Migranti: ecco cosa succede quando tornano a casa loro

La politica Ue spinge per far tornare i migranti ai paesi d'origine attraverso il rimpatrio volontario assistito. Ma chi accetta deve affrontare spesso traumi, povertà e lo stigma della comunità: la vita di chi torna a casa dopo aver tentato il viaggio verso l’Europa è tutta in salita. E gli aiuti internazionali promessi tardano ad arrivare

da Gabu, Guinea Bissau

Quando ci accoglie a casa sua, Dulo Embaló sembra incredibilmente stanco. Sono solo le 9 di mattina a Sintcham El Sucaba, un piccolo villaggio nell’entroterra della Guinea-Bissau, in Africa occidentale, ma il ragazzo, 28 anni, ha gli occhi scavati e l’espressione affaticata che spunta sotto la visiera di un cappellino blu elettrico: «Sognavo di arrivare in Italia e di aiutare la mia famiglia, invece eccomi qui, senza lavoro, con una moglie e due figli da mantenere».

Tornato due anni fa seguendo la procedura del ritorno volontario assistito, Dulo ancora non ha ricevuto gli aiuti che l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dovrebbe assicurare a tutte le persone che scelgono di tornare a casa:

«Sto ancora aspettando, ma per ora nessuna novità: mi hanno lasciato solo».

Dulo decide di andarsene dalla propria terra

Qualche anno fa, Dulo lavorava come venditore ambulante nella capitale Bissau, ma i soldi non bastavano mai. «Un giorno ho incontrato un amico che era stato in Libia: aveva guadagnato così tanto da potersi permettere di comprare una casa. È stato lì che ho deciso di partire».

È il 2014 e Dulo lascia la sua casa di argilla con il tetto in lamiera e, con una macchina, percorre le strade sterrate che lo porteranno ad attraversare la frontiera con il Senegal, la prima di tante che dovrà oltrepassare.

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Foto: @Alice Facchini

Impossibile lasciare l’Africa in modo regolare: i costi del viaggio

All’inizio pensa di poter viaggiare con i documenti in regola: con i soldi messi da parte paga 6 mila franchi guineani per la carta di identità, 60 mila per il passaporto e altri 19 mila come “compenso” per un funzionario pubblico, che altrimenti non avrebbe mandato avanti la pratica. In tutto spende circa 130 euro, che in Guinea-Bissau sono una cifra importante considerando che circa il 70% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno (fonte Iom).

Non gli rimane più niente però per pagare il biglietto aereo, ma soprattutto il visto, il documento più difficile da ottenere, per cui gli ufficiali chiedono una mazzetta che, secondo Dulo, è di un milione di franchi (circa 1.500 euro). Così il giovane si arrende: viaggerà, come tutti, senza permessi, prima in macchina fino alla costa libica, poi in barca alla volta dell’Italia.

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Da un trafficante all’altro: il viaggio verso l’Europa

Il paradosso è che il viaggio irregolare finisce per costare anche migliaia di euro, molto più di un normale volo aereo. Poiché però i visti concessi sono pochissimi, a causa delle regolamentazioni dei Paesi europei che hanno bloccato gli ingressi, queste persone non hanno scelta. Il flusso segue quasi sempre la stessa rotta: dalla Guinea-Bissau al Senegal, poi il Mali, il Burkina-Faso, il Niger e infine la Libia.

È la strada che percorre anche Dulo, che in un mese di viaggio fa diverse tappe, passando di mano in mano a vari trafficanti. «È molto importante non avere soldi con sé», racconta. «Capita spesso che ti perquisiscano e ti rubino tutto, che siano i trafficanti o la polizia non importa. E poi è fondamentale non pagare in anticipo, altrimenti il rischio è quello di venire rapiti e usati per chiedere un riscatto alla famiglia».

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Un mercato di Gabú, Guinea Bissau – Foto: @Alice Facchini

Il deserto e la Libia: le tappe di chi emigra

Il flusso dei suoi ricordi si sofferma sulla durissima traversata del deserto: «Il viaggio doveva durare quattro giorni, ma noi ne abbiamo impiegati sei, perché appena entrati in Libia dei banditi ci hanno avvistato e l’autista ha dovuto fare un giro più lungo per non farsi raggiungere. Eravamo più di 30 persone stipate nel retro del pick up, durante il viaggio qualcuno è caduto, ma la macchina non si è fermata: sono rimasti lì, in mezzo al nulla, a morire».

Arrivato finalmente in Libia, Dulo lavora come fabbro per pagarsi il passaggio in barca per attraversare il Mediterraneo. Per tre volte si imbarca e per tre volte l’imbarcazione viene bloccata dalla guardia costiera libica:

«Sono stato rinchiuso nei centri di detenzione: due volte sono riuscito a scappare, un’altra volta ho dovuto corrompere le guardie pagando perché mi facessero uscire. Poi, disperato, mi sono spostato in Algeria, ma anche lì mi hanno arrestato e trasferito in Niger: mi sentivo di aver fallito completamente».

Rimpatrio volontario assistito: l’incontro con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni

È in quel momento che Dulo incontra lo staff dell’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (Oim), che gli propone di rientrare in Guinea-Bissau seguendo la procedura del ritorno volontario assistito: «La mia famiglia mi chiamava tutti i giorni per dirmi di tornare», racconta Dulo. «A un certo punto mi sono detto: basta, arrenditi, non arriverai mai in Italia. E così ho accettato».

I ritorni volontari assistiti sono una pratica sempre più sostenuta dall’Unione europea e dai paesi membri, tra cui l’Italia, per rimpatriare i migranti irregolari, con l’obiettivo di alleggerire la cosiddetta “pressione migratoria”. Il progetto più ambizioso è stato finanziato dallo European Union Trust Fund, fondo fiduciario dell’Unione europea per l’Africa, e affida la gestione dei rimpatri volontari all’Oim per un investimento totale di circa 140 milioni di euro, di cui 22 milioni provenienti proprio dal nostro Paese.

In alternativa, esiste l’accompagnamento coatto dei migranti irregolari nel Paese d’origine, procedura che però è sempre meno praticabile per via degli alti costi: per ogni rimpatriato devono essere impiegati almeno due agenti di sicurezza e si usano voli commerciali o voli charter ad hoc, con una spesa che può arrivare anche a 8 mila euro per persona.

«Il fatto che i ritorni volontari siano cresciuti non significa che i flussi migratori siano in aumento, tutt’altro. Questa tendenza è indicativa invece di una linea politica dei governi europei. Il messaggio che viene mandato è semplice: l’accoglienza è finita, è il momento di rimandare le persone a casa», dice Laura Amadori, responsabile Oim in Guinea-Bissau.

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Uomini a Gabú, Guinea Bissau – Foto: @Alice Facchini

Il rimpatrio assistito e i ritardi dell’Oim: dati 2017-2019

A chi rientra in Guinea-Bissau con la procedura di ritorno volontario assistito, Oim versa un pocket money di circa 100 euro per affrontare le spese iniziali, fornisce supporto legale e assistenza medica e psicosociale.

«Alcuni migranti sono stati rinchiusi nei centri di detenzione in Libia o in Algeria, la maggior parte sono stati vittime di sfruttamento o torture, sono sopravvissuti al deserto e hanno visto i loro compagni morire», commenta Amadori. «I traumi subiti li portano ad avere problemi di depressione o disturbi psicologici molto seri e il fragile sistema di salute pubblica non è pronto a dare delle risposte».

Dopo questa prima fase, Oim procede con un programma di reintegrazione dei migranti, supportandoli nell’avvio di piccole attività imprenditoriali. «La fase di avviamento delle start-up dovrebbe partire entro due mesi dal rimpatrio, ma i ritardi si stanno accumulando», ammette Amadori. «Oim è arrivata in Guinea-Bissau da poco e siamo stati travolti dalla mole di lavoro da portare avanti: abbiamo tanti progetti diversi e molte persone che ci chiedono aiuto».

Su un totale di 520 ritorni volontari assistiti effettuati nel Paese da maggio 2017, ad oggi solo 135 persone hanno un progetto avviato, mentre gli altri stanno ancora aspettando una risposta.

«Io sono tornato nel 2017 e ancora non ho ancora ricevuto nulla. Ringrazio Oim per avermi riportato a casa e per l’assistenza che mi ha dato finora, ma vorrei che l’aiuto che mi ha promesso venisse rispettato», conclude Dulo.

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Due donne raccolgono l’acqua a Sonaco, Guinea Bissau – Foto: @Alice Facchini

La cooperazione italiana allo sviluppo

E dove l’Oim non riesce a giungere, arrivano le ong: oggi molti fondi della cooperazione internazionale vengono destinati proprio a progetti di aiuto e supporto ai migranti di ritorno, oltre che ad attività di sensibilizzazione riguardo ai rischi della migrazione irregolare.

Nel nostro paese, l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) l’anno scorso ha lanciato un bando di emergenza “per mitigare le cause profonde della migrazione”, con un finanziamento di più di due milioni e mezzo di euro.

«Lavoriamo nelle regioni di Gabu e Bafata per promuovere una campagna informativa sulle opportunità lavorative, di studio e su quelli che sono gli strumenti per intraprendere una migrazione regolare e consapevole», commenta Guido Manneschi, capo del progetto “Ritorno alla terra” della ong Mani Tese, volto all’inclusione economica e sociale dei migranti di ritorno e della protezione di minori stranieri non accompagnati. «Allo stesso tempo, ci rendiamo conto che la migrazione è una scelta personale, che dipende sia dalle condizioni economiche e di vita che da altri fattori, come l’instabilità politica, la corruzione e il mancato rispetto dei diritti civili».

Anche la ong Aifo è impegnata nel paese con il progetto Mais comunidade mais força, (Più comunità, più forza), finanziato sempre da Aics, per creare nuove opportunità di micro-imprenditoria per i migranti ritornati. «Ci sono persone che hanno investito tutto nel viaggio, chiedendo soldi ad amici, parenti e alla comunità», spiega Tito Cappellaro, capo missione Aifo in Guinea-Bissau. «Quando tornano hanno perso la scommessa: oltre alle terribili esperienze vissute, si ritrovano più poveri di prima, hanno perso le loro reti sociali e subiscono un forte stigma da parte della comunità. Attraverso i nostri progetti, vogliamo contrastare l’emarginazione e valorizzare le potenzialità di queste persone, che hanno ancora tanto da dare e possono diventare motori per lo sviluppo del territorio».

5 Commenti
  1. Julio Antonio Rios Ortiz dice

    Io sono cubano. Sono in Italia ,da 2 anni quasi. Non trovo lavoro qui. Voglio informazione. Come posso ritornare. Io non ho ricurso economoci per retornare. Ho anche due figli in Cuba che hanno bisogno di me. Grazie Mille

  2. daria dice

    Vogliamo tutta l’Africa in Italia.
    Subito.

  3. Luisa dice

    I riporto dal sito CIR: Erogazione di un contributo pre-partenza di prima sistemazione di 400 Euro a persona alla partenza (in caso di nucleo familiare il contributo verrà erogato per ogni componente);
    Erogazione di un sussidio di reintegrazione in beni e servizi pari a 2.000 Euro per la realizzazione del PIR, per ogni singolo capofamiglia; 1.000 Euro per ogni familiare maggiorenne a carico, 600 Euro per ogni minore a carico;
    SCUSATE MA ALTRO CHE REDDITO DI CITTADINANZA!!!

  4. Nicola dice

    Mi sono fermato ai primi paragrafi perchè non è chiaro come una persona che pagare 2 euro come dite voi è tantissimo e dica lui stesso di non tenere soldi con sé possa sganciare mazzette da migliaia di euro a carcerieri poliziotti e chi che sia

    1. Redazione dice

      Se prosegue con la lettura forse sarà più chiaro. Grazie per averci scritto!

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