna, ripetendo le parole di un altro imputato durante il processo.

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Paolo Scaroni (via Wikipedia) – Foto: Alexey Druzhinin / Government.ru (via Wikipedia)

Stessa piena sottomissione da Mohamed Adoke Bello, il ministro della Giustizia che secondo le ricostruzioni ha spinto la trattativa in modo che si potesse chiudere. Il 15 luglio, ha fatto pubblicare sui media nigeriani un comunicato stampa per accusare la trasmissione Report di essersi inventata un’intervista a lui nel 2015 (è stata già per tempo ampiamente dimostrato l’inconsistenza dell’accusa). Perché l’abbia riproposta ancora è un mistero.

Ma sul fronte della sicurezza, l’uomo chiave è un altro: il generale Aliyu Gusau. «I governi cambiano, lui no», dice Armanna. È stato l’uomo con in mano la sicurezza della Nigeria per anni. Emeka Obi alla fine era riuscito ad ottenere la sua sponsorship politica, sostiene Armanna, senza però che questa emergesse pubblicamente. Anche lui, alla fine, risulta tra i tanti beneficiari ultimi della presunta tangente Eni. Anche lui è stato un uomo chiave nella redistribuzione dei soldi, secondo l’accusa.

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