Figli di immigrati e donne: le battaglie di Yasmine per un’Europa migliore

Yasmine Ouirhrane ha 23 anni. Vive in Francia ma è nata in Italia. Da padre marocchino e madre italiana. È lei la Giovane europea dell'anno 2019. Un riconoscimento all'impegno per l’uguaglianza di genere e dei figli d'immigrati. Osservatorio Diritti l'ha intervistata in occasione del suo intervento agli European Develompmet Days, di cui siamo media partner

«Quando si è donna, figlia di immigrati e di famiglia molto modesta, la discriminazione triplica». Yasmine Ouirhrane ha 23 anni. È lei la ragazza italiana che ad aprile si è aggiudicata il premio “Giovane europeo dell’anno”. Il riconoscimento le è stato assegnato dalla Fondazione Schwarzkopf per il suo impegno a favore dell’uguaglianza di genere e dei figli di immigrati. Ed è sempre lei una dei 15 Young Leaders chiamati a dare il proprio contributo agli European Development Days 2019, in programma oggi e domani a Bruxelles e che quest’anno ruotano intorno al tema della disuguaglianza (Osservatorio Diritti è tra i media partner dell’evento).

Yasmine, al forum organizzato dalla Commissione europea, interverrà in tre panel: uno sul ruolo dei giovani nei processi di pace, uno sull’integrazione dei rifugiati attraverso politiche più inclusive e uno sul concetto di pace sostenibile.

Lei è nata a Biella. Il padre è emigrato in Italia dal Marocco, la madre è italiana. Ha vissuto nella città piemontese fino all’età di 15 anni. Poi, nel 2011, si è dovuta trasferire a Grenoble con la famiglia a causa della crisi economica. Oggi è iscritta all’università di Science Po Bordeaux, un esclusivo istituto di scienze politiche e collabora attivamente a diversi programmi europei dedicati ai giovani.

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Ripartire da zero a 15 anni: come hai vissuto il cambiamento?

Non è stato facile, ho dovuto ricostruire tutte le mie amicizie. Ma è stato anche il regalo più bello che i miei genitori potessero farmi. Quando ero in Italia non ero molto motivata, non mi interessava studiare, avevo solo voglia di vedere il mondo. Venendo in Francia ho imparato una nuova lingua, conosciuto un nuovo sistema scolastico, una nuova cultura e in particolare la filosofia francese. Ho appreso le nozioni di giustizia e diritti umani e da lì in poi ho voluto lavorare affinché venissero rispettati i miei diritti e quelli delle persone più vulnerabili.

Cosa hai detto per convincerli che eri tu la Giovane europea dell’anno?

Sono piaciute la mia storia e la mia energia. Poi ho parlato della mia esperienza e delle mie speranze. Ne ho tante ma la principale è che l’Europa diventi più inclusiva. Dopo un po’ che ero a Grenoble, ho iniziato a lavorare con diverse ong nei quartieri popolari, per aiutare le figlie e i figli di immigrati. In questa città sono stata testimone di tante forme di violenza, specialmente tra i giovani. Per questo vorrei vivere in una società più pacifica, in cui io mi possa sentire accettata e in cui venga rispettata la diversita. Questa è la mia speranza per un’Europa migliore.

figli di immigrati
Un momento dell’assegnazione del premio “Giovane europeo dell’anno”

Che clima respiravi quando vivevi in Italia? Come venivano trattati i figli di immigrati?

Io la discriminazione l’ho sempre provata sulla mia pelle e sotto diverse forme. Quella italiana e quella francese sono due realtà diverse. Fin da quando i miei genitori hanno deciso di sposarsi, mio padre si è scontrato con il razzismo, persino di certi nostri parenti. Io sono “nata” con la consapevolezza di “essere diversa” e questo mi ha sempre dato molto fastidio. Il razzismo e la discriminazione che ho vissuto e vivo tuttora in Italia sono strettamente legati al concetto di cittadinanza.

Quando una bambina o un bambino nasce in Francia è francese e quindi gli vengono riconosciuti – non solo a livello burocratico – tutta una serie di diritti e doveri. In Italia posso ottenere un passaporto italiano, avere un background culturale italiano, ma per il solo fatto di chiamarmi Yasmine e avere la carnagione un po’ più scura, per molti non sarò mai una vera italiana. Credo che questo succeda perché in Italia l’immigrazione è un fenomeno relativamente recente.

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Ti riferisci allo ius soli, alla riforma della richiesta di cittadinanza italiana di cui si è parlato nella scorsa legislatura?

Esatto. In Italia la cittadinanza è regolata ancora dallo ius sanguinis, per cui si è cittadini italiani se si è discendenti di cittadini italiani. E questo per me è molto triste. Con le giuste proporzioni e i dovuti criteri, sarebbe opportuno che il diritto di cittadinanza venisse riconosciuto a tutte le bambine e i bambini nati in Italia. Che hanno bisogno di sentirsi italiani! Se vogliamo costruire una società più equa e in cui ogni cittadino possa sentirsi tutelato, ma anche responsabile delle proprie scelte, ecco, io penso che la cittadinanza sia fondamentale.

Parli di un’Europa pacifica, ma in diversi paesi dell’Unione si assiste a una deriva sovranista. Come potrebbe essere arginata?

Rispetto alle ultime elezioni europee, voglio sottolineare come la destra, di fatto, non abbia sfondato tanto quanto ci si aspettava e questo è già una buona notizia. Anzi, queste elezioni hanno dimostrato una grande voglia di partecipazione, c’è stata stata l’affluenza più alta mai registrata negli ultimi 20 anni. Ma soprattutto il voto ha segnato una vittoria per i partiti giovani e pro europei.

Poi, certo, la piega che sta prendendo la politica in Italia è allarmante. È allarmante che un partito che promuove delle leggi che sono state condannate persino dalla Nazioni Unite (il riferimento è al Decreto Sicurezza bis e alla lettera di critica inviata dall’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti umani, ndr) sia eletto dalla maggioranza degli italiani.

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Perché, secondo te, l’attuale governo italiano riscuote così tanto consenso?

Il risultato di queste elezioni in Italia è sintomo delle disuguaglianze che persistono nel nostro paese. Ne posso parlare perché le ho vissute in prima persona. Io sono dovuta emigrare per la crisi e da 10 anni, ogni volta che torno, sento ancora parlare di crisi. Qui secondo me non c’è stata una reazione forte da parte dello Stato. Per questo sta emergendo la tendenza del voto agli estremi.

Come si fa a parlare di un’Europa più inclusiva quando, di fronte a una delle più importanti crisi migratorie, gli stati membri non sono riusciti a trovare un accordo sulla revisione della Convenzione di Dublino?

Se ciascun Stato Membro avesse messo in atto una politica ferrea e contraria ai diritti umani, se ciascun paese avesse chiuso le frontiere, oggi l’Europa non esisterebbe più.

Ci sono due opzioni: o sulla questione migratoria si cerca di trovare una posizione comune – e la storia ci sta dimostrando che questo è abbastanza improbabile – oppure ci dobbiamo far andare bene un’Europa a due velocità, come è stato proposto anche da Jean-Claude Juncker (presidente della Commissione europea, ndr). La questione migratoria rappresenta la cristallizzazione del problema politico e della sfida che oggi noi europei ci troviamo ad affrontare: quale Europa vogliamo costruire?

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Yasmine Ouirhrane – Foto di Bibbi Abruzzini

Quando hai capito che ce l’avresti potuta fare?

Per molto tempo, alle scuole medie, al liceo, in Italia ma anche in Francia, mi sono sentita spesso ripetere “questo non fa per te, non sei all’altezza”. Mi era stato anche consigliato di fare una scuola professionale. Per questo mi sono sempre battuta, per dimostrare a me stessa che, invece, potevo farcela. Il momento in cui ho veramente creduto in me è stato quando mi hanno accettato a Sciences Po. Di questi istituti di studi politici in Francia ce ne sono solo dieci e c’è meno del 5% di possibilità di entrare. Io sono stata presa in due – alla fine ho scelto la sede di Bordeaux – e da lì in avanti mi sono lanciata, da lì in avanti ho sempre osato un po’ di più. Pensa che non sapevo neppure cosa fosse Sciences Po, perché le persone come me non hanno la possibilità di sognare. È stata una mia amica a suggerirmi di provare. Non me lo dimenticherò mai quel giorno.

Che ruolo può avere la cooperazione nella riduzione delle disuguaglianze?

Io faccio parte del’“African Union – European union cooperation Hub”, un programma in cui lavoriamo con l’Unione Africana per la cooperazione tra i due continenti. Penso che sia essenziale, anche perché include i giovani. Siamo la generazione più potente di sempre. Tra le mani abbiamo un telefono, uno strumento essenziale per moltiplicare il messaggio.

Penso a Ozman, per esempio, un attivista. È stato un migrante. Oggi è un cittadino spagnolo, ha attraversato il deserto del Sahara per arrivare in Europa. Una volta qua ha scritto un libro e realizzato un documentario per spiegare perché non è quello il modo di migrare. Lui ha perso più di venti amici durante il viaggio, una cosa disumana. Parlare di queste esperienze. Comunicare. Ecco, fare cooperazione significa anche diffondere le informazioni.

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Uguaglianza di genere, speranza per un’Europa migliore

Il giorno dell’intervista Yasmine era in Canada, a Vancouver, per partecipare alla conferenza mondiale sull’uguaglianza di genere promossa da Women Deliver. «Già perché io sono soprattutto figliA di immigrati.

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Yasmine Ouirhrane a Vancouver, durante la conferenza mondiale sull’uguaglianza di genere promossa da Women Deliver

In questi giorni ho potuto parlare con Justin Trudeau, con 23 ministri delle pari opportunità provenienti da tutto il mondo. Io sono donna, figlia di immigrati e povera. Per questo mi definisco una femminista intersezionale. La mia intersezionalità è ciò che ho cercato di analizzare e di dimostrare alle persone in questi anni. In quanto donna porto avanti certe battaglie, cerco di motivare le giovani donne a educarsi, ad ambire a posizioni di potere, perché a me mai nessuno ha detto che avrei potuto prendere la parola davanti a ministri o ad alte cariche dello Stato.

Io non ho mai osato sognarlo e vorrei invece che le ragazze come me potessero farlo e possano credere in se stesse. È importante che il fenomeno della discriminazione di genere venga affrontato sia a livello di politiche ma anche a livello motivazionale. E questo è quello che sto cercando di fare in Europa. Io sono nata qua, mi sento europea, ed è con le ragazze europee che voglio lavorare affinché non si sentano escluse. Ma non escludo che in futuro possa portare questo messaggio anche in Nord Africa, che è, di fatto, la mia seconda casa.

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