Indiani d’America: storie di resistenza in difesa di un’identità in pericolo

"Non qui, non altrove" è il primo libro di Tommy Orange: dodici racconti di indiani d'America che resistono all'avanzata urbana per preservare cultura e identità. Mentre tra le tribù di nativi si registrano povertà ed emarginazione diffuse

Tony Leman ha ventuno anni, è un nativo americano della tribù cheyenne, vive a Oakland, in California. Avrebbe l’età legale per bere alcolici, ma non lo fa, lui dice, perché di alcol ne ha bevuto fin troppo ancora prima di nascere, quando era un feto nella pancia materna. Sua madre, nativa americana, oggi è in prigione e Tony è affetto dalla Fas, la sindrome feto-alcolica. Ha un’intelligenza limitata e, da quando è bambino, è seguito dall’assistente sociale del Centro Indiano.

Edwin Blake, anche lui di Oakland, ha sangue misto, sua madre è bianca, suo padre, che non ha mai conosciuto, un nativo. Lui cerca di riannodare i fili del suo passato, ricostruire le sue radici e la sua identità anche attraverso gli studi universitari, ascolta gruppi musicali indigeni, si interroga sul rapporto fra tradizione e modernità dell’arte tribale e accetta di fare uno stage retribuito per il Powwow di Oakland, il grande raduno annuale di tutti gli indiani d’America che, almeno per un giorno, si ritrovano e ricostruiscono un’unica ideale Nazione.

Opal Viola Victoria Bear Shield aveva undici anni quando, nel 1970, lei e la sua sorellastra maggiore Jacquie Red Feather furono portate dalla madre cheyenne sullisola di Alcatraz, occupata dai nativi.

Tony, Edwin, Opal Viola Victoria, Jacquie sono alcuni dei protagonisti di Non qui, non altrove (Frassinelli), esordio letterario del nativo americano Tommy Orange: il racconto in forma narrativa di una storia di resistenza, quella dei nativi americani che dalle riserve sono andati a vivere nelle città, si sono urbanizzati e lottano per difendere e conservare la loro identità.

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Stato di Washington

Indiani d’America, storia di una Nazione smembrata

Orange dipinge il ritratto di una Nazione smembrata, smarrita, violentata attraverso le storie di dodici personaggi, dodici nativi, le cui vite sono destinate a intrecciarsi, in modo tragico, nel grande evento del Powwow di Oakland, tra folclore, danze e musiche.

«Quella degli indiani urbani è la generazione nata in città», scrive l’autore nel romanzo. «Un indiano urbano appartiene alla città, e le città appartengono alla terra». Urbanizzare i nativi, inserirli all’interno dei nuclei cittadini, tra palazzi, grattacieli, piazze, strade trafficate, spiega Orange, rispondeva a una precisa politica di annientamento: urbanizzarli, assorbirli, per eliminarli.

«Rendiamoli uguali a noi per aspetto e comportamento. Facciamo sì che diventino noi. E che in questo modo scompaiano».

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Urbanizzare i nativi: il tentativo di smantellare le riserve

È stato questo l’obiettivo perseguito dalla politica americana tra gli anni ’50 e ’70, conseguente all’Indian Termination Policy del Governo federale che mirava a smantellare il sistema delle riserve indiane e al programma di ricollocamento del Bureau of Indian Affairs – oggi Indian Health Service – che pur non forzandoli, spingeva i nativi a migrare verso le città, con il miraggio di lavoro, sviluppo e condizioni di vita migliori.

Ma la storia è andata diversamente dai piani. Si pensava che gli “indiani da marciapiede” avessero perso la loro autenticità. Loro, invece, non si sono smarriti. Si sono riconosciuti e ritrovati, hanno costituito nuovi Centri indiani nelle città, lottando per sopravvivere e restare forti.

Tribù di nativi emarginate e abbandonate

Il romanzo di Orange è una denuncia del tentativo di massacro di un popolo perpetrato per secoli. Membro delle tribù cheyenne e arapaho dell’Oklahoma, cresciuto a Oakland, laureato all’Institute of American Indian arts, un college tribale a Santa Fe in New Mexico, Orange mette in luce e delinea con dirompente forza espressiva la condizione di emarginazione sociale, isolamento, abbandono che accomuna le comunità dei nativi negli Usa – sia quelle che vivono nelle riserve sia quelle delle città – tra disoccupazione, povertà materiale ed educativa, depressione, alcolismo, suicidi.

Oggi le riserve indiane negli Usa sono più di trecento. Secondo il Censimento del 2010, più del 70% della popolazione nativa americana è urbanizzata, o comunque vive al di fuori delle riserve.

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La copertina di “Non qui, non altrove” (dettaglio), di Tommy Orange

Indiani d’America oggi tra disoccupazione e povertà

Tuttavia, i nativi urbanizzati non hanno migliorato le loro condizioni di vita rispetto a quello che vivono nelle riserve; anzi, in molti casi, le hanno addirittura peggiorate. Indipendentemente da dove risiedono, i tassi di povertà dei nativi sono più alti rispetto a quelli della media nazionale.

L’urbanizzazione seguita al programma di ricollocamento del Governo non è stata accompagnata da diffusi programmi di assistenza e integrazione e ha portato con sé, come effetti, una maggiore discriminazione nel sistema giudiziario, nella ricerca e nell’ottenimento di una casa, nel mercato del lavoro, alienazione sociale, diffusione delle malattie, criminalità.

Secondo le statistiche, i nativi hanno indici di disoccupazione più elevati rispetto agli altri americani, più difficilmente sono proprietari di abitazioni, hanno livelli più bassi di scolarità, hanno molta più probabilità di cadere nel vagabondaggio e restare senzatetto, i loro figli sono più soggetti ad abbandono e abusi.

Indiani d’America in lotta per difendere cultura e diritti

Quella dei nativi d’America è una storia di ininterrotta discriminazione. Nel 2007 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni che, pur non avendo valore vincolante, rappresenta una fonte di ispirazione, una guida su quanto concerne la difesa e garanzia dei diritti alla salute, allistruzione, al lavoro, alla terra.

Gli Stati Uniti sono stati l’ultimo Paese a riconoscere formalmente la Dichiarazione, nel 2010, durante la presidenza Obama.

«La ferita che si aprì quando i bianchi arrivarono qui e presero tutto quello che presero non si è mai rimarginata», si legge nel libro.

«Ma non siamo abbattuti», afferma Orange. «E non commettete l’errore di definirci resilienti». Indiani delle riserve, indiani delle città. Una miriade di definizioni. Una Nazione perduta. Ma, come il romanzo di Tommy Orange dimostra, i nativi nordamericani non hanno soffocato la loro voce. E continuano a percorrere il loro cammino di resistenza.

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