Pfas, il veleno nel sangue: cosa sono, acqua contaminata e danni alla salute

Vicenza, Verona, Padova, Treviso: in Veneto i Pfas stanno avvelenando il sangue dei cittadini. Lo hanno confermato Arpav, scienziati e Asl. Ecco cosa sono i Pfas e come hanno fatto a colpire già 350 mila persone

«I nostri figli non si toccano», è il motto delle oltre 100 mila persone che sabato 23 marzo hanno marciato per le strade di Roma alla manifestazione nazionale contro le grandi opere, l’inquinamento e il cambio climatico. Mamme da nord a sud che pretendono un ambiente pulito in cui far crescere i loro figli. Tra queste, le Mamme No Pfas del Veneto.

Acqua avvelenata: la mappa tra Vicenza, Verona e Padova

Sono 350 mila le persone contaminate dal Pfas, una sostanza chimica presente nell’acqua di falda tra Vicenza, Verona e Padova che altera il sistema ormonale portando diverse patologie, anche mortali. Le associazioni ambientaliste e i residenti combattono dal 2015 per avere acqua pulita.

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Foto: Mamme No Pfas

Pfas: cosa sono queste sostanze e i danni alla salute

La sigla Pfas, o acidi perfluoroacrilici, indica una famiglia di sostanze chimiche utilizzata in campo industriale. La classe di Pfas più diffusa, la Pfoa, nel 2009 è stata dichiarata “sostanza inquinante resistente” dalla Convenzione di Stoccolma e nel 2017, su indicazione dell’Agenzia europea delle sostanze chimiche (Echa), la Commissione europea ha riconosciuto che comporta rischi inaccettabili per la salute umana e l’ambiente.

La sostanza viene assimilata nel sangue attraverso l’acqua, sia del rubinetto sia dei cibi, ed è altamente tossica. Non essendo espellibile dal corpo umano, se non in minima parte e nel corso di decenni, porta ad alterazioni ormonali e conseguenti malattie.

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Pfas: il Veneto, l’Arpav e la Miteni

Tutto ha inizio a metà degli anni ’60, quando la società Rimar, acronimo di Ricerche Marzotto, stabilisce a Trissino, in provincia di Vicenza, il suo polo di ricerca. Il marchio di alta moda cerca un prodotto chimico che renda la pelle e il materiale tessile resistenti all’acqua. Lo stabilimento, però, viene costruito sopra una zona di ricarica della falda considerata la seconda più grande d’Europa e già nel 1966 una fuga di acido fluoridrico avvelena la vegetazione circostante.

Dopo quel caso ne seguono altri fino al 2011, anno in cui l’evidenza di una situazione 
di potenziale rischio porta ad una convenzione tra il ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare (Mattm) e l’Istituto di ricerca sulle acque (Irsa) del Consiglio nazionale per le ricerche (Cnr) per monitorare la presenza di perfluorati nell’acqua.

Nel 2013, Arpav Veneto attribuisce il 97% dell’inquinamento della zona alla Miteni spa, ultima proprietaria della ditta, che in pochi anni riceve multe e sanzioni per 3 milioni di euro e dichiara fallimento nell’ottobre 2018.

Pfas: valori limite nel sangue e l’epicentro di Lonigo

Nel 2015 l’azienda sanitaria locale di Vicenza, dopo forti pressioni delle associazioni ambientaliste locali, avvia un primo screening su 270 persone per analizzare il sangue e controllare la presenza di Pfas. Se la soglia massima nel sangue è di 8ng/l, i primi risultati evidenziano casi che superano di 35 volte il limite.

Viene quindi delimitata una zona rossa che comprende 30 comuni, con epicentro Lonigo, Sarego e Meledo, e deciso il posizionamento di filtri al carbone per ridurre l’alto tasso di Pfas nell’acqua.

Oltre ai test sanguigni, la popolazione viene monitorata sulle malattie legate alla mutazione ormonale da contaminazione e si evidenzia, ancora una volta, l’alto rischio di malattie tiroidee, tumore a rene e testicolo (+30%), cardiopatia ischemica (+21%), morbo di Alzheimer (+14%), malattie correlate al diabete (+25%).

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Foto: Mamme No Pfas

La sterilità maschile e gli aborti: effetti sulla salute

Alla fine del 2018 vengono pubblicati su alcune riviste scientifiche i risultati delle analisi su oltre 200 giovani residenti nella zona rossa raccolti dal gruppo di ricerca dell’unità operativa complessa di Andrologia e Medicina della riproduzione dell’Azienda Ospedaliera dell’Università di Padova.

Carlo Foresta e la sua equipe hanno evidenziato come la sostanza chimica interferisca con l’attività ormonale.

«Abbiamo dimostrato che i Pfas si legano al recettore per il testosterone, riducendone di oltre il 40% l’attività», spiega il professore.

La storica scoperta, che spiega il calo di nascite e l’alto tasso di malattie correlate, ha confermato inoltre come l’inquinamento da Pfas «è stato riscontrato nel cordone ombelicale e nella placenta di donne esposte. Si può ipotizzare una precoce interferenza dei Pfas sullo sviluppo gonadico e sulla documentata riduzione di sviluppo nell’altezza e nel peso dei figli nati da queste donne esposte. Questi risultati suggeriscono che i Pfas, fra le tante sostanze inquinanti ambientali, possono avere un ruolo nell’universalmente riconosciuto incremento delle patologie andrologiche, come infertilità, il criptorchidismo, i tumori del testicolo», dice ancora Foresta.

Lo stesso gruppo di lavoro a febbraio ha denunciato l’impatto dell’inquinante durante la gravidanza, confermando gli alti tassi di preeclampsia (+20%), diabete gestazionale (52%) e nascite premature (30%). «Il professor Foresta ha dimostrato il passaggio della sostanza nella fase gestazionale tra la madre e il feto. Siamo noi mamme le prime a passare il Pfas ai nostri figli, questo è insopportabile», commenta una madre.

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Foto: Mamme No Pfas

La lotta della popolazione, le Mamme No Pfas

Da queste valutazioni l’Asl Veneto inizia nella primavera del 2017 un biomonitoraggio sulla popolazione nata tra il 1956 e il 2002. I primi risultati, arrivati dopo alcuni mesi, dimostrano come la popolazione under 15 sia ad alto rischio, con valori di Pfas che arrivano a 300 ng/l. Da qui la decisione di quattro mamme della zona di Lonigo, divenute in fretta oltre un centinaio, di formare un gruppo di residenti per ottenere la posa di filtri nelle tubature scolastiche.

«All’inizio credevamo fosse necessario solo purificare l’acqua da bere per i nostri figli. Abbiamo lottato perché i Comuni installassero nelle scuole le necessarie macchine di pulizia, ma poi ci siamo rese conto che questo era solo la punta dell’iceberg», racconta Michela Piccoli, una delle fondatrici di Mamme No Pfas.

Infatti l’acqua inquinata non arriva solo nei bicchieri dei piccoli, ma anche nei cibi che mangiano. Le mamme allora sono andate a Roma, in Parlamento e al ministero dell’Ambiente per chiedere di finanziare i lavori per cambiare la fonte di approvvigionamento della zona rossa. «I filtri non bastano, anche se ci hanno assicurato che si arriva allo zero virtuale di presenza Pfas nell’acqua. Abbiamo lottato e abbiamo ottenuto i soldi per far partire i lavori ad aprile», continua Michela.

Infatti il ministero dell’Ambiente, insieme alla Regione Veneto, ha stanziato nella legislatura Gentiloni 120 milioni di euro per scavare il terreno e collegare tre nuove fonti d’acqua alla rete idrica della zona.

«Non ci fermeremo, mai. Non per noi, ma per i nostri figli perché non si può morire per aver bevuto dell’acqua», conclude.

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Foto: Mamme No Pfas

Pfas: Greenpeace, il Noe di Treviso e la denuncia

A metà marzo il comando dei carabinieri per la tutela ambientale, Nucleo operativo ecologico (Noe), di Treviso, ha chiuso le indagini relative all’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) nelle province di Vicenza, Padova e Verona. Con il report del Noe, Greenpeace ha denunciato come già nel 2006 l’Arpav potesse iniziare le operazioni di bonifica Pfas, nella zona di Trissino.

«Tra il 2004 e il 2010 sono state analizzate le acque con il progetto Giada, finanziato a livello europeo e coordinato dalla Provincia di Vicenza. I risultati del monitoraggio sono stati comunicati ad Arpav, ma non è partita la procedura di bonifica», conferma Greenpeace.

Inoltre, già dal gennaio 2006 la società Icig, che aveva comprato per un euro dalla Mitsubishi lo stabilimento, aveva collocato una barriera idraulica per bonificare il sito inquinato. Il report del Noe, sempre secondo la ricostruzione fatta da Greenpeace, dimostra come alcuni tecnici di Arpav siano stati coinvolti nella gestione del depuratore, senza però far partire le ispezioni dedicate. Questa mancata azione dell’Agenzia per l’ambiente, sostiene il Noe, ha condannato ad altri 10 anni di contaminazione della falda, minando ancora di più la salute dei residenti.

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1 Commento
  1. Pinco dice

    Su un resoconto così ben documentato dovrebbero sentire anche ARPAV perché magari sfugge qualche informazione importante… Ad esempio nessuno ha letto le conclusioni dei NOE…

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