“Il grande carrello”, spesa a prezzi bassi: lo sconto lo pagano i diritti

Chi decide cosa mangiamo? A questa domanda prova a rispondere "Il grande carrello", il libro di Stefano Liberti e Fabio Ciconte (Laterza). Dopo le numerose inchieste sulle filiere agro-alimentari, i due giornalisti provano a svelare le dinamiche che stanno dietro agli scaffali dei supermercati

«Cosa mangiare per pranzo? Il fatto stesso che una domanda così semplice si sia trasformata in un dilemma, richiede una spiegazione», scriveva Michael Pollan nel 2006 ne “Il dilemma dell’onnivoro”. Oggi, fare la spesa non equivale più al semplice soddisfacimento di un bisogno primario, ma a un’«esperienza emozionale». Certo, il gesto di mettere la merce nel carrello lo compiamo noi, mossi da voglie, gusti e dalla disponibilità del portafogli.

Ma cosa ci spinge verso un prodotto piuttosto che un altro. In altre parole, chi decide veramente cosa mangiamo? Con “Il grande carrello” (edizioni Laterza) i giornalisti Stefano Liberti e Fabio Ciconte, forti delle loro precedenti inchieste sulle filiere agro-alimentari, sono arrivati a smascherare il vero deus ex machina della nostra spesa quotidiana, con una storia che parte dalle origini dei primi supermercati.

Dal “grande fratello” al grande carrello: il titolo del libro edito da Laterza

Il “grande” del titolo, più che alle dimensioni del contenitore, allude a un altro “big” che fa rima con carrello: fratello.

Gli autori danno una definizione inedita del supermercato, lo chiamano «il partito populista ante litteram, perché conosce il popolo meglio di chiunque altro, registrandone giorno per giorno i cambiamenti nelle abitudini, negli stili di vita, nei comportamenti». Il livello di controllo ricorda quello descritto da Orwell ne “Il grande fratello”.

Ad essere tracciati, più che i prodotti sono i consumatori che, di fatto, vengono schedati, per esempio attraverso le carte fedeltà. Presto, la Grande distribuzione organizzata (Gdo) lo farà anche con le nuove tecnologie. Quella libertà di cui ci si sente padroni quando al supermercato si sceglie una marca di pasta piuttosto che un’altra, in realtà è spinta da operazioni di marketing mirate e puntuali, che iniziano con la pubblicità e finiscono sugli scaffali.

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La copertina del libro “Il grande carrello” di Stefano Liberti e Fabio Ciconte

La trappola del cibo come commodity nel libro di Liberti e Ciconte

Oltre al diritto di scegliere, in gioco c’è anche un’altra questione. Anzi, più d’una. Secondo l’Onu, nel 2050 sulla Terra ci saranno quasi 10 miliardi di persone. La vera sfida sarà sfamarle tutte. Nel corso degli anni c’è stato chi ha fiutato l’affare ed è così che il cibo è diventato una commodity, una merce di scambio, il cui valore è volatile e slegato dai reali costi di produzione, da produrre in gran quantità a scapito della qualità.

Per questo oggi le scelte alimentari dei consumatori hanno un impatto non solo sulla loro tavola, ma su tutta la filiera. Su chi quegli alimenti li produce e li trasforma: agricoltori, allevatori e artigiani. Non si può più parlare solo di bontà e calorie di un alimento, ma anche delle conseguenze che il confezionamento ha sui lavoratori, sull’ambiente e sulla biodiversità.

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newsletter osservatorio dirittiL’alto prezzo del sottocosto: sprechi e caporalato

Quando si esce dal supermercato avendo speso per la passata di pomodoro 39 centesimi, per una busta di insalata 99 centesimi e per un litro di latte 59 centesimi, la sensazione è quella di aver fatto un grande affare. In realtà a perderci siamo un po’ tutti.

Ci perdono gli agricoltori, che si vedono pagare un chilo di pomodori meno di quanto hanno investito per coltivarli, al punto che in alcuni casi gli conviene lasciarli a marcire sulle piante. Ci perdono i braccianti agricoli, visto che il primo costo che i datori di lavoro tagliano è quello della manodopera. Le due conseguenze più evidenti del sottocosto sono dunque lo spreco – alimentare e di energia – e il lavoro nero.

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Foto: Michele Cannone (via Flickr)

Listing fee, l’obolo dei supermercati imposto ai fornitori

A vendere la passata a 39 centesimi non ci guadagnano neanche i supermercati. Ma a loro poco importa perché le offerte sono il più potente mezzo per attirare i clienti, «è la nuova frontiera del marketing». Ogni anno in Italia vengono stampati «12 miliardi di volantini per pubblicizzare le offerte della Grande distribuzione: sono 200 per ogni abitante, compresi i neonati». Una mostruosa quantità di carta.

Per rientrare dei costi e ricavare il proprio guadagno, la Gdo si rifà quindi sui fornitori, imponendo loro una serie di oboli. Tra questi c’è il cosiddetto listing fee, ovvero una somma da versare per posizionare la merce a scaffale. Una prassi comune se si vuole passare dal collo di bottiglia della Grande distribuzione. Una sorta di ricatto a cui difficilmente ci si  sottrae, considerando che il 70% degli acquisti alimentari oggi avviene in un supermercato.

L’impatto del “grande carrello” sull’ambiente

L’altra grande vittima del potere che esercita la Grande distribuzione sulle nostre scelte alimentari è l’ambiente. Il consumo di suolo e di acqua, l’utilizzo massiccio di fertilizzanti e il proliferare della plastica ne sono gli effetti più evidenti. La sintesi di tutto ciò è racchiusa in una semplice busta di insalata.

I due autori per spiegarlo sono andati sul “luogo del delitto”, la Piana del Sele, in provincia di Salerno. L’area, dove si contano «7000 ettari di serre, circa un ottavo dell’intero territorio», è oggi uno dei distretti agro-industriali più importanti del nostro Paese.

Ma gli agricoltori, che qui lavorano e guadagnano bene, nel breve-medio termine si troveranno a pagare uno scotto: il degrado del suolo, sia in termini di resa che di permeabilità (sono più numerosi i casi di allagamento). Per il consumatore pigro e indaffarato, per le prossime vacanze, ci saranno dunque isole di plastica.

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Campo ricoperto di serre per la coltivazione dell’insalata

Il grande carrello: il libro di Stefano Liberti e Fabio Ciconte per fare la spesa in modo più consepevole

L’attenzione nei confronti del cibo oggi è tale che per molti si è trasformata in una vera e propria ossessione. La letteratura in materia è ogni giorno sempre più prolifica. Gli chef hanno raggiunto un potere mediatico al pari di certe rock star.

Le mode gastronomiche si susseguono, alcune hanno la meglio su altre. Come quella dell’avocado, che oggi è l’ingrediente clou in molti piatti, ma la cui coltivazione intensiva sta desertificando intere aree del Cile (leggi Cile, l’avocado che prosciuta i diritti).

Tra alimenti “free from” e “ricchi di”, i Stefano Liberti e Fabio Ciconte fanno notare come di fatto si stia completamente perdendo il contatto con la natura. C’è un distacco fisico tra coloro che mangiano e coloro che producono. Dietro gli scaffali del supermercato c’è un mondo che dovremmo conoscere meglio per poter fare delle scelte consapevoli. Il libro è stato scritto proprio per colmare questa distanza di conoscenza. Dopo averlo letto, la prima volta che si entrerà in un supermecato lo si guarderà con occhi diversi.

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