Libia: il groviglio della terza guerra civile e la conquista di Tripoli

È cominciata il 4 aprile la terza guerra civile libica dal 2011. Da un lato, il generale Haftar. Dall'altro, il governo sostenuto dall'Onu di Fayez al-Serraj. In mezzo 8 milioni di libici e 200 mila migranti. L'esito del conflitto, che doveva chiudersi in un lampo, è sempre più incerto col passare del tempo

Per la terza volta dal 2011, la Libia piomba nella guerra civile. Lo scacchiere è complicato, le alleanze mutevoli, gli appoggi internazionali instabili. L’esito incerto. La marcia su Tripoli cominciata il 4 aprile dal generale Khalifa Haftar, l’uomo alla guida dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), ha iniziato la sua corsa nel 2014. Questa campagna militare doveva chiudersi in un lampo. Ma non è stato così. In mezzo, tutta la sofferenza della popolazione e dei migranti bloccati nei centri di detenzione.

Guerra in Libia: Haftar come un redivivo Gheddafi

Da un lato, il generale Khalifa Haftar, l’uomo che sogna di riunificare la Libia militarmente, come un redivivo Gheddafi. Dall’altro, il Governo di Fayez al-Serraj, il premier voluto dalle Nazioni Unite nel gennaio del 2015 con la sigla del Governo di accordo nazionale (Gna).

Il primo è un leader senza legittimità internazionale, il secondo un leader senza legittimità interna.

Con il passare del tempo, le quotazioni di Haftar nelle cancellerie di tutto il mondo, Europa compresa, sono salite. Sono sempre di più gli elementi che dimostrano un sostegno militare della Russia e dell’Egitto, insieme ad aiuti economici dall’area del Golfo (Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita).

Libia, Italia e Francia: gli interessi in gioco

Più controverso l’appoggio francese. Parigi è stata la prima capitale europea visitata dal generale e la Francia ha votato contro una risoluzione del Parlamento europeo per chiedere l’immediata interruzione dell’avanzata di Haftar.

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Libia – Foto: UNMAS (via Flickr)

Emmanuel Macron ha l’interesse a un nuovo corso in Libia, anche per scalzare l’Italia dalla su predominio sulle risorse petrolifere del Paese. Per questo il governo di Tripoli e l’Italia sostengono che l’approvazione per l’avanzata sulla capitale della Libia sia arrivata anche dai francesi. Accuse rimandate al mittente, con scarso successo.

Su questa situazione di per sé ingestibile insistono poi altri fattori di instabilità. Il primo è la salute di Haftar, che di anni ne ha 75 e che in passato ha dovuto viaggiare in Francia e in Giordania per farsi curare. Già è stato dato per morto in diverse occasioni. Anche se gli riuscisse l’impresa di riunificare la Libia, per quanto potrà mai durare il suo corso? Su questa domanda il generale ha perso parte dei suoi potenziali sostenitori, diretti e indiretti.

Gli altri fattori sono più strutturali: la questione dei migranti, gli interessi tribali delle milizie alleate a entrambi gli schieramenti e le incursioni di gruppi terroristici alleati all’Isis.

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Situazione in Libia oggi: migranti travolti dalla guerra

È stato dimostrato più volte da inchieste giornalistiche e dai report del consiglio di sicurezza dell’Onu che esiste un nesso tra traffico di migranti dalla Libia e milizie. L’industria delle migrazioni è infatti parzialmente controllata in ogni passaggio della sua filiera da gruppi armati. I più famosi in Italia, i membri della famiglia Dabbashi, nel 2016 avevano alleati sia tra chi gestiva i centri di detenzioni, sia tra chi organizzava le partenze, sia nella Guardia costiera libica.

E si pensa – nonostante le smentite del Viminale – che siano stati i primi a trarre benefici economici dal Memorandum of understanding tra Italia e Libia siglato dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti con il governo Serraj, a cui i Dabbashi erano fedeli. Sono però due anni che hanno perso potere lungo le coste di Sabratha, una delle città costiere da cui all’epoca partivano molti migranti.

Come sia la situazione oggi è molto più difficile dirlo. Di certo la semplificazione dell’epoca secondo cui la Tripolitania (ovest della Libia) pro-Serraj e la Cirenaica (est) pro-Haftar è ormai un lontano ricordo.

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Foto: David Stanley (via Flickr)

Secondo un’intervista rilasciata da Federico Soda dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim) a Il Fatto quotidiano, ci sono circa 200 mila migranti in Libia, di cui circa 58 mila , riferisce l’Unhcr, sono registrati come rifugiati o richiedenti asilo.

Sulla carta, i centri di detenzione gestiti dal Dipartimento per il contrasto all’immigrazione illegale (Dcim), autorità sotto il controllo del ministero dell’Interno libico, sono 35. Quelli funzionanti sono meno di 20 e la cifra è destinata a scendere.

Al Jazeera riporta il racconto di alcuni migranti al centro di Qasr bin Ghashir, alle porte di Tripoli, ormai abbandonato dalle guardie. I sobborghi della capitale sono la zona più colpita: nella settimana tra il 7 e il 14 aprile sono stati riportati scontri a fuoco in almeno sette centri di detenzione. Molti di questi sono irraggiungibili per le agenzie Onu Oim e Unhcr. Il portavoce italiano dell’Oim Flavio Di Giacomo il 12 aprile ha riportato la notizia di un volo di rimpatrio volontario umanitario per 160 migranti bloccati in una delle strutture di detenzione libiche.

Libia: la situazione attuale degli scontri

L’ultimo report del 14 aprile redatto dall’ufficio libico dell’Organizzazione mondiale della sanità riportava 147 vittime, 641 feriti e oltre 9 mila sfollati.

L’offensiva su Tripoli è cominciata a 100 chilometri a sud della capitale, da Gharian, la prima città a cadere. Il portavoce dell’Esercito nazionale libico Ahmed Al-Mismari dichiarava che l’esercito sarebbe entrato a Tripoli «senza sparare un colpo» e con il pieno appoggio della popolazione.

Il giorno successivo per prendere Zawyia, uno degli snodi del traffico di esseri umani, lo scontro non è stato semplice per gli uomini di Haftar, nonostante fosse sulla carta una di quelle città “deboli”. La battaglia più dura, al momento, è stata quella per il controllo dell’aeroporto di Mitiga, finito nelle mani di Haftar.

Un po’ di storia: equilibri variabili e sostegno dei salafiti

Ora però gli analisti si concentrano soprattutto su come stanno cambiando le alleanze in tutto il Paese. L’esistenza del governo di Serraj ora è appesa all’alleanza con Misurata, che in Libia è come una sorta di città-Stato. Qui, infatti, ci sono i campioni della rivoluzione che ha destituito Gheddafi, come la Brigata 166, battaglione schierato ora a Tripoli e in passato impegnato dal Gna in chiave anti-Isis.

Più delicata la situazione di Zintan, altra città storicamente indipendente sia da Serraj, sia da Haftar. Da un lato, infatti, un anno fa la città si era riavvicinata a Misurata, con cui aveva siglato un accordo di collaborazione militare. Dall’altra, con l’offensiva di Haftar, sono diventate sempre più frequenti le manifestazioni a supporto del generale.

Altro snodo chiave è il comportamento dei gruppi salafiti, legati cioè a una visione tradizionalista dell’Islam che in una piccola minoranza sono a favore della jihad, la guerra globale agli infedeli. Tradizionalmente, sono stati i primi alleati di Haftar. Sono stati infatti anche i nemici più numerosi e più accesi del governo Serraj, specialmente a ovest della Libia.

Il gruppo più consistente è quello dei Madkhali, i cosiddetti “uomini mascherati” che si ispirano agli insegnamenti del Rabee al-Madkhalee, studioso sunnita che aveva elaborato una su teoria di Islam politico diversa da quella dei Fratelli Musulmani. Sono il braccio armato della diplomazia del Golfo: si schierano con chi riceve i finanziamenti di Ryhad e Dubai e sono stati un argine contro l’infiltrazione dello Stato Islamico dopo la rivoluzione. Oggi, mentre cellule dell’Isis si risvegliano sia dentro Tripoli, sia nella parte centrale del Paese, i Madkhali ancora non hanno trovato un loro collocamento. Anche questo deciderà esito e durata del conflitto in Libia.

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Geografia: la cartina della Libia (capitale Tripoli)

1 Commento
  1. daria dice

    Il nocciolo dell’articolo sarebbe che noi Italiani ci dovremmo prendere e mantenere i 200mila clandestini africani in Libia?

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