Pena di morte: meno esecuzioni nel 2018, ma l’abolizione è ancora lontana

Nel mondo si registra un calo delle esecuzioni del 31% in un solo anno, ma ci sono ancora 19 mila detenuti nel braccio della morte. E i Paesi che mantengono la pena di morte oggi sono 56. Lo rivela l'ultimo report di Amnesty International sul tema. Tra le maggiori zone d'ombra resta la Cina, dove i dati in materia sono considerati segreto di Stato

Inversione di rotta per la pena di morte: secondo l’ultimo rapporto globale di Amnesty International sulla pena di morte, nel 2018 si è toccato il livello più basso di esecuzioni dell’ultimo decennio, con una diminuzione complessiva del 31 per cento. Un dato di per sé incoraggiante, ma che nasconde zone d’ombra piuttosto rilevanti. A partire dalla Cina, dove il numero delle esecuzioni continua a essere un segreto di Stato: un silenzio che porta gli esperti a pensare che si potrebbe essere nell’ordine di migliaia di pene, tra quelle comminate e quelle eseguite.

Pena di morte nel mondo: nel 2018 calo del 31%

«La drastica diminuzione delle esecuzioni dimostra che persino gli stati più riluttanti stanno iniziando a cambiare idea e a rendersi conto che la pena di morte non è la risposta», dice Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.

Il numero delle esecuzioni rilevate da Amnesty International a livello globale è calato da 993 nel 2017 ad almeno 690 nel 2018, ovvero una diminuzione di quasi un terzo rispetto all’anno precedente.

Emblematico il caso dell’Iran, dove dopo la modifica alla legislazione contro la droga, le esecuzioni sono diminuite del 50 per cento, Anche se il numero resta elevato, visto che si parla di almeno 253 esecuzioni, un terzo delle esecuzioni mondiali. A seguire la tendenza del calo ci sono poi paesi come Pakistan e Somalia.

«Nonostante i passi indietro da parte di alcuni stati, il numero delle esecuzioni portate a termine da parecchi dei più accaniti utilizzatori della pena di morte è significativamente diminuito. Si tratta di un’auspicabile indizio che sarà solo questione di tempo e poi questa crudele punizione sarà consegnata alla storia, a cui deve appartenere», aggunge Naidoo.

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Manifestazione contro la pena di morte in Malesia – Foto: Amnesty International

Paesi con pena di morte: i casi di Sri Lanka, Cina, Usa, Giappone

Lo Sri Lanka si sta muovendo controcorrente rispetto all’andamento globale. Nel paese, infatti, è stato emesso un bando per l’assunzione dei boia. E il presidente ha annunciato la ripresa delle esecuzioni dopo oltre 40 anni.

Insieme allo Sri Lanka, il rapporto fa emergere la presenza di un ristretto numero di stati che non vuole abbandonare questa pratica. Le esecuzioni, ad esempio, sono aumentate in Bielorussia, Giappone, Singapore, Sud Sudan e Usa.

La Thailandia, dal canto suo, ha eseguito la prima condanna a morte dal 2009. E in Egitto il totale è cresciuto «a causa dell’attitudine delle autorità egiziane di emettere condanne a morte in massa al termine di processi gravemente iniqui, basati su confessioni estorte con la tortura e nel corso di interrogatori di polizia irregolari».

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Storia di Noura, una campagna per sottrarla alla morte

«Fu uno shock assoluto quando il giudice mi disse che ero stata condannata a morte. Non avevo fatto nulla per meritare di morire». Sono le parole di Noura Hussein, una giovane sudanese condannata a morte nel 2018 per aver ucciso l’uomo che era stata costretta a sposare mentre cercava di stuprarla.

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Fonte: Amnesty International

«Non potevo credere a che livello d’ingiustizia fossimo arrivati, soprattutto contro le donne. Non avevo mai pensato di poter essere messa a morte fino a quel momento. La prima cosa cui pensai fu: cosa provano le persone quando vengono messe a morte? Cosa fanno? La mia vicenda era decisamente drammatica in quel momento, la mia famiglia mi aveva ripudiato. Affrontavo quello shock completamente da sola».

È ad Amnesty International che Noura ha raccontato la sua esperienza, divenuta uno scandalo mondiale. L’organizzazione si è fatta promotrice di una campagna a favore di Noura, sfociata poi nella commutazione della pena in cinque anni di carcere.

Pena di morte: la classifica degli Stati

Il report si sofferma parecchio sulla Cina. Nel paese asiatico, come detto, il dato sulle esecuzioni rimane un segreto di stato. Questo pone la Cina, nel 2018, al primo posto per numero di esecuzioni, «anche se il livello effettivo dell’uso della pena di morte – si legge nel report – è ignoto poiché i dati sono considerati un segreto di stato. Amnesty International ritiene che migliaia di persone siano condannate alla pena capitale e messe a morte ogni anno».

Nella drammatica classifica, dunque, al primo posto c’è la Cina, con migliaia di esecuzioni. Seguono l’Iran, con almeno 253 esecuzioni, l’Arabia Saudita (149), il Vietnam (85) e l’Iraq (almeno 52).

Verso l’abolizione della pena di morte

«Lentamente ma stabilmente – sono le parole di Naidoo – assistiamo alla crescita di un consenso globale verso la fine dell’uso della pena di morte. La campagna mondiale di Amnesty International per fermare le esecuzioni va avanti da oltre 40 anni, ma con più di 19 mila detenuti nei bracci della morte la battaglia è lungi dall’essere finita».

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Fonte: Amnesty International

I passi verso l’abolizione, comunque, sono numerosi. Il Burkina Faso, per esempio, ha adottato un nuovo codice penale abolizionista. Gambia e Malaysia hanno annunciato una moratoria ufficiale sulle esecuzioni. E negli Usa la legge sulla pena di morte dello stato di Washington è stata dichiarata incostituzionale.

Alla fine del 2018, 142 stati avevano abolito la pena di morte per legge o nella prassi. Di questi, 106 erano abolizionisti totali.

«A dicembre, nel corso dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 121 stati (un numero senza precedenti) hanno votato a favore di una moratoria globale sulla pena di morte, cui si sono opposti solo 35 stati. Dal Burkina Faso agli Usa, vengono fatti passi concreti per abolire la pena di morte. Ora tocca agli altri paesi seguire l’esempio».

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