Violenza sulle donne: in America Latina sempre più vittime under 15

L'America Latina-Caraibi è la sola regione al mondo dove il "tasso di gravidanza" è in aumento tra bambine che hanno fino a 14 anni di età. E nella maggior parte dei casi si tratta di vittime di stupri compiuti da membri della propria famiglia. Ora sei ong si rivolgono all'Onu contro Nicaragua, Ecuador e Guatemala

Un mese fa sei organizzazioni non governative che si occupano di diritto alla salute sessuale nei Paesi sudamericani hanno presentato alla commissione Diritti umani delle Nazioni Unite una causa collettiva contro Nicaragua, Ecuador e Guatemala per conto di quattro ragazze, tutte sopravvissute a violenze sessuali. In queste nazioni i casi di gravidanza post-stupro tra le under 15 è in aumento, 2.700 casi all’anno solo in Ecuador, ed è illegale abortire.

Le ong che hanno intrapreso l’azione sono: Center for Reproductive Rights, Planned Parenthood Global, Mujeres Transformando el Mundo Guatemala (Mtm), Observatorio en Salud Sexual y Reproductiva Guatemala (Osar), Surkuna Ecuador, Fundación Desafío and Asociación de Mujeres Axayacatl.

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Violenza sulle donne e gravidanze: i dati in America Latina

L’azione legale presentata alla sede centrale di New York, dove ha sede la Commissione per i Diritti umani, ha lo scopo di accendere i riflettori su una delle grandi piaghe sociali che stanno colpendo il Centroamerica. Nei paesi dell’area, infatti, le violenze sessuali contro le ragazze al di sotto dei 18 anni sono stimate intorno ai 500 casi al giorno. E in Ecuador 8 gravidanze su mille sono portate avanti da ragazzine tra i 10 e 14 anni che hanno subito abusi.

Le vittime vivono per la maggior parte nelle zone rurali e nei quartieri poveri delle grandi città, lontane dalla possibilità di accedere a servizi sanitari e di prevenzione sessuale. Le gravidanze indesiderate inoltre devono essere portate a termine a causa di una legislazione che vieta l’aborto, in Nicaragua è totalmente illegale, o che lo permette solo in situazioni di rischio per la madre, come in Ecuador e Guatemala.

In questi ultimi due stati si può chiedere l’interruzione di gravidanza per motivi di salute, ma gli ospedali hanno formule di accesso ai farmaci che ostacolano in molti modi l’aborto. La terapia, interamente a carico della paziente, dev’essere somministrata in presenza di un genitore e spesso questo spaventa le gestanti.

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La petizione presentata alla Commissione Onu

Per combattere questa situazione, diverse associazioni latinoamericane e statunitensi hanno creato quindi la rete Ninas No Madres. Si tratta di un progetto che punta ad aiutare le ragazze vittime di stupro e rimaste incinte a non abbandonare la scuola, denunciare i propri stupratori e monitorare la propria salute durante la gravidanza. La rete ha deciso quindi di portare ad un livello politico la propria missione, trovando nella Commissione per i diritti umani dell’Onu l’interlocutore più adatto.

Fatima, Lucia, Norma e Susana sono le ragazze protagoniste della petizione. Racconti di abusi e gravidanze forzate, tutte e quattro vittime di uomini ricchi o influenti nelle loro comunità.

«Domandiamo che la commissione per i diritti umani dell’Onu consideri responsabili di violazione dei diritti umani il Nicaragua, l’Ecuador e il Guatemala. Dimostrando come le ragazzine non abbiano libero accesso alle strutture sanitarie e alla prevenzione sessuale, abbiamo evidenziato come questi stati stiano violando i diritti umani», conferma una portavoce del Centro per il diritto alla riproduzione, associazione capofila del documento.

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Da vittime di violenza sessuale a simboli di libertà

Le quattro ragazzine, che tra il 2009 e il 2014 hanno trovato la forza e il coraggio di denunciare i propri stupratori, sono diventate così i casi emblematici portati alla Commissione dell’Onu. Quattro casi diversi, violenze perpetuate da amici di famiglia, preti del paese e nonni. Tutti casi di violenza sulle donne che si potevano denunciare subito, se ci fosse stata comprensione da parte della famiglia di origine e delle istituzioni.

«Portare dei singoli casi davanti alla Commissione significa spiegare concretamente dove si deve lavorare. Se queste bimbe avessero ricevuto un’educazione sessuale e la consapevolezza dei loro diritti, avrebbero potuto spingere per interrompere le loro gravidanze», raccontano dal centro Mujeres Transformando el Mundo (Mtm) che lavora in Guatemala.

Tutte e quattro le ragazzine non hanno ancora potuto vedere condannati i propri stupratori e per questo hanno deciso di firmare per prime la petizione. «Vogliamo che le legislazioni nazionali di questi paesi comprendano lo stupro come reato penale e si finanzino delle campagne nazionali per denunciare le violenze», conclude il Centro per il diritto alla riproduzione.

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